Giovedì, Agosto 17, 2017

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PALUDI PONTINE, zona di malaria, terra della morte come la Maremma, paradiso degli uccelli, luogo della poesia e della natura primitiva, e regno dei bufali, tratto costiero del lazio meridionale (circa 60 km) nel quale la presenza umana è scarsa o inesistente; tale tratto, unendosi alle paludi della foce del Tevere su fino alla bassa maremma, rende la costa centrale della penisola italica bagnata dal Tirreno un continum di paludi e acquitrini da sempre sentito come confine del mondo dei vivi.. Una escursione di due o tre giorni nella pianura pontina è compensata da attrattive varie e inconsuete che in parte scompariranno quando la regione sarà trasformata dai lavori di bonifica agraria, idraulica e sanitaria, la contemplazione di un paesaggio tipico si porta dentro l'animo del visitatore e lo riporta alla radice del mondo: Cielo azzurro intenso tra i rami dei cerri del bosco folto, tramonti incantevoli con riflessi di porpora sulle rive dei laghi e sfondi luminosi di mare del Circeo.. fra monti Lepini e mare sta la pianura pontina, dominata dalla febbre malarica (ferrovia da Velletri a Terracina corre al margine est della pianura), in vista delle vecchie città volsche appollaiate sui Lepini. La pianura è cinta da selve di cerri e farnie, macchia mediterranea bassa, intricatissima, e distese fitte di rosella (cistus salvifolia), arbusto dai grandi fiori gialli che a tarda primavera colora di oro. In mezzo al bosco e alla macchia stanno le lestre, radure isolate percorse da greggi di bovini e ovini, cosparse di capanne indigene dove trascorrono i mesi invernali gli abitanti della zona. La parte più depressa dell'Agro pontino opsita la palude vera (da Tor Tre Ponti a Terracina), coperta di acque ristagnanti come una laguna o stagno, e sempre ri-sanata con consumo di tante energie umane e animali. Fra questa e il mare l'uomo dei Volsci coltivava e poneva villaggi, tra cui Suessa Pometia, che dette nome a tutta la pianura. La laguna pontina aveva notevole profondità, cosi il deflusso delle acque avveniva naturalmente e tutta la contrada era immune da malaria. Poi, la costruzione della Via Appia, un rettifilo di 33 chilometri che traversa la palude, restò senza opere di bonifica e lo stagno rimase, una regione desolata, fomita di malaria, invasa dalla macchia, sostituitasi ai campi ciclicamente abbandonati poichè sommersi e cancellati. I pontefici colonizzatori fecero tentativi di bonifica: Giuliano De Medici, fratello di Leone X, la parte bassa, poi Sisto V raccoglie le acque delle sorgenti di Ninfa e di tutti i torrenti della parte alta, infine a fine '700 Pio VI incarica Gaetano Rappini di prosciugare la palude con un canale parallelo alla Via Appia, rettilineo oltre 20 chilometri, ma la linea Pia si rivela incapace a smaltire tutte l'acque, così si escogita lo scavo di molti canali laterali. Nel periodo del dominio francese si ristudiò l'intero problema e si eseguì qualche opera urgente; dopo la restaurazione il governo pontificio trascurò anche la manutenzione di opere già eseguite: i canali si ostruiscono per la vegetazione che vi attecchisce con rapidità, e una piena disastrosa annulla il frutto di lunghe fatiche. L'opera del governo italiano, succeduto a quello pontificio, ha proceduto lento e continuo nella bonifica sanitaria, pur velocizzata dall'opera dei privati; se i Caetani, eredi dei vastissimi feudi pontini di Sermoneta, avviarono le acque di lago alla pescicoltura, i boschi pontini, nella penuria di legname della seconda guerra, furono tagliati dei magnifici tronchi che, inutilizzati per difficoltà di trasporto, giacciono a centinaia come inutile scempio tra Sermoneta e Fogliano. La regione pontina, inondata nei mesi invernali e senza l'aratro portator di vita, rimase pressochè spopolata: Cisterna e La Conca gli ultimi centri abitati, alla cinta dei Lepini sta Ninfa medievale con le sue chiese diroccate invase da vegetazione rampicante rigogliosa, con strade mute e ponticelli sui fiumicelli; la malaria scoraggiò gli abitanti da sempre e i tentativi più volte fatti dai Caetani per ripopolarla sempre falliti, pure il richiamo di un nucleo stabile di gente o la piccola centrale elettrica che fornisce luce ai paesi vicini: di qua fino a Terracina e al Circeo, due o tre casali sul mare (Torre Astura, Fogliano, Paola). Tra l'Appia e il mare zero casolari, sebbene la pianura ospita 8 mesi l'anno una popolazione di due/tremila persone dei Lepini e Ciociaria, contadini e pastori che vivono in capanne native a forma di cono, disperse a piccoli gruppi nelle lestre (radure della macchia riservate al pascolo di ovini e bovini): grandi buoi bianchi dalle corne lunate, cavalli dalla lunga criniera scapigliata, greggi di pecore uniti a ripararsi dal sole o riposanti sotto gli olmi, branchi di bufali neri dalle corne ritorte, meditano sulle rive dei canali o dentro l'acqua immersi a rinfrescarsi: come in Cina, i bufali pontini si adoperano per liberare i canali dalla vegetazione che li ostruisce, spingendoli avanti in piccoli gruppi serrati, talora si lasciano aggiogate per trainare qualche carro pesante. In estate nella terra pontina, quando pastori e greggi hanno ripresa la via dei monti, le lestre restano deserte, capanne vuote o disfatte, canali poveri d'acqua e silenziosi, la vita sembra attenuarsi fino ad arrestarsi; il viandante, sotto il sole cocente e la malaria, può camminare ore e ore senza incontrare un essere umano, un remoto spazio senza tempo.

Nelle terre dei Volsci, plaghe fitte di scopeti (grovigli di macchia bassa e fitta di erica e mortella) furono smacchiate con poderosi aratri a coltello roteanti che sconvolsero il suolo fin mezzo metro di profondità, dissodando, sradicando arbusti, rovesciando radici, al fine di convertirlo in campi seminativi; e la terra, non arata da secoli, offre una prodigiosa fertilità moltiplicata dal lungo riposo: il terreno che era un intrico di rovi inaccessibili, brilla ora di orzo e grano come i più ricchi terreni emiliani. In altre plaghe vicine si migliora il pascolo razionale e sorgono migliaia di pioppi in lunghissimi filari, fra la palude vera e il mare, dove i sistemi di canalizzazione scolano della parte bassa, sebbene manchi un permanente deflusso per le acque superiori del Teppia. Presso il mare, fra Terracina e Circeo, la Colonia Elena (fattoria con sedici fabbricati, una chiesetta e una scuola), fondata anni or sono da una azienda napoletana, coltiva intensivamente ortaggi, su un suolo mollemente ondulato, qua e là incavato da piscine e fino a poco tempo prima occupato dalla macchia vergine di rosella alta due metri: oggi, dopo la cioccatura (estirpamento dei tronchi e radici più robuste), le motoaratrici dissodano ed arano a permettere la semina. Anche qui la naturale fertilità del suolo opera il miracolo di campi superbi di frumento, piantagioni rigogliose di pomodori e carciofi. Il Direttore dell'azienda richiama i coloni intorno al nuovo centro agricolo e, facilitandone le condizioni di vita, fa di tutto per innamorarli alla terra anche nei mesi estivi più tristi, quando gran parte della gente migra dalla pianura ai monti nativi. Affezionati alla regione pontina sono i montanari dei Lepini e Ciociaria, così alcuni finiscono col tempo per stabilirsi nei centri prossimi (come i Volsci di Terelle radicati poi a Terracina), altri ritornano ogni anno, di generazione in generazione, nonostante il lavoro rude, i disagi di una vita nomade, e la Malaria, lo spettro pauroso che pare opporsi a qualsiasi impresa: a che serve tentare la bonifica agraria e idraulica, se non si riesce a trionfare sulla malaria? La malaria fa oggi meno paura che in passato: aumentata resistenza al flagello, mezzi preventivi e curativi ne hanno attenuato la violenza, così come recita un antico proverbio dei Volsci: «la malaria si caccia via lavorando il suolo e percorrendolo coi piedi. Oggi combattono la malaria con l'applicazione dei raggi X in tenui quantità, sistema inventato dal dottor Antonino Pais, che da una stazione radioterapica a Terracina, cura i casi ribelli ad ogni altra cura, malati da ogni parte dell'agro sottoposti gratuitamente al programma sperimentale di lotta antimalarica.