Mercoledì, Novembre 20, 2019

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La Sierra di Montemurro, verso est scivola in numerose collinette tondeggianti, fra cui la Serra della Monache e la zona più montuosa a nord, chiamata Serra, con le cime del Monte Agresto (1285 m) e l'altopiano di Santo Jaso (1299 m), dove è sorto un parco eolico di 36 aerogeneratori allestito da una società di Bolzano (produzione annua di 60 milioni di KWh); nella Sierra, già Santuario lucano, sorse la chiesa-santuario di Maria santissima di Servigliano, distrutta dalla frana, mentre il castrum Montis Murri, distrutto da ricorrenti terremoti come tutta la regione, risentì delle influenze migratorie paneuropee (franco-normanni, visigoti, vandali, longobardi, ispani, albanesi, bulgari, saraceni, gregoriani, angioini, aragonesi) e relative baronie feudali (sanseverino, montesano, borbone, savoia), che influenzarono lingua e credenze dei pre-esistenti popoli italici, Lucani ed Osci, dediti alla caccia-raccolta nelle selve, alla pesca nella marina e sui fiumi, e alla pastorizia sulle serra. Il villaggio iniziale vide poi il presidio-convento dei domenicani, la chiesa francese di san Rocco, la chiesa di Santa Maria del Soccorso annessa al cimitero e al canapaio e infine il municipio moderno. Montemurro fino al grosso terremoto fu centro per la concia delle pelli ed esportazione di cuoio, tessuti, funi in canapa e vasellame in ceramica, mentre oggi rinasce la coltura dell'ulivo e permacultura su piccola scala: la debole economia locale è trainata dalle numerose aziende boschive, sebbene il paese sia raggiunto dal gas metano. Il 16 dicembre 1857 il paese venne raso al suolo dal terremoto che ebbe epicentro in Montemurro (dai 7500 abitanti si giunse a 3655), evento che tardò di tre anni l'insurrezione lucana (o rivolta antiborbonica) capeggiata dal carbonaro Giacinto Albini, mentre il pastore Antonio Cotugno (Culopizzuto) fu a capo di una banda di briganti montemurresi che aderirono alla protesta antisabauda.. poi arrivò la frana del 1907 e il Terremoto dell'Irpinia del 1980, disastri che provocarono un'altra emigrazione transoceanica, svuotando il paese come tutto il sud Italia. Negli anni sessanta venne costruita una diga idroelettrica a sbarramento delle acque del fiume Agri che, sommergendo parte del territorio di Montemurro, Grumento e Spinoso, diede origine al Lago del Pertusillo, confluito nel Parco nazionale della Val d'Agri e Lagonegrese. Seba, tra i personaggi di Montemurro ricorda i contandini, i pastori mulattieri, i pittori napoletani, Giuseppe Capocasale detto Albionio Tagetano, precettore del re Ferdinando, famoso perchè rifiutò diversi vescovadi, ritenendo di dover operare in povertà la sua missione senza contaminazioni di potere; Maurizio De Rosa, capitano dei veliti a cavallo in Russia con Napoleone; Giacinto Albini, originario di Sarconi, fondò a Montemurro un comitato antiborbonico tra i commercianti montemurresi, per diffondere le idee di Mazzini in tutto il Regno di Napoli (Lucania, Puglia, Calabria, Cilento) e, sebbene condannato tre volte dalle corti borboniche di Napoli, Potenza e Catanzaro, riuscì sempre a evitare la cattura, rimanendo nascosto nella masseria della famiglia Marra, anche durante il terremoto del 57, quando sopravvisse sepolto dalle macerie per oltre 24 ore.. la caccia dei Borboni contro i rivoluzionari lo costrinse a trasferirsi a Corleto Perticara e, dopo dodici anni di cospirazioni, i rivoluzionari lucani insorsero contro i Borbone e annessero la Grande Lucania al Regno di Sardegna, Garibaldi lo nominò prodittatore della provincia di Basilicata con poteri illimitati, poi fu eletto parlamentare del Regno d'Italia; Leonardo Sinisgalli fu ingegnere, pubblicitario, poeta, collaboratore di Pirelli, Finmeccanica, Olivetti, ENI ed Alitalia (fondò la rivista Civiltà delle Macchine), Enrico Fermi lo voleva tra i suoi allievi, ma egli preferì la poesia all'atomica; Maria Padula, pittrice e scrittrice; Pascoal Ranieri Mazzilli, politico brasiliano. Montemurro confina con i comuni della Val d'Agri: Sarconi (7 km), Tramutola (13 km), Viggiano (14 km), Grumento (16 km), Spinoso (17 km) e Marsicovetere (18 km). Sarconi (Sarcùni in lingua lucana) ha valorizzato la sua secolare coltura del fagiolo (20 varietà diverse), celebrato nell'annuale Sagra del Fagiolo di Agosto: la leggenda narra che i villaggi di Moliterno e Sarconi nacquero dalle genti raccolte attorno alla torre longobarda, per poi divenire feudo di altri popoli nord europei (Normanni, Svevi, Angioini), fino agli Aragonesi Sanseverino di Salerno. La stessa linea di dominatori europei e successive baronie, possiede Grumento (780 m slm), paese sorto presso i resti di un antica città gregoriana (grumentum).. dopo la conquista francese, Tommaso di Saponara fu nominato da Giuseppe Bonaparte ministro del Regno di Napoli e, dopo il terremoto del '857 che provocò 2000 vittime, il suo nome si accosto a Grumento (Saponara di Grumento). Il paese di Armento sorge sulla via Galasa (greco Γάλασα), coinvolta nelle saghe della guerra di Troia: ha resti di antiche mura, templi dedicati divinità greche e una necropoli; poi, monaci basiliani si stanziarono in Val d'Agri, e Armèntos (Αρμέντος) divenne gregoriana, bizantina, poi dominio svevo, angioino e spagnolo.. nell'ottocento seguì le vicende dei moti carbonari, l'insurrezione lucana e infine la piaga dell'emigrazione. Corleto Perticara è un altra comunità lucana sorto su un colle, soggetta nei secoli a conquiste e colonizzazioni di vari feudatari, quindi finita nelle saghe e leggende dell'imperatore Barbarossa in rivalsa coi Normanni, a cui succedettero i Suebi, Angioini, Aragonesi e Riario, fino alla fine del sistema feudale. Corneto, suo primo nome, ricorda un sacro Bosco di Noccioli, mentre Perticara richiama le rovine di una colonia gregoriana, un massiccio fortino cinto da un profondo fossato con funzione difensiva contro le incursioni esterne. La roccaforte, che campeggia sul paesaggio circostante, fu distrutta dai bombardamenti statunitensi durante la ritirata tedesca del 1943.. oggi resta solo una cisterna sotterranea e sui ruderi fu costruito il nuovo Municipio: ancor oggi i corletani indicano la grande Piazza del Plebiscito, come la Piazza del Fosso. Negli anni successivi al dominio borbonico, Corleto fu un centro dell'insurrezione lucana contro quella dinastia che, dopo una lunga cospirazione, fu dichiarata decaduta il 16 agosto 1860 in Piazza del Fosso, rinominata quel giorno in Piazza del Plebiscito.. tuttavia, dopo quella data, il brigantaggio postunitario, finanziato dagli oppositori del processo di unificazione dell'Italia, trovò in Corleto irriducibili delusi. Allevamento e agricoltura (vini, latticini, tele, camicie e lenzuola in lino e canapa) si affiancano alla lavorazione della pietra, del legno e del ferro, alla carpenteria, produzione di calce e calcestruzzo, fino al 1989, con la scoperta di un vasto giacimento petrolifero su 30.000 ha di terreno boschivo già sfruttato nella produzione di energia eolica, che fece sfumare l'ipotesi di un Parco Nazionale dell'Appennino Lucano. Tra i corletani è diffusa la consapevolezza che il petrolio è causa diretta del declino demografico, dissipazione delle risorse, elargizioni clientelari di privilegi e favori senza fine: l'estrazione di idrocarburi a pieno regime comportano 50 mila barili di greggio al giorno, gas naturale per 250.000 m³, GPL e zolfo. Viggiano, un altro paese della Val D'Agri, ospita insediamenti preistorici databili al IV millennio, capanne della transumanza e necropoli dell'età del bronzo con tombe ricoperte da cumuli di terra e piccoli tumuli posti a semicerchio intorno ad essa: la capanna, ad est, possiede grandi contenitori interrati usati come depositi di bevande, mentre nella parte occidentale serbava derrate solide. Già da allora, sulle alture che dominano la Val d'Agri si sviluppò una fitta rete di fattorie rurali con associate piccole necropoli, l'attività economica prevalente era lo sfruttamento del territorio con terrazze di vite, olivo e graminacee dove possibile: in località Masseria Nigro, un grande fabbricato in pietra, provvisto di cortile centrale e diversi vani disposti lungo tre suoi lati, fu probabilmente un dormitorio neolitico simile ai puebla dei nativi americani, adibito poi a monastero nelle epoche successive, quando altre due comunità di monaci basiliani, si insediarono sulla vetta di uno sperone roccioso a picco sul torrente Casale (contrada santa Barbara), in fuga da Costantinopoli assediata dai saraceni. La leggenda vuole poi che il borgo passò di mano tra i feudatari normanni, longobardi, svevi e angioini, fino ai sanseverino e alle baronie francesi e spagnole: nel 1806 una rivolta filo-Borboni fu repressa con la fucilazione di 57 civili da parte delle truppe francesi al seguito di Gioacchino Murat.. il paese venne anch'esso distrutto dal terremoto del 1857 e poi ricostruito, poi ricolpito da quello del 1980; dopo l'unità d'Italia esplose il brigantaggio filo-borbone che, con lo spegnersi di ogni speranza, portò i capibanda a cercare l'espatrio, sulla scia dei molti migranti verso le Americhe, Australia e Sudafrica, che dimezzò la popolazione da seimila a tremila.. a fine 800 venne fondata a Viggiano la loggia Massonica della Val d'Agri, che affiliò più persone di quella di Potenza, mentre nel 1889, la nascente Banca Mutua Popolare divenne una delle più prospere della Lucania, ma durò solo due decenni, a causa dell'alto numero di morosi che si erano resi irreperibili con l'emigrazione all'estero. Da metà anni novanta iniziò lo sfruttamento petrolifero del territorio da parte dell'ENI, con la costruzione di 42 pozzi petroliferi e del Centro di prima raffinazione, dando vita alla più grande piattaforma petrolifera dell'Europa continentale: associazioni agricole e ambientaliste criticano royalties ed estrazioni che, secondo le loro denunce, impattano poco sull'occupazione e gravano molto su salute ed ecosistema. Viggiano, oltre che per i giacimenti di petrolio, è nota per l'Arpa italica, strumento musicale in legno di pero selvatico, usato per accompagnare i riti religiosi, i funerali e le feste dei lucani.. l'ultimo suonatore di Arpa di Viggiano, l'anziano Luigi Milano, racconta momenti pieni di emozione, di quando si guadagnava da vivere suonando l'arpa portatile per le contrade e le case lucane, nei periodi natalizi, durante le novene e in altre feste, accompagnato da un violino, voce e zampogne. Già nel 700 molti viggianesi si dedicavano al suono dell'arpa, tanto che il motto era: ho l'arpa al collo, son viggianese | tutta la Terra è il mio paese.. suonavano sotto il freddo ma si sentivano liberi come tanti arpaioli che, negli anni dell'emigrazione in Sud America, Australia e Sud Africa, in cerca di fortuna, portarono quest'arte in giro nel mondo, incontrando a volte nel loro percorso, rituali simili che provocavano negli arpisti sorpresa e scambi, di ritmi e motivi, come nel caso dei Buitisti e dei Pigmei della west Africa, dove l'arpa a otto corde e antropomorfa è detta Ngomo, ed usata ugualmente nei riti di passaggio, feste e funerali. Francesco Miglionico, arpista e violinista alla corte di Pietro II, Re del Brasile, racconta degli ensamble orchestrali che ebbe con suonatori di pluriarco e berimbau, sia brasiliani sia giunti dai regni filoportoghesi di Angola, Congo e Loango.. altri arpisti viggianesi giunsero alla Chicago Orchestra e altre città del mondo, dall'Austronesia al Giappone, Cina e Russia. Viggiano è adagiato sui fianchi scoscesi del Monte Sant'Enoc, il suo territorio include il Monte di Viggiano (1725 m, già Lucus dei Lucani, ospita il Santuario della Madonna Nera o africana), i Monti della Maddalena, il monte di Enoc (1476 m) con crinali punteggiati da dirupi ricoperti da boschi cedui poco accessibili (e pendici che ospitano i maggior pozzi petroliferi), il monte Volturino e un paio di affluenti del fiume Agri: qui i ruderi di diversi mulini costruiti nel tempo, testimoniano l'antica forza delle acque di questi odierni ruscelli, che alimentavano le Fontane dei pastori. I boschi coprono il 35% del territorio e son costituiti da varie specie di cerro (Quercus cerris, quercus delechampii, quercus lanuginosa), farnie e, nei luoghi più umidi, pioppo, salice ed acero. Sopra i 1000 m prevale il faggio associato all'abete bianco, rifugio di una ricca fauna come lupo appenninico, volpe, lepre, riccio, scoiattolo, daino, cinghiale, nibbio bruno, nibbio reale, poiana e gheppio. Il popolamento delle aree rurali è influenzato dalla quota altimetrica, al salire dell'altitudine descresce la popolazione: a fondovalle, pianeggiante e irriguo, sta un fitto reticolo di fattorie e masserie abitate, con case coloniche in pietra provviste di porticato e una torre colombaria a pianta quadrata; ad altitudini fino a 1000 m sta il centro abitato, vigneti, uliveti, prati e boschi cedui, mancano le masserie, e le case coloniche sono simili ma più piccole di quelle a valle; oltre i 1000 m stanno i pascoli, i boschi cedui o ad alto fusto (più in alto), i suoli improduttivi, rare coltivazioni sui terreni meglio esposti e scarsa o assente popolazione, fatta di qualche eremita e pastori di ovini, bovini ed equini. Come tutti i paesi situati in una conca intermontana appenninica, quale è l'alta val d'Agri, Viggiano ha un clima continentale, cioè inverni freddi e ventosi ed estati calde e siccitose, in quanto poco esposta all'influenza marina; le piogge abbondano nelle zone montane e decrescono rapidamente fino a fondovalle. La stagione secca inizia a metà luglio e termine a metà settembre ma, negli anni siccitosi, può protrarsi da metà giugno a inizi ottobre, aumentando il rischio di incendi. Da metà ottobre a fine maggio la pioggia è frequente, il terreno resta fangoso e melmoso nelle zone montane, con rischi di possibili smottamenti e modeste frane, inoltre in questa stagione, vi sono foschie dense al mattino e banchi di nebbia fitta nelle ore notturne. Sopra i 1200 m, durante l'inverno e nei mesi di maggio e novembre, possono verificarsi nevicate di breve durata, mentre in montagna lunghe tempeste di vento o pioggia, rare tormente, e il terreno può risultare in permanenza ghiacciato nelle zone a nord; frequenti sono le gelate invernali, più intense in montagna, con brina che persiste anche molte ore dopo l'alba nei punti non battuti dal sole.

La Madonna Nera di Viggiano è una statua in legno d'olivo di incerta datazione, interamente dorata eccetto nel volto, raffigura una Madonna in costume greco con in grembo un bambinello: data la sua antica connessione ai feticci sacri d'Egitto e dell'Africa in genere, fu incoronata Regina e Patrona delle genti Lucane (cioè abitanti dei boschi) dal papa Giovanni Paolo II, nel 1991, durante la sua visita in terra lucana. La prima domenica di maggio è traslata dalla chiesa Madre con una solenne processione attraverso un percorso di 12 km e mille metri di dislivello, fin sulla cima del Sacro Monte Viggiano, dove ha sede il Santuario-tempio; la prima domenica di settembre la Madonna percorre il tragitto inverso con identiche modalità, la festa dura tre giorni, dal sabato al lunedì, con migliaia di pellegrini lucani e campani, un grande mercato e concerti di musica d'arpa e flauti Pan. I suonatori d'arpa viggianesi sono rappresentati nei presepi di Napoli e rivivono oggi nella scuola dell'Arpa Popolare Viggianese (azienda Salviharps, leader mondiale nella costruzione di arpe), e nel festival d'agosto di arpe e flauti. Il paese Lauria deriva il suo nome dai boschi di Lauro, santuari naturali di slavi e lucani, in cui venne edificato il primo castello, mentre i bizantini (grecoromani, gregoriani) chiamarono laurion il contenitore per l'olio posto sotto il torchio. Lauria nacque dunque attorno al santuario dei Lucani (poi laura basiliana, monastero), finchè i Saraceni, stabiliti nel rione Ravita (arabo Rabit, zona annessa), costruirono il Castello con borgo, divenuto in seguito sede di un feudo normanno, e centro di artigianato e commerci. La sua storia si intreccia con l'impero gregoriano, quando Michele, imperatore di Bisanzio (Istanbul), diede alla città il simbolo del basilisco con la scritta Noli me tangere (nome pur della pianta-fiore balsamina, detta begliuomini).. distrutta dai Visigoti, Vandali e Turcomanni che presero l'impero di Costantino.. venne così abbandonata dalla popolazione che si spostò nel quartiere Ravita, ai piedi della torre costruita dai Saraceni per sorvegliare le incursioni e, in seguito, sostituita dal castello dell'ammiraglio aragonese Ruggiero di Lauria. Fu così che Lauria divenne centro politico ed economico della Valle del Noce e della Grande Lucania.. si susseguono leggende e saghe di capostipiti di baronie normanne, sveve, aragonesi, angioine, fino a Guglielmo d'Altavilla, che aggiunse un Lauro sullo stemma a fianco del basilisco, e fece insediare una laura di monaci basiliani sulla sommità del colle Armo, al fine di formare il popolo alla sua nuova politica e religione: tale chiesa sarà poi distrutta dalle truppe napoleoniche del generale Andrea Massena, e poi ricostruita come santuario della Madonna dell'Armo.. le bolle dei papi autorizzarono altri monasteri durante il dominio dei Sanseverino, poichè naturale centro di transito per scambi commerciali e flussi migratori tra Campania e Calabria, divenendo sede vescovile de facto; subì una battuta d'arresto con la peste del '600, dove morì un quarto della popolazione, poi col massacro di Lauria del 1806, dovuto alla resistenza borbonica contro l'avanzata napoleonica, conseguenze di questa repressione furono l'incendio dell'archivo cittadino e il trasferimento di tutti i presidi statali (ospedale, tribunale e caserme) a Lagonegro. Durante la Seconda Guerra, Lauria subì il bombardamento di aerei statunitensi, per la distruzione del comando tedesco, ma perirono molti civili.. sempre qui, nel 1973, avvenne il pagamento del riscatto e successivo rilascio, del nipote del petroliere Jean Paul Getty, allora l'uomo più ricco del mondo, operato dalla 'ndrangheta. Oggi Lauria, per sua vocazione, è centro principale e più popoloso dell'area, con territorio rurale più popolato del centro cittadino; simbolo del comune resta il basilisco aggrappato a una pianta di lauro con la scritta 'Noli me tangere (non mi toccare), avviso ai forestieri sulla fierezza antica dei suoi abitanti. Nel territorio lauriota s'innalzano le vette del massiccio Sirino (2005 metri), innevate buona parte dell'anno, le fresche sorgenti del Sinni, due laghi e giacimenti petroliferi.. il dialetto lauriota nasce dalla fusione delle lingue dei monaci bizantini (gregoriani) e delle genti slave autoctone, divisione sociale che si rispecchia nel rione castello (u castiddu) e nel borgo (u burgu). Piatti locali sono la polenta con salsa di pomodoro, le variopinte minestre rustiche a base di verza, costine di maiale ed erbe di campagna, oppure il capretto alla brace o al forno, con contorno di funghi, asparagi e cime di rape. Infine, prodotti dei pastori del monte Sirino sono i formaggi, ricotte fresche e stagionate, salumi e salsicce. Nelle varie stagioni arrivano poi i Taralli, focaccia bianca o al pomodoro (pizzàtulu), dolce invernale di riso, cioccolato, uva passa e sanguinaccio.