Lunedì, Ottobre 23, 2017

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Antropologia in pillole, dall'evoluzionismo al postmodernismo, alla demo-etno-antropologia euro-africana

A metà '500, Michel de Montaigne criticò l'eurocentrismo e riconobbe il valore delle usanze di ogni popolo. Nel '700 invece, a seguito delle conquiste geografiche (e colonizzazione dei vecchi territori della Grande Tartaria) appare l'opposizione selvaggio/civile, a giustificazione dell'atto di conquista.. mentre nell'illuminismo emerge l'esotismo, ovvero il collezionismo e imitazione di ciò che viene da lontano, nel tempo e nello spazio. 
Primo antropologo britannico è considerato E.B. Tylor (1832-1917), studioso da tavolino che analizza le testimonianze di altri viaggiatori e ricercatori, comparando e ordinando secondo il nascente paradigma evoluzionista nato dai filosofi illuministi (Hegel, Comte, etc) e diviso in tre stadi: magia, religione, scienza. Taylor userà questo paradigma anche nel classificare la religione in tre stadi: animismo, politeismo e monoteismo, al fine di giustificare la superiorità civile del suo impero britannico, considerato da Taylor l'ultimo stadio di tutta la evoluzione culturale!   Invece lo statunitense L.H. Morgan studia sul campo la Lega degli Irochesi (1851), dove analizza i rapporti di parentela/potere, e li distingue in due sistemi: 1) descrittivi (distinzione tra consanguinei), 2) classificatori (il termine padre indica tutti i consanguinei maschi, verticali e orizzontali, così, mancando un reale potere esterno, le parentele sono più forti in quanto padre-zio-fratello non sono distinti. Nel libro 'La società antica', 1877, Morgan analizza le tecniche di sussistenza che elabora in tre stadi: caccia-e-raccolta, agricoltura-allevamento, scrittura-tecnologia.
Il britannico James Frazer (854-941), anche lui antropologo da tavolino (ovvero, si serve dei resoconti di altri ricercatori), nel 1890 scrive 'Il Ramo d'Oro, studi su magia e religione', giunto a 15 volumi nel 1915e poi riassunto in un volume nel 1922.
Franz Boas (tedesco emigrato, e divenuto il padre dell'antropologia Usa) va sul campo e studia amerindi e Inuit del Canada; lascia l'evoluzionismo e metodo comparativo passando al metodo storico, elaborando la teoria del particolarismo culturale (tutto e relativo al contesto di riferimento, dunque contestualismo). Boas smentisce la falsa equazione: culture primite=semplici, quando analizza le lingue dei nativi (pubblica il primo dizionario) che scopre complesse, influenzando così la futura generazione di antropologi Usa, i quali da ora si attengono sempre ai fatti, in analogia al pragmatismo di Dewey; trai i suoi studenti ricordiamo Kroeber, Ruth Benedict e Margaret Mead (1978).
Maregaret Mead studia i giovani delle Isole Samoaper capire come la personalità sia modellata dalla società (configurazionalismo), dove l'insieme configura e modifica le parti che lo costituiscono.
Malinowski, polacco emigrato in Usa, studia le isole Trobriand vicine alla Papua Nuova Guinea, ed elabora il funzionalismo, ovvero chiarire la funzione che svolgono le varie pratiche nel contesto in cui sono sorte. Qui la cultura diviene risposta più efficace di quella biologica, che gli uomini elaborano per sopravvivere. Malinowski scrive 'Argonauti del Pacifico', nel 1922, libro in cui analizza la cerimonia del Kula, conchiglie rosse e bianche scambiate tra gli abitanti di varie isole assieme a oggetti utili, per creare legami solidali per tutta la vita. Il Kula come metafora, permette di cogliere il senso di tutta una cultura. In Francia nascono le strutture universali (strutturalismo) come contro-altare del relativismo britannico. Emile Durkheim (1947) fonda la sociologia e considera l'antropologia un ancilla di quella, poichè, anche lui studioso da tavolino, riporta ogni fatto alla società, intesa come entità superorganica che nasce dalla somma degli individui, ma poi li trascende come nel caso dello Stato (leggi fatte dai singoli e poi imposte a tutti). Marcel Mauss, sempre in quest'ottica, scrive il saggio sul dono (1923), dono che ha potere magico (grazie al mana circolante) se è frutto di uno scambio.
Claude Levi-Strauss (1908-2009) elabora meglio lo strutturalismo, poichè lui pensa che gli elementi culturali elaborati dagli esseri umani siano in numero limitato e, pur in diverse combinazioni, sono presenti in tutti i gruppi umani in quanto patrimonio, come le lingue, della struttura di fondo della mente umana, ovvero simile per tutti: Levi-Strauss unisce le teorie di Freud e poi di C.G. Jung (teoria dell'inconscio collettivo) alla sua antropologia sul campo, ad esempio, la proibizione dell'incesto, le basi del linguaggio verbale e non-verbale, le regole dello scambio economico, corrispondono a strutture logiche universali della mente umana. Dopo di lui prende corpo l'antropologia della surmodernità di Marc Augè, l'antropologia marxista e il postmodernismo ermeneutico (ermeneutica, letteralmente è la scienza dell'interpretazione), in cui un antropologia interpretativa sostiene che i fatti sono già interpretazioni della realtà da parte di chi opera tali fatti, e dunque le descrizioni etnografiche sono interpretazioni di interpretazioni, pura creatività che arricchisce narrazioni.
Capostipite dell'Antropologia in Italia, e fondatore della società italiana di etno-antropologia, è Paolo Mantegazza (1831-1910), medico che svolto ricerce sul campo in Sudamerica, India e Sardegna, facendo conoscere l'uso etnobotanico di piante come il Matè, il Guaranà e le foglie di Coca. Giuseppe Pitrè (1841) studia invece il folclore siciliano, Lamberto Loria fonda la rivista Lares (tutt'oggi esistente), mentre Ernesto De Martino (1965) diviene il maggior antropologo italiano conosciuto all'estero, per le sue ricerche e studi sul residuo di pratiche magico-curative in Lucania e Puglia, campo indagato anche da Alfonso di Nola, Tentori e altri. L'antropologia condivide diversi metodi di indagine (Storie di vita, interviste in profondità, analisi di testi, diari) con le altre discipline delle scienze umane, così l'osservazione partecipante serve a creare un empatia (consonanza cognitiva ed emotiva) al fine di conquistare la fiducia dei nativi o dei studenti, e permette di tenere il piede in due mondi.


L'abito fa il monaco, etnopedagogia delle maschere
Ovunque nel mondo, gli antropologi hanno osservato conflitti e negoziazioni (interazioni, scambio, rapporto win-to-win) tra mondo iniziatico e mondo dello spettacolo, cultura e religione, passato e presente, dagli amerindi agli aborigeni, dagli slavi ai bantu: ricreare il segreto iniziatico sulle scene musicali, permette all'immaginario simbolico di essere ripulito da incrostazioni del tempo, discriminazioni e false propagande, anti o pro.
Maschere okukwé, simili alle mukuyi o mukudji dell'etnia Punu, si manifestano durante le grandi occasioni sociali: sono l'incarnazione degli spiriti dei morti (mors, migonzi in lingua punu) tornati a visitare i vivi e regolare le dispute e le parole nel villaggio. Louis Perrois scrive: le maschere richiedono l'assistenza dei profani, donne e bambini, poichè la danza delle maschere è in realtà destinata a loro, così la loro presenza è necessaria per far esistere il segreto misterioso dei migonzi. Ecco il ruolo delle masque: mostrare e nascondere subito. il segreto iniziatico è più un affare di relazione che di contenuto in sè, esso esiste unicamente per le interazioni asimmetriche che soggiaciono e separano gli iniziati dai non-iniziati, gli infanti dagli adulti. La troupe dei danzatori ricrea col suo pubblico la dimensione simbolica della performance, usa cioè un codice iniziatico (il segreto) che permette la divisione tra il pubblico dei profani e la scena degli iniziati che escono via via con le loro maschere. Artificazione non rima con profanazione (la scomparsa del mistero e relativo potere simbolico), ma è ricostruzione del sacro/segreto oltre il suo ambito originario, con l'affermazione dell'autorità religiosa nei nuovi spazi raggiunti dalla performance. Julien Bonhomme descrive il corso del rituale Misoko, il ramo terapeutico della società iniziatica Bwete del Gabon (confraternita di divini-guaritori detti nganga). A seguito di una malattia per stregoneria, un laico può attraversare riti di passaggio che impongono una dieta di radice di eboga, una pianta emetica medicinale. Questa iniziazione segue un percorso segnato da tappe rituali che può portare il neofita a divenire guaritore-indovino e, a sua volta, avviare novizi sullo stesso sentiero di cura/formazione.
Appadurai, Olivier Givre, Pierre Saillèe, Andrè Mary, Julien Bonhomme e diversi altri etnoantropologi ed etnomusicologi tracciano il percorso esoterico che accompagna la patrimonializzazione del bwiti in Gabon, con le sue artificazioni per via musicale, e includente i dialoghi intercorsi tra politici, accademici, e attori stessi del mondo iniziatico/pedagogico, locale e globale. Se ci si basa sulla distinzione tra profani ed iniziati, allora avremo la seguente lettura: da una parte gli artisti non-iniziati che si apparentano agli oggetti rituali sacri nella scena moderna, sono visti come i migonzi, gli antenati tutelari della confessione religiosa, chiamati a incarnare sul palco itinerante in terre straniere, l'antico adagio trasversale al regno umano: Sapere e potere, dove inizia l'uno, dove finisce l'altro? dove s'incontrano la patrimonializzazione e la sacralizzazione? br> La world music, dai rapsodi ai rapper, è la marcia ibrida di questo rapporto complementare tra scena musicale e scena rituale, arte e religione: artisti o politici che fanno iniziazione, e iniziati che diventano artisti. Un Giano bifronte, come il caso delle chiese pentecostali, dove spesso la ricerca della guarigione divina guida è stimolo primo all'appartenenza religiosa, rivelando ancora una volta che l'artificazione, tutt'altro che dequalificazione, è, in ultima istanza dispiegamento e diffusione del sacro.

Storia del rapporto tra arte e confraternite Bwete
17 agosto 1960 Leon Mba dichiara indipendenza del Gabon e diviene primo presidente, sullo sfondo respira la comunità bwitista, nata dai gruppi Mitsogo e Apinji del centro-sud, che diffondono la musica rituale iniziatica tra i popoli vicini e presso i Fang del nord, che la sincretizzano col cristianesimo, religione di stato a cui Leon Mba resta connesso per rimanere in politica, mentre il bwiti appare religione dei villaggi e dei quartieri... Nasce il museo nazionale di arti e tradizioni del Gabon, costitutito da collezioni etnologiche ed etnomusicologiche di Pierre Saillèe, Herbert Pepper, Loius Perrois, e altri, dove si incentiva anche la ricostruzione di un tempio della confraternita bwiti dei Mitsogho, in cui valorizzare un repertorio di espressioni musicali cerimoniali per la costituzione di un patrimonio culturale nazionale eterogeneo. Vengono promossi studi e ricerche etnografiche che daranno al Gabon il primo posto nella patrimonializzazione del bwiti. Albert Bernanrd Bongo sale al potere nel nov. 1967, col nome di Omar Bongo, nome di battesimo islamico che segue il suo programma di unità nazionale, sopra le tribalità claniche ed etniche. Sono gli anni 80, periodo in cui la  patrimonializzazione del bwiti si confronta con la propaganda denigratoria diffusa nei media dalle chiese evangeliche in espansione, in forte competizione con le locali confraternite bwitiste; a difesa di quest'ultime restano solo il Museo delle tradizioni del Gabon e diversi artisti e accademici che conoscono il gioco della manipolazione diabolica delle informazioni. Così nel 2000, il museo, gli accademici e i fedeli bwitisti rilanciano il festival Bwiti, che porterà alla patrimonializzazione della pianta sacra iboga usata nelle cerimonie religiose, ma dimenticherà i riti stessi delle confratgernite bwiti: etnografi e farmacologi di tutto il mondo diffondono il messaggio terapeutico del bwiti e della sua pianta, che interesserà le case farmaceutiche solo per il potere disintossicante dell'iboga.. nel frattempo nasce la musica tradi-moderna, fusione di strumenti locali e globali, teatri spettacolari e oggetti/costumi cerimoniali. Ad essa si affianca l'artificazione, cioè la riqualificazione dell'iniziazione religiosa ad opera di musicisti non-iniziati.
Pierre-Claver Akendenguè nasce nel 43 e assiste a cerimonie di elombo e bwete, al fianco dello zio, iniziato, guaritore e suonatore di ngombi. Pierre subisce il fascino della mitologia dei Myènè (Elombo, ndjembè e ivanga sono riti iniziatici Myènè), e così parla nel 1983: in Africa la musica popolare e profana sovente riflette la music iniziatica riservata a uomini e donne che hanno il privilegio di avere una conoscenza esoterica iniziatica. Allora come hai fatto a conoscere tale musica senza essere iniziato? ogni infante in africa è immerso in correnti di grazia mistica, così la mia musica è una iniziazione e io sono un reporter.. Elombo pone l'accento sulle esperienze di possessione, mentre il Bwete sulle esperienze di visione.  Nel suo album, Pierre Claver ripercorre il viaggio dei banzi al paese de defunti antenati, dove la tradizione religiosa si nutre del sapere etnologico e dei discorsi africanisti del tempo.. ma egli non procede con spettacolari scene mascherate e simboi/formule dei bwitisti, bensì afferma uno stile musicale sobrio con la chitarra.
Pape Nziengui, il profano virtuoso, capace di suonare al contempo due arpe, una con ciascuna mano! Lui valorizzo la ngombi, anche lui come Akendenguè, ebbe prossimità con villaggi e registri iniziatici. Dopo un viaggio all'estero anche lui realizza l'importanza di mettere in musica sia le strutture dei viaggi iniziatici sia estatici (musica emigrazione, passaggio di memorie e narrazioni). Augustin Nziengui nasce nel 58 in un villaggio presso Moulia, capoluogo della Ngouniè (provincia del sud Gabon), in una famiglia di agricoltori Mitsogho abitutati al dominio iniziatico e con padre harpista di cerimonia, fu allevato alla scuola cattolica che, a causa di infermità, fu costretto a interrompere e ad avviarsi a un piccolo commercio in Moulia pur continbuando a risiedere al villaggio di Bieda. Durante le spedizioni del padre in foresta, egli apprende per mimetismo e prossimità iniziatica, a far suonare il suo strumentoe riprodurre le sequenze musicali delle cerimonie che osserva. Mai si inizierà pur assistendo a riti di cura e di sogno presso i guaritori. Amerà suonare le arie del Bwete, conoscendone i ritmi senza comprenderne bene la 'verità, come il beti Mathurin Rempano, descritto da Pierre Sallèe, che diceva di suonare alla maniera dle bwiti pur senza decodificarlo. Così Pape Nziengui narra del suo rapporto ambiguo col bwete iniziatico: bene, presso il villaggio per suonare questo strumento bisogna essere vaccianto (protezione mistica ottenuta a mezzo di un rituale), ma io posso suonare fino alla morte, e suono la mia citara che di solito è suonata nelle cerimonie funebri per accompagnare l'ultimo viaggio di un vecchio.. un saggio appena vide che io suonavo mi disse: io io posso iniziarti per trasmetterti i doni che conosco, ma io dissi: papa non posso accettare perchè io voglio essere libero di spaziare fuori delle vostre lotte intestine che attraversano il villaggio. Papa Nziengui narra di un fatto d'infanzia, quando assieme degli amici ando presso un fiume a suonare la sua arpa, una sirena venne attirata, riprova del suo legame con le entità mistiche del mitema del sud Gabon.Le sirene, nel folklore dei villaggi del sud Gabon sono génie femminili, già populari in Mouila, dove gli uomini forti e i bandzi convocano la sirena Murhumi per ottenere miracoli in cambio di offerte (Florence Bernault descrive la sirena come uno spirito del capitalismo post-millenario, la carne e il suo segreto, trasfigurazione del feticcio e dell'incertezza simbolica nel sud-Gabon, come nel caso del Bwiti misoko. La Sirena yaMwei è una figura onnipresente, rappresentata come giovane donna bianca e  associata alla lune, Ngonde, prima antenata (ancêtre) femmina, già descritta da Julien Bonhomme nel suo libro: Le miroir et le crâne. Le parcours rituel de la société initiatique Bwete Misoko. A fine anni 60 Augustin parte per Libreville dove ha uno zio che lo accoglie, e qui diviene subito conosciuto per la sua capacità di suonare due arpe al contempo, specie nei concerti. Così viene invitato ad animare le veglie e integrare un gruppo di danzatori e musicisti folkloristici mitsogo del suo quartiere, davanti a personaggi della radio, tv (RTG, Radio-Television gabonaise) non senza resistenze da parte dei musicisti moderni ancora refrattari alla musica tradizionale. Oggi Pape Nziengui è riconosciuto, in Gabon e dai media, come ambasciatore della musica bwitista pur con qualche resistenza di certi iniziati puristi nell'idea di legittimità. 


Regno di Loango
In Africa, Etruria e ovunque nel mondo, durante la nascita e strutturazione di uno Stato, emerge una nuova percezione dei rapporti tra territorio e uomini: il territorio appartiene ai vivi e ai morti (mors, antenati) della comunità; lo spazio occupato è sacralizzato, lavorato, organizzato e protetto finchè fruttifichi. Tale occupazione qualitativa dello spazio, diviene linea che separa dal chaos, poichè fa intervenire in permanenza la creatività dell'uomo, artista / artigiano, per la gioia del divino creatore. La linea sacra, mistica e religiosa con la terra, inaugurata in purezza di cuore dal re o dal nganga (sacerdote/sciamano), diviene percezione della nazione fisica e mistica, protetta e garantita dalle interdizioni ancestrali, al fine di garantire la prosperità del sole, della collettività, la forza dell'esercito e la pace sociale. In tale rapporto sacro con la natura, i numerosi santuari registrati sul territorio richiamano la vocazione perenne di questa coscienza politica per la gestione della terre nazionale collettiva: tutti i poteri sono organizzati in vista di questa finalità. Re e mfumu-nsi, maestri di terra e capi-clans, si strutturano in rapporto al potere e divengono capi di uomini, aristocrazia terriera. Il Regno di Loango, nelle sue fondamenta mistico-religiose, tecno-economiche e guerriere, traccia il cammino dei poteri e delle classi sociali di una società gerarchizzata e strutturata, dove in origine si trova l'aristocrazia dei maestri della terra (mfumunsi) e delle divinità claniche (Bakisibansi), e poi un aristocrazia di guerrieri, quella dei fabbri e conquistatori Buvandji, fondatori del rinnovo politico di Loango incarnato dal Ma-Longo (nuovo re) accanto a cittadini liberi, schiavi, artigiani, pescatori, guardiani e preti di santuari, maestri di scienze locali e divini guaritori (nganga). Lo Stato trova la sua forza e potere nella costituzione di un vasto territorio, sotto il controllo del re o attraverso una catena di rappresentanti locali e provinciali che fanno il tour delle province del paese per visionare la gestione dei Mani, governatori di province. Così il regno fu a volte ben amministrato grazie al senso politico (etica confuciana) dei mani ed inviati reali, assieme alla integrità politica, spirituale e religiosa del Ma-Longo. L'insieme di credenze, leggi e divieti fanno del re il depositario legittimo e gestore di un potere magico-religioso e spirituale, giudice supremo (ntotela), protettore del reame (ntinu); il Ma-Longo è maestro del potere politico della casta dei leopardi (ngo), re delle realtà umane e intermediario dei poteri soprannaturali; la gente di Loango ne fa un semi-dio integrato nell'ordine cosmobiologico di tutte le società iniziatiche, fuoco della terra, natura, vita collettiva che si spegne solo alla sua morte. Ma-Loango opera con un gioco di alleanze dei clans e delle etnie, dei boiardi e dei guerrieri, i mfumu-nsi, dominati e sottomessi ai Mani prima, e poi ai conquistatori buvandji che instaurarono i governatori di province e un potere centrale. Il re agiva sotto un protocollo e un etichetta rigorosa (ripresa pur nei templi), una maestà venerata dal popolo del suo reame, assai prima che la rovina del paese, causata dalla tratta négriera e dalle guerre di indipendenza dei clans ed etnie dell'interno, portasse alla sua destituzione. Annie Merlet scrive: come Nzambi-Mphungu (Nzambia-pongo), il re deve incarnare la perfezione tra gli uomini, bello, saggio, nobile, prolifico. Battel nel '700 scrive: il re è anche onorato col nome di Sambe Pongo, cioè primo antenato divino, taumaturgo, emissario delle nubi, responsabile di tutte i regolamenti della natura, in primis la caduta della pioggia. Il suo potere altrimenti è dispotico e arbitrario. Egli rileva le imposte solo per affermare l'autorità del re e dei fumu (nobili) sulle genti, così da mostrarsi munifico verso tutti i sudditi del regno, tali imposte dunque, sono un sistema di prestito simbolico che garantisce il mantenimento delle strutture sociali. Nel '900, la ribellione dei mfumu-nsi dei lignaggi e dei clan, privò il re di tali prestiti, così il reame si disintegrò, perdendo il controllo sui capiclan (maestri dell'aristocrazia terriera). La vita spirituale riflette le linee sacre sulla terre: il re, le divinità e il popolo del reame, viso-a-viso con l'oceano (principio maschile che dona la pioggia che cade sulla terra femminile, fecondandola) e poi, viso a viso con i geni che popolano la terre del reame, i Bakisi-Basi, onorati nei santuari (Tchibila, plurale bibila) e nei legni sacri, il cui accesso è interdetto ai mfumu e al Ma-Loango stesso. Leggi e divieti dei Vili di Loango, dette shiina, cioè cose da difendere, son incise su 5 tavole e indicano  la condotta degli uomini: la prima sezione è detta shinashivanganzaambi, ciò che è contrario al Creatore; la seconda sezione riguarda gli specchi magici (così la fotografia), solo il nganga Nzambi, veggente divino, può guardare in essi per scoprire il successore del capo di Loango, fatto a immagine di dio; la terza parte concerne la maniera con cui le madri devono correggere i loro figli quando questi parlano di Dio senza rispetto; quarta parte concerne l'osservanza rituale ogni 4 od 8 giorni: in tale giorno il re o i capi famiglia si astengono dai rapporti sessuali con le loro donne, non possono uscire dal villaggio e tenere discorsi; il curandero Ngangabilongo si astiene dal visitare i suoi clienti e le donne si astengono dal lavorare nei campi, è un giorno di digiuno e preghiera, direbbe Gandhi. Quinta parte include divieti, leggi, cerimonie e regole sulla maternità: una giovane figlia può avere rapporti sessuali solo dopo aver passato l'iniziazione di tchicumbi; i bimbi non possono pensare cose disoneste dei loro parenti. Oltre queste categorie, esistono divieti gravi, simili ai dieci comandamenti biblici: uccidere un uomo della propria tribù, commetter adulterio ripetuto, dare falsa testimonianza, etc. Infine sta la classe di proibizioni totemiche (matrimonio tra consanguinei, incesto, adulterio con la donna del re, disordini morali tra i giovani non ancor iniziati), la cui infrazione è punita dal Divino, il quale trattiene le piogge nella stagione in cui dovrebbero cadere; per riparare a tali cose, a Loango, vi sono due tipi di parole: Parole di Dio (dove la comunità deve riparare) e parole di uomo (solo il colpevole ne risponde). Il reame è posto su un insieme di leggi e divieti che regolano la condotta degli umani, le attitudini di pietà e devozione verso il re, le divinità, antenati e il dio cosmico. 

  Con l'arrivo a Loango del clan de fabbri Buvandji, appare nel reame una nuova opinione pubblica, un contro-potere al potere del re, tenuto vivo dai 27 clans originali di Diosso o Bwali, i clan del popolo Nkoongo che strutturarono la loro vita politica attorno al Ngalambembo, portavoce ufficiale dei clans Nkoongo a seguito del re, e che mantiene contatti permanenti con lui: lo avverte dei rumori, critiche, trame contro lui, e denuncia i fomentatori, è un informatore politico di primo piano che, poichè appartiene al clan originario, è adatto a orientare o dosare le sue informazioni che il re gestisce.. l'equivoco della sua posizione politica sta nel suo doppio gioco, dettato dai suoi interessi particolari, tra il potere reale e i clans Nkoongo. Mambomatchilwangu è il primo ministre del reame, vero intermediario politico che deve regolare i litigi, troncare le rivalità politiche, conservare i segreti o usarli contro gli avversari. Anche negli stati africani pre-coloniali esistono strutture di potere e contro-potere incarnato da una opinione pubblica dominata dalla nuova classe di conquistatori dei clans koongo che, sempre inclini alla destituzione del Ma Loango, si affidano al potere dell'opposizione sistematica al clan reale e al regnante: scortato dai capi del clans Nko-go, il Ngala Mbembo espose al re le decisioni prese nel Mfumutchibokuta (riunione dei 27 clans), avvertendolo della necessità di lasciare il potere a causa della lista dei malcontenti e orchestrate manifestazioni che il Ngala Mbembo ha organizzato con giovani ribelli per dimostrare il malcontento popolare.. se il re poi tenta qualche manovra per conservare il potere, Ngala Mbembo gli porta un ultimo avvertimento in stile mafioso. Il re tiene in conto sia i clans primordiali di Diosso, detentori del potere politico-religioso (organizzano cerimonie della regalità sacra, funerali di notabili, parole d'investitura politica, scorta e carri offerte inviate al santuario di Bunzi), sia del Mamboma-Ma-Tchilwangu, primo ministro, per assicurare la pace sociale nei paesi di sua governance. 


Pietro Sarvognan di Brazza nel Regno dei Teke / bateke  (scarica pdf: Arte tra riti ed estetica dell'Africa Subsahariana)
versi dell'esploratore scalzo: O terra del sole / Congo misterioso / O splendida valle / del re Makoko / cantate la fama / del comandante / monsieur de Brazzà.
Da cento anni l'Africa narra la sua leggenda e lo chiama nelle tenebre al suono del tam tam. Pietro l'italiano, l'esploratore buono, il bianco che nel '880, al termine di una lunga marcia di pochi uomini nella giungla, in una magica notte di luna, scoprì il fiume Congo vasto come l'oceano. Savorgnan di Brazzà, la maschera del colonialista gentiluomo che marciava scalzo e disarmato, ma metteva l'alta uniforme per incontrare i re color dell'ebano, che aveva dato alla Francia l' ultima fantastica terra incognita, ma dalla Francia era stato ripudiato per aver messo il dito sui crimini dello sfruttamento coloniale. I tam tam salutano lo Spirito dell'eroe che torna sul suo fiume, nel luogo che porta il suo nome, Brazzaville capitale della Repubblica del Congo. Le sue ossa, traslate dalla tomba di famiglia ad Algeri, sono state portate nel mausoleo in marmo italiano, e il 3 ottobre le genti d'Equatore gli portano omaggio solenne, dagli stati circostanti affluiscono tribù, re, capi di Stato, anche dalla Francia: qualcuno manomise la cripta dell'eroe per rubare alcune ossa, così i rappresentanti delle tribù Teké, che Pietro incontrò nella seconda esplorazione, denunciano l'incursione dei poteri forti congolesi con apposito aereo da Brazzaville per prelevare parte dell'ambita reliquia, e celebrare lo Stato per coprire i nuovi affari con le multinazionali. I Teké, vorrebbero seppellire le reliquie solo nei propri territori, mentre il presidente congolese cercò di farne il simbolo di unità fra le tribù divise del Congo. Attorno a questa maschera si riaccende il Grande Gioco in terra d'Africa: verità sommerse, crimini e dossier criptati, scandali e furti; come in tutti i gialli bisogna cominciare dalla fine, '898, quando la nostra maschera, quarantacinquenne, carica di gloria e invidie (quattro storici viaggi alle spalle), prende una nave per la Francia e scopre dai bollettini ufficiali di essere stato destituito dalla carica di governatore del Congo; uno sgarbo dalle lobby. Lui, l'europeo che aveva svelato in quattro viaggi il segreto di un continente, era ora inutile, tolto di mezzo per dare nuove terre in concessione, così Pietro, sdegnato, decide di chiudersi nella dolce Algeri, sua seconda patria. Si sposa, fa tre figli, ma è minato dall'amarezza e dalle malattie equatoriali, gli restano da vivere pochi anni; esce dal silenzio nel '901, quando Parigi pubblica un libro di elogio sulla politica della Francia in Africa. Pietro si indigna, vuole raccontare la sua verità, mette a punto una contro-relazione: se si divide il Congo in concessioni, presto si rovinerà tutto, è come se si mangia orzo quando è ancora erba. Il suo esplosivo documento s'insabbia, mentre trapelano notizie di orrori (indigeni fatti saltar con dinamite e copertura del governo sui funzionari responsabili, poi nasi, mani e piedi tagliati col machete, fustigazioni con pelle d'ippopotamo, rematori affogati, ostaggi lasciati morire ammassati in baracche, villaggi sterminati con la mitragliatrice, con la scusa della legittima difesa) e nel Congo belga gli uomini di Leopoldo fanno pure di peggio. Scoppia lo scandalo, i giornali sparano titoli forti, la Francia chiede verità e il governo traballa.. così, per calmare l' opinione pubblica, Parigi richiama in servizio l'eroe, per svolgere un' inchiesta sul terreno, ma lo circonda di funzionari pronti a depistarlo. Pietro ha mangiato la foglia, ma accetta egualmente: con letto e scrivania da viaggio parte, si muove felpato, capisce di avere ancora la fiducia dei neri; così, in un ballo tribale organizzato in suo onore, lo sciamano dei Teké gli fa capire a gesti, danzando, che ci sono prigioni e reticolati in cui la gente muore; Pietro Savorgnan capisce il messaggio criptato e può muoversi nella direzione giusta, verso le regioni del Nord, teatro dell'abominio. Pochi mesi dopo, a missione compiuta, s' imbarca per la Francia per raccontare ciò che ha visto, è esausto, tutti gli hanno remato contro, l'atmosfera è ostile, lui scrive una relazione e la chiude in un cassetto della scrivania portatile: il testo conferma le atrocità e accusa un sistema di sfruttamento (non persone), lui ha capito che il problema è politico-economico, non criminale. Hannah Arendt scrive: c'è un sistema che si serve di pionieri e uccisori di draghi, e poi li sostituisce con burocrati assassini, stessa pasta degli aguzzini di Auschwitz. Brazzà era un sognatore che aveva cercato il Congo dopo aver visto carta dell'Africa; a Parigi molti vogliono che quel dossier non arrivi mai. Pietro, già debilitato dall'ameba, si ammala e  vien sbarcato con febbre a Dakar, dove muore il 14 settembre '905, mentre il dossier viene sottratto da un funzionario e insabbiato: la stessa mano che occulta, glorifica. Parigi proclama voler seppellire Brazzà al Pantheon, ma la moglie rifiuta l'onore, utile solo ad alleggerire la coscienza del potere, così Pietro è sepolto ad Algeri, nella sua cara Africa e la Francia si auto-assolve con fiumi di retorica, mentre inaugura la mitragliatrice proprio  contro gli indigeni congolesi; l'Italia pur ignora la lezione  del suo grande figlio, e s'imbarca nell'avventura africana che finirà nel disastro di Adua, mentre  la Grande Guerra infiamma l'Europa e le potenze industriali, affamate di colonie, inizieranno a divorarsi tra loro; tutto continua come prima: il fascismo usa i gas contro l'Etiopia, spedisce in Africa proconsoli assassini e dimentica il mite Pietro Savorgnan, scopritore del fiume Congo, che pure aveva surclassato in stile i più famosi Stanley e Livingstone.. ancor oggi a Parigi,  i nipoti della lobby coloniale coprono di silenzio la denuncia dell'esploratore rompiscatole: lo sfruttamento selvaggio del Pianeta da parte di un collettivo del capitale, mentre i pronipoti del mitico re Makoko vivono da barboni a Parigi, clandestini come Romaric N'Guaioulou, figlio di re Gaston, finito ucciso nelle guerre intestine della Repubblica del Congo. Gaston N' Guaioulou aveva rilanciato la figura di Savorgnan per ridare dignità ai Teké, popolo antagonista al potere assoluto di Sassou N'Guesso. E oggi, esattamente come il padre e gli antenati, anche Romaric ha nostalgia del Grande Spirito Bianco, e vorrebbe che alla cerimonia del mausoleo fosse presente tutto il suo popolo, discendenti di chi, oltre un secolo fa, incontrò l' esploratore nella foresta. 

Il 3 ottobre l' Africa Nera onora un bianco del tempo coloniale, esploratore scomodo che la Francia ingrata destituì per avere mano libera sul caucciù, il legno e il petrolio. Se il colonialismo avesse seguito la strada di Pietro esploratore scalzo italiano, e non quella feroce e sfruttatrice dello scozzese Stanley, l'Africa non sarebbe diventata il continente dei genocidi etnici e della fame, e l'Europa non si troverebbe di fronte a riflussi di terrorismo, conflitti di civiltà, invasioni di clandestini e banlieues in fiamme.. se a Parigi e Marsiglia i rappers franco-congolesi urlano rabbia per il tradimento di liberté, égalité e fraternité, in Africa la leggenda dell'eroe bianco torna e cresce, i bardi africani celebrano le sue avventure sotto la luna e ne fanno il simbolo vivo di una vera libertà, eguaglianza e fraternità, fugando le paure che son come le stelle, ci sono sempre anche di giorno, solo che di notte brillano più chiare.

Téké o Bateke, noti anche come Tio, sono un'etnia bantu presente nella Repubblica del Congo, (20% della popolazione) Congo Zaire e nel Gabon.  Lo Stato Teke era chiamato dai Portoghesi col nome di Anzico (uno dei titoli del mani Congo nel '535) poi nel '620 il regno Anzico divenne indipendente fino alla conquista europea nel '875. Il sovrano del regno Teke ebbe il titolo di Unca Macoco, e i suoi riti d'intronizzazione erano simili al quelli del Ma Loango, discendenti ambedue dal primordiale clan Nguunu. Il defunto Presidente Omar Bongo era un Teke, si chiamava Bernard prima di convertirsi all'islam nell'anno dell'ingresso del Gabon nell'OPEC: molte foto lo ritraggono assieme al Papa Wojtyla, Fidel Castro e Mao Zedong. Il mezzo milione di Teke della Rep. Del Congo sono chiamati Mbéti, Tégué e Nzabi.  La leggenda li vuole comuni discendenti da Nguunu, antenato della maggior parte delle popolazioni del Congo. Successori dei pigmei (négrilles) nell'occupazione del Congo-Brazzaville, i Teke discendono dai fondatori del loro Regno, storico rivale del Regno Kongo. Makoko di Mbé (Mbé è capitale del regno, mentre makoko è il titolo del sommo patriarca o nganga di una tribù di etnia Teke) firmò il 3 ottobre '880  uno storico accordo con Pietro Savorgnan di Brazzà, dove il Makoko di Mbé mise il suo regno sotto la protezione della Francia: Il Makoko, spinto dai commerci e dalla possibilità di indebolire i suoi rivali, firmò il trattato e permise un insediamento francese a Nkuna (ribattezzata Brazzaville), sulla riva destra del fiume Congo, due anni dopo Parigi promulga la legge che ratifica il trattato d'amicizia, e stanzia i fondi per una nuova spedizione. Pietro, tentando di raggiungere l'oceano da Franceville, scopre infine le sorgenti dell'Ogooué coronando un sogno, poi, di ritorno in Francia, rende note le sue scoperte con riunioni pubbliche e stampa. Un anno dopo il capo tribù della riva sinistra firmò un Trattato con Henry Morton Stanley, sancendo la propria indipendenza dal Makoko di Mbé e ponendo tale riva del fiume sotto la protezione anglosassone.
   In Gabon i Teke sono una minoranza, circa 54.000, stanziati nella provincia di Haut-Ogooué e noti per la produzione di monili, oggetti decorati e scultura di maschere e statuette destinate a riti apotropaici o raffiguranti antenati, dove il corpo dell'oggetto è scavato per consentire l'immissione di sostanze magiche o medicinali. Il fiume Ogooué nasce nell'altipiano Batéké e attraversa per 1200 km il Gabon, bagna Lambaréne e sfocia a Port Gentil, seconda città grande: ma prima passa l'Amazzonia africana e l'altipiano du Chaillu, in cui raccoglie l'eco di musiche armoniose del Buiti, mentre donne e bambini camminano ai bordi della fitta foresta, sul ciglio di arterie stradali nazionali, là dove si incontra la linea virtuale dell'equatore e si cambia spesso emisfero. Un tempo le terre bagnate fiume Ogooué, abitate da popolazioni pigmee e altre etnie, erano accessibili solo per via fluviale: re Nkombé nel '866 aprì le porte del suo villaggio, Adolinanongo, ai primi europei, poi dopo la sua morte cade in disuso fino all'arrivo di Schweitzer e dell'ospedale per lebbrosi che vi costruirà. Lambaréné è il sito più conosciuto e visitato del Gabon, già prima dell'arrivo del dottore, filosofo e premio Nobel, perché crocevia di scambi sul fiume e sui laghi circostanti, teatro di numerosi scontri etnici e sede strategica della tratta. Il dottore è sepolto sotto un albero, accanto alla moglie, nell'ospedale-villaggio (ora gestito da una Fondazione), che lavora alla ricerca di un vaccino contro la malaria e accoglie i forestieri offrendo loro anche la possibilità di coltivare un orto, mentre le donne pescano, aironi e cormorani volano su siepi rigogliose di papiri, foglie parassite si avvinghiano agli alberi da selva e, sul fiume, rimorchiatori trascinano legni pregiati, masserizie e passeggeri verso Port Gentil e il mondo intero.


Maschere e musica nei regni Kongo e Loango (detti Luso-congolesi)  (vedi pdf: Arte tra riti ed estetica dell'Africa Subsahariana)

nelle zone di influenza culturale Kongo l'arpa cede il posto al pluri-arco, fatto con corde di crine di elefante o fili di palma e affiancato a tamburi, xilofono, scacciapensieri, flauti, sonagli e campanelle tintinnati a cavigliere, polsiere, braccioli, cinture e spalliere tunguse.. il pluriarco dei Vili del Congo Brazzaville (antica Loango) è detto nwonbi, mentre in Angola è detto nsambi e accompagna le danze Ndembo di San Salvador, la sola musica ammessa al paese dei morti, dove gli iniziati al ndembo la danzano.. Nsambi è strumento mediatore con i bakisi nella danza Liboka di Loango, simile al Bwiti del Gabon: dura tutta la notte e il pluriarco ha il posto dell'arpa.. alte capigliature di piume sono indossate dai Nganga Vili della Liboka e trovano analogia con la tiara di foglie di banano portanto dal nganga Tsogo specializzato nelle danze divinatorie del bwete misoko

Il cristianesimo lusofono aiutò la propagazione della civiltà Kongo, intervenendo nelle battaglie religiose tra le varie fazioni pro e contro la costruzione di chiese e cattedrali: Clemente VIII decise di creare una diocesi nel territorio Kong, dove il 20 maggio del '596 la chiesa di San Salvador divenne cattedrale, cioè cattedra sulle altre, che necessitò di 700 schiavi domestici e finanziamenti da commerci poco legali, dove il clero locale venne formato da canonici, francescani, dominicani, gesuiti, carmelitani, agostiniani.. la domenica e i giorni di festa gli africani facevano servizio divino nelle chiese di tutte le colonie, riproducendo i fasti musicali religiosi dei centri europei (Spagna, Bisanzio, etc.), con canti polifonici e tecniche d'improvvisazione, che si fusero alla polifonia africana dando vita a una convergenza di stili e melodie di due continenti.. la polifonia della costa dei Gabon somiglia bene ai cori delle società iniziatiche femminili Myene, dove l'improvvisazione presenta la successione: versetto libero lanciato alla maniera gregoriana, e salmo responsoriale polifonico; nei canti del Gloria la struttura melodica dei versetti segue la forma ad arco luso-gregoriana dove la tipica africana è discendente. La risposta è invece una coloratura magnificata attorno alla voce principale, stabilita sulla scala musicale dei Myene, e realizzante un'armonica fusione tra polifonia africana e stile ecclesiastico lusitano. L'incontro tra culture europee ed africane (Egitto, Abissinia, Kongo, Ashanti, etc.) sotto il segno cristiano degrada nell'epoca della Tratta, quando popoli nordeuropei contrastano il monopolio portoghese dei commerci e l'evangelizzazione di francescani e cappuccini inviati da Roma nel '645.. Il commercio triangolare (europa, africa, america) venne in qualche modo mitizzato nel viaggio con piroghe aldilà, dove i figli dei capi clan locali salivano a bordo delle navi alla volta dell'Europa e Americhe, e molti, seguendo studi nelle università gesuite, divennero medici, seminaristi e avvocati.. dopo la battaglia di Ambuilia ('665)  i portoghesi lasciano SanSalvador e il cristianesimo pian piano scompare dal reame.. la tratta degli schiavi emerge forte e si concentra sulla costa di Loango e l'estuario del Gabon, gestita sopratutto da olandesi, francesi e inglesi, guidati dal protestantesimo capitalista e orientati al nuovo mondo di piantagioni-ghetti, snobbando il metissage culturale dei lusofoni. Poichè la civiltà Luso-congolese funzionava con molteplici intermediari, alcuni gruppi di neri autoctoni conservarono il cristianesimo meticcio e sincretico voluto dal primo clero alla corte del Makongo, così, fuori dal controllo straniero, diverse chiese e cappelle sincretiche sopravvissero e furono ritrovate secoli dopo: missionari francesi scoprono una comunità a Maguenza, una colonia di abitanti della provincia di Sonyo che, traversato il grande fiume, vennero accolti dal re di Kakongo e invitati a stabilir qui il loro quilombo; altrove i cappuccini italiani trovarono cappelle della vergine e san antonio con meticci e neri che intonavano canti e cori nella lingua locale, finito un canto ne iniziavano un altro, in una seduta assai lunga: contenuto dei canti, tono di voce e attitudine, tutto esprimeva il sentimento dei cuori penetrati (coeurs penetrès), del cuore unico di un gruppo e del metissage culturale, ideale del rinascimento.. nel '856, in viaggio dal Brasile al Gabon, Du Chaillu descrive un identica civiltà musicale congo-lusofa su entrambe le coste dell'Atlantico, ovvero una devozione popolare latina che accoglieva e si fondeva con le analoghe forme delle religioni animiste africane, devozione popolare pure denigrata dai puritani protestanti, che descrivono ad esempio la cappella di Mayumba sulla costa di Loango, come casa di un feticcio magico, una statua in legno di una vergine con una cavità in cui erano poste le reliquie di capi di un locale lignaggio aristocratico, un po' alla maniera delle urne cattoliche o degli shorten tibetani, la statua in legno era ricoperta di specchietti e adornata di piume, fiori e candele votive. In Africa, la storia della Tratta ebbe profonde ripercussioni sulla mentalità e strutture sociali esistenti, creando nuove aristocrazie locali e la penetrazione di beni di consumo e vanità economiche e culturali dall'Europa barocca, oltre a crear un senso di colpa e insicurezza generale, tradotta nell'aumento di  pratiche di sorcelleria e sfruttamento; gli europei, portatori di questa malattia mentale e sociale, trasformarono la schiavitù domestica (servitù) tradizionale in un traffico aberrante: Cavazzi, missionario cappuccino  italiano, denuncia l'inumanità degli africani che vendevano i loro parenti spacciandoli ai mercanti di schiavi come loro servi domestici al fine di ricavarne beni di lusso delle corti europee.. così, nell'epoca dei lumi, la schiavitù umana fu l'amaro frutto del lusso e smercio che affaristi europei ed arabi, portarono sul continente africano. Al tempo in cui Loango divenne stato di corte, i Vili s'imposero come rappresentanti del mondo di ricchezza al-di-là dell'oceano che, nell'immaginario Tsogo, diverrà il paese dei morti, dei bianchi e della loro ricchezza (simile ai Cargo cult dei papua-melanesiani). Nel '600 i Portoghesi organizzarono il commercio interno con intermediari detti Pombeiros, meticci o neri di Angola e Loango, che portavano merci a Pombo, nel regno dei Teke, scambiando avorio e poi schiavi. I Vili si specializzarono in questo, così dal '630 al 793 acquisirono fama di ambigui trafficanti di tutto. A nord, sud ed  est del Kongo furon conosciuti col nome di Mubiri, parola pregna di significato magico e panico. Vi erano Mubiri installati a SanSalvador e nomadi nell'interno dell'Angola, che il governo di Luanda comparava a zingari senza legge. I Vili marciavano attraverso foresta e montagne in carovane, e i loro principali mediatori furono i Punu di Myanga, i Lumbu di Mayumba e gli Nkomi di Fernand vaz, che nel massiccio de Chaillu si procuravano individui Nzabi, Tsogo, Sango e Povi, mentre sull'estuario del Gabon fecero alleanze con i Mpongwe. A nordest del massiccio centrale del Gabon c'era una nazione di pigmei che si chiamavano Baka  (De Chaillu nel giugno del 864 li incontrò e li battezzò Babongo), loro intrattenevano la corte del re di Loango (paggi, indovini e maghi) e fungevano da guide per i Vili e altri Bantu in migrazione (nei rituali questi pigmei vennero associati ai Vili). Mentre i Baka del nord Gabon praticavano spontaneamente il canto yodel, i Babongo del massiccio lo ignoravano, anzi la loro musica era prossima a quella dei Vili/Mubiri di Loango, acculturazione subita a corte coi mercanti della Tratta; questi pigmei persero la loro lingua ma non la loro musica, così la presenza di questi pigmei deculturati nel massiccio richiama una loro discendenza da quelli presi a servizio nella corte del Ma-Loango e dei governatori delle provincie vassalle come Ma-yumba (Ma-yombè è re dei yombè). Nella casa di culto della capitale Mani mayombè, esisteva una statua femminile (feticcio e reliquiario) in legno, chiamata Maramba, che notabili portavano sempre con sé e credevano solo nella sua legge: l'esploratore Battle vide 2 idoli,  uno nkisi di Loango detto mokisso (nkisi a Loango son detti Boio e nel Kongo mbumba) e un kikoko (tchiko:ko, sinonimo di buti, plurale mati), una piccola madonna nera posta in una cappella, che a volte nella notte si destava. Un altro mokisso / boio era Combieri, ovvero una donna che viveva nella casa di una vecchia sibilla detta Canga (alias nganga). Combieri parlava da sotto il suolo. Tra Lumbu (eshira) e Vili ancor oggi esiste il confine dell'arpa del buiti e del pluriarco del Boio, confine sud del Gabon.

 Sacripanti ipotizza che gli insegnamenti dei preti cattolici romani erano il segreto del potere terreno del Re del Kongo, trasposto nella religione degli Nkisi (detta nkissismo dall'esploratore Kingsley), come mezzo di potere politico superiore alle altre religione locali (tattica di Padmasambhava). Nella cultura Myene del Gabon gli nkisi sono spiriti e geni detti i-mbwiri. Il culto degli nkisi fu importato dalgi emissari del Fumu Kongo nelle regioni vassalle, così nell'ovest Gabon mbumba è culto di origine esterna portato dai Vili all'epoca della Tratta per esercitare il loro potere e ascendente di ricchezza, sebbene la rotondità del ventre femminile di Mbumba rinvia al potere di fecondità e cura del primitivo culto animista: il termine mbumba (o mboma, bombo, Ya Mwei dei Tsogo) è sinonimo di mokisso, oracolo di stato, un essere capace di fare bene o male e comunicare la conoscenza del passato, presente e futuro. Mbumba bwiti è testa e tronco di donna in legno, sovente posta su un tavolino in una nicchia simile alle edicole cattoliche, assieme a strumenti di musica sacra e a uno specchio; presso Lumbu, Tsogo e Sango si trovano mbumba bwete più piccoli, reliquiario di antenati che rinvia al mondo dei ba-kisi (sing. nkisi) del regno Kongo-Loango:  

(quartine in versi

il nganga: Tutti i preti del regno luso-congolese eran detti Cangas o Engangas, dove nganga, in tutte le lingue bantu, significa: Divino Guaritore: un buon Nganga aiuta il lavoro della medicina nei corpi dei partecipanti suonando musica e cantando, narra di spiriti antenati (mighonzi 先民), vicende accadute nei villaggi, cure e rimedi ai mali. Nganga ha più traduzioni (erbalista, guaritore, prete, etc) usate in molte società africane anche della diaspora (Haiti, Brasile, Cuba, etc), tutte derivate dalla parola ganga che in proto-Bantu indica il verbo conoscere, sapere, abilità. A Kongo si chiamavano canga tutte le persone che possedevano abilità di comunicare con l'altro mondo, divinare le cause di malattie, carestie, squilibri ambientali, disordini sociali, oppure preparare rimedi e soluzioni con medicine naturali e sovrannaturali. Quando il Ma-Kongo fu convertito al cattolicesimo dai portoghesi, la parola ganga venne usata per tradurre sia i preti cattolici che i mediatori spirituali tribali: nel moderno Kikongo tutti i preti cristiani sono spesso chiamati Nganga, Nzambi, o preti di Dio. In sud Africa il nganga ha un ruolo medicinale che differisce dal quello del Sangoma, quest'ultimo dialoga con gli spiriti. In lingua Swahili, mganga indica un medico qualificato o un curandero. Nella religione Vodou di Haiti, nganga diviene Houngan (alto sacerdote), così distingue i primi dai secondi. A Kongo-Loango  i ganga erano responsabili della ricarica dei Mi-nkisi (dottori, divinatori e propiziatori di caccia, guerra, colture, amore, etc) affinché racchiudessero il potere magico o spirituale (mpungo) da impiegare nei culti di stato e di cura, la loro tradizione è rimasta nella maggior parte dei popoli dell'area. Nkisi sono ricettacoli di forze ambivalenti, ognuno ha specifico potere: ci sono quelli associati al cielo e mascolinità, quelli associati alla terra, acqua e femminilità; vi è pure mbumba, antico oracolo regale dell'acqua; altri minkisi han funzione di reliquiario, piccole urne a forma di fungo o animale che la cultura luso-congolese associa ai luoghi di sepoltura degli antenati. Nkisi oggetti concentrano forze in statuette, strumenti musicali, urne, scatole, etc. Sacripanti scrive: Mbumba è uno nkisi della terra con due modi d'azione: mbumba:si e mbumba-ma:si, corrispondenti alle possibilità di azione nel dominio mascolino o femminino. I ganga del mbumba sono di solito uomini mentre di mbumba-ma:si sono sopratutto donne-sibille. Mbumba può agire come talismano contro la sorcelleria indotta da gelosia, e accordare fecondità alle donne, oppure produce problemi tipici alle sue vittime, un rigonfio del corpo e più accentuato nel ventre. Esso è invocato con la campana di legno: le feste in onore di Bombo vedono tamburi a terra battuti con manie e piedi, e in queste assemblee le sue figlie dipinte in rosso e bianco caolino danzano con movimenti che ricordano elfi, folletti e sibille zoccolanti furiose (su stimolo mascolino danza il femminino).  Tra gli Eviya della Ngunie, mbumba / mboma è un talismano di ricchezza la cui acquisizione richiede il pagamento di un tributo; un missionario anni '30 scrive:  statue e crani di antenati (la pantera è un totem progenitore) riposano assieme su un altro feticcio detto mbumba, un serpente rosso che a forza di incantamenti diviene una chimera metà umana e metà animale: il ganga mbumba può invocare un dato nkisi solo se possiede la Ntchama Buti, ovvero un pitone delle piogge (ntchama significa  arco in cielo, buti) è un aura / chimera infusa al nganga); a Mayumba i braccialetti in rame (milonga) son simbolo del Pitone arcobaleno e servono a incantesimi, ecco una preghiera tipica: svegliati Mbumba! mbumba! feconda l'arcobaleno bambino, là mbumba, accresci la sua pioggia sulla terra, il mbumba nell'acqua. Il mito di origine del Boio dei Vili è simile a quello degli nkisi e mwiri: le donne l'han scoperto nel fiume ma poi fu preso in monopolio dagli uomini, ora il Boio è guidato da un ganga femminile, dove intervengono voci ventricolari. 
I minkondi (singolare nkondi), spiriti dell'alto astrale, s'invocano per scovare e punire i criminali: grandi minkondi vengono spesso posizionati all'ingresso dei villaggi bagongo al pari dei feticci indocinesi e dei bulul austronesiani. I minkisi contenitori (dotati di nicchia interna in cui deporre gli elementi dotati di mana), possono esser fatti con diversi materiali e forme: conchiglie, corna svuotate, vasetti in ceramica, sculture di legno.. un soggetto comune è Kozo, il cane a due teste, eco di Anubis, che nella mitologia congolese guida l'uomo nell'aldilà. Nei minkisi di forma umana o animale, la nicchia è posizionata all'altezza del ventre, luogo del corpo che contiene lo spirito vitale. Gli elementi inseriti nella nicchia possono essere molto vari, e vengono scelti in funzione del potere magico associato che deve accordarsi con lo scopo del feticcio: l'associazione tra un elemento e il suo potere magico spesso si basa su assonanza di nomi: luyala (pezzi di frutta) in lingua kikongo suona simile a yaala (che governi), oppure tondo (funghi) suona simile a tondwa (sia desiderato), etc, analogo al linguaggio yosto-yosto usato dai curandero dell'Amazzonia. Il Mbumba bwiti dei Sango è variante del celebre reliquario dei Kota del nordest Gabon (detti Teke), fatto in lamelle di rame (a mo di specchi) e chiamato Bwete. Il mbumba dei Tsogho è una statua tronca di legno rosso motombi, ventre un po' bombato e sulla fronte una placca di rame che sposa le linee delle sopracciglia e occhi, fatti con specchietti. Così il significato della parola Bwiti rinvia al Bwete dei Kota e al Byeri dei Fang: un fatto linguistico noto è che la r diventa t, dal nord al sud Gabon (byeri, bwete), così la società iniziatica del Bwete Tsogo è dunque un reliquario di antenati, mentre l'eboga che dona le visioni è come l'alan che fa vedere gli antenati ai Fang. 

Jean-Claude Cheyssial, film-maker francese, dagli anni '90 ha prodotto documentari sull'importanza della foresta e il ruolo del nganga nella società Gabonese. Culti e pratiche animiste soffrirono molto la censura dei missionari, che insegnarono alla gente la vergogna della propria cultura convincendoli a distruggere gli strumenti della loro identità, tipo maschere e mezzi musicali religiosi. Così la frequenza dei rituali è diminuita molto e con essa l'attenzione verso gli ecosistemi naturali. Il nganga è un terapeuta tradizionale che ha speso anni a studiare l'arte della cura e i legami tra questo mondo e l'altro (o subconscio). E' il nganga che gestisce l'iboga e gli altri rimedi della foresta, ma non ha potere assoluto, è un uomo con le sue debolezze umane: il dono del nganga è nella sua abilità empatica a sentire il malessere delle persone, e la sua intima conoscenza della foresta lo abilita a preparare i rimedi. Un nganga ti dirà che gli umani e la foresta sono una cosa sola, e che ogni cosa nella selva ha il suo importante ruolo nell'ecosistema, dalle termiti e api fino ai pitoni e pantere. Nei testi bwete Tsogo le api partecipano ai miti del seme: piccanti, brucianti e sinonimo di magia, come le scottature causate dalle torce Iyo che accompagnano le danze acrobatiche binalo, scottature e punture indicano allora un responso dagli spiriti secondo la domanda posta. Arnie e nidi di uccello-tessitore sospesi all'entrata dei templi richiamano anche i ronzii dei sonagli che aiutano a transire e il mana dei crani di Gorilla anziani, riveriti e  posti presso l'entrata. 

Il nganga Mallendi Boussengou, di etnia Tsogo, parla della poliedrica religione Buiti e la sua pianta sacra, entrambe presenti nel suo paese natale, il Gabon, e da li diffuse in altre parti del mondo. Lui, un nganga riconosciuto del Bwiti Ngenza più volte invitato in Europa a tenere dei seminari di cura, specie in Francia al castello de Liviers, durante la cerimonia aiuta a capire i motivi che i candidati portano dentro: il giovane Sebango dall'infanzia melanconica, sognò di entrare in un nuovo mondo a bordo di una piroga, a cavallo di un tronco alla deriva nel fiume; prima pensò che fosse alla fine della sua vita, poi, entrando in una baia, vide un negro che lo aspettava, così il suo cuore si riempì di gioia e speranza: mio Sebango sii assertivo, lascia la rabbia, crescerà l'autostima; in tè ci sono maestri, totem animali. Sesto ricorda il suo primo incontro con il nganga Mallendi, durante un congresso sulle piante medicinali e la cura delle addiction, poi cita l'abile suonatore d'arpa, papà Nzengui, il cui suono gli ricorda il mito dell'eroe dai molti volti che viaggia con coraggio, in tutte le leggende, al cuore del problema, in cerca di un messaggio risolutivo.


Bwiti dei popoli del Gabon
Presso gli Tsogho il culto degli antenati (Maombe, my-omba = anziano) è istituzione diversa dal Bwiti, che invece è una confraternita in cui si propone una teoria del mondo e del ciclo di esistenze, presente anche nella visione religiosa dei Baka (nome proprio dei pigmei). Questo esoterismo pre-storico unito al culto maombe fonda il nucleo iniziale del Bwete dei Tsogo, sintesi favorita dalla scoperta delle virtù visionarie dell'iboga dei Baka. Bwiti oggi indica più cose: un insegnamento iniziatico e relativa società d'iniziazione che lo dispensa; culto degli antenati e delle reliquie sacre simili agli nkisi (forze sacre) della cultura Loango salita da sud, mentre il bwiti scende dal nord (dagli Apinzi/Tsogo ai Lumbu del confine) e parallela la Liboka, rituale degli nkisi, dei popoli del Regno Kongo (Vili, Yombe, etc), portato fino a Kongo-mbumba, capitale dei Vili nel territorio della Ngunye (abitata da Apinzi, Tsogo, etc), giunti là per commerci lucrosi. Tra i Vili la parola Nzila indica il potere dei loro santuari sparsi lungo la via al regno di Loango, così nel santuario del loro villaggio nella Ngunye, il feticcio più adorato era una statua di legno a grandezza naturale dipinta in bianco e rosso. Ogni società iniziatica ha la propria struttura di conoscenza del mondo; tra i popoli di lingua Myene vi è sia sial il culto degli antenati (familiare) e sia degli spiriti (pubblico): Ndjembe, la società iniziatica femminile prosegue la comunicazione con l'aldilà a mezzo di adorcismo degli spiriti, qui l'arpa gioca un ruolo simile al Bwiti ma le donne sono coreografe organizzatrici, mentre arpista ed aiutanti sono uomini. Questa società femminile ha nomi diversi secondo la regione di appartenenza: i-mbwiri (plurale ombwiri), imbwili, ombudi, abandji (plurale mabandji), elombo. Le danze Ndjembe vennero dagli Nkomi (alias Apinzi), dicono gli Tsogo, così le parole dei canti (lingue Myene), pure arricchite da parole Vili. Aloysius Horn, mercante olandese, scrive: Bandji in lingua apinzi/tsogo indica il neofita, il nuovo iniziato, secondo i termini di una gerarchia comune a tutte le società Bwiti e del culto degli spiriti (i-mbwiri).. tra gli Tsogo, gli iniziati all'Ombudi, Imbwili e Njembe portano grandi parrucche con chignon legato da rafia rossa, alla maniera del Manikongo e del Re Sole francese, gli abitanti del rio Gabon sono fanatici di capelli e parrucche che i marinai olandesi scambiano proficuamente con provviste di cibi, miele, pappagalli, etc. Presso tutte quelle tribù io vidi la credenza nel potere di due grandi spiriti detti Abambou (od ocoucou) e Mburri, adorati in forma di idoli e portati in processione nelle loro case di culto/riposo, nutriti, ornati ed implorati dai fedeli affinchè portino benessere e allontanino malattie e situazioni difficili (gli spiriti provocano i mali che sanno curare), entrambe sono sposati a due spiriti femmine. Horn assistette a diverse sedute adorciste, un ombudi dei Tsogo, un elombo degli Yombè di Mayombè (possessione ad opera dei Ba-kisi nsasi, dominio culturale del regno di Loango), un mabandji dei Lumbu e una seduta dei Sira di Chaillu, dove descrisse la possessione di una donna ispirata da uno spirito mbwiri: l'oracolo entra in lei, e il tema della sua divinazione è l'Eviva, il contagio. Le 4 sedute sembravano tutte simili, pazienti o neofiti dipinti sul volto simili a maschere del Gabon, finivano in stato di prostrazione rituale, ascoltando il suono dell'arpa sacra dei Baka e i tamburi Mosumba, con la Enyma (direttrice delle danze, Nyma tra gli Tsogo, ha parrucca più alta ed è pure nganga) che guidava le danze delle donne facendo tintinnare le cavigliere e le campanelle metalliche poste sulla cintura (madyoko), e, mentre l'arpa continuava a dare suoni, lo Spirito la prende, ciò accade dopo certe formule ritmiche tipiche, alla maniera delle ragazze Niger che dopo una prima volta (con semi di datura, scherzo fatto dalle amiche a sua insaputa), negli anni a venire è indotta nel medesimo stato estetico con un semplice battito di mani collettivo. Le parole dei canti della Nyma includono invocazioni a personaggi defunti o lontani (chiamati Madre, Padre), fondatori del tempio e noti avventori. nell'Elombo la nyma dirige anche il coro responsoriale e così canta: la voce dei miei canti mi viene da nkumba e kombè, dal villaggio di Mbeng Nombè.. oh mere! il coro risponde: wo, yo yo, canta! la solista si stacca con lento vocalizzo discendente che sembra planare su un oceano di armonia; adepte/i abbigliate di bianco con bandane identiche, danzano sul posto imprimendo eleganza ondulatoria a tutto il costume come a suggerire le parole della musica: Chiar di Luna sul mare, Enyona! parola che subito provoca sorrisi di beatitudine. Ombwiri, Abandji ed Elombo nascono da identico culto degli spiriti e geni locali detti I-mbwiri tra i popoli Myene, e suddivisi in tre categorie: Genie dell'aria (ombwiri gona), Genie dell'acqua (ombwiri mbèn) e Genie della terra (ombwiri ntsè), rappresentati tutti come ibridi cosmici, umani ed elfici e di tutti i sessi (cioè doppi): nel loro folklore i gemelli sarebbero imbwiri che nascono nel mondo umano giungendo dal mondo delgi spiriti (Awiri).. quando un mbwiri s'incarna in corpo umano e vive tra gli umani, si tiene sopratutto nella boscaglia come un ssadhu od eremita, facendo offertte per depistare eventuali inopportuni visitatori del suo territorio. L'insieme dei Geni ctoni, aerei ed acquatici fan parte della creazione e, sebbene i nani di Terra han convergenza coi pigmei che seppelliscono i loro morti in vecchi alberi della foresta, tutti son descritti come esseri evanescenti dai lunghi capelli lisci e chiari, che a volte si possono incontrare in boschi, macchie e corsi d'acqua. Sovente sono benefici (e alcuni burloni) e possono possedere i loro iniziati per esercitare un azione curativa, apportare salute e prosperità. Diversi elfi e folletti sono considerati formatori di sciamani in ogni parte del mondo, l'Arpista Pedi Martin, iniziato ai geni di Abandji, dice: se per caso vi amano, allora vi faranno trovare per caso un uovo di gallina deposto al suolo, voi lo prendete con voi al villaggio, tempo dopo iniziate a sentire una certa malattia che, se compresa, vi porterà a divenire un guaritore. I loro culti a energia femminile sono accessibili a tutti e si organizzano in forma di veglie (ngozè), dove la musica d'arco o d'arpa gioca il ruolo centrale. Presso Tsogo e Pindji questi geni sono chiamati mi-gesi (singolare mo-gesi) e, assieme ai mo-gonzi, giungono alla danza che li evoca (danza imbwili/ombudi), ecco una tipica formula di supplica: Tètà mogèsi! Iyà momba! (padre genìe! madre antenati!).
Pedi Martin continua: i geni di Abandji (i-mbwiri di terra) appaiono nell'infanzia e sono oltre la realtà, oggi incorporati nell'Elombo, furono conosciuti a Libreville nel 1918, quando un certo Nkombè figlio di Kuga venne e li fece conoscere a Ozumè figlia di Apangwe; a Fernand Vaz invece giunsero a mezzo di una donna, Azize Mbuandi (calundera, canga) che a sua volta ne ricevette trasmissione da un altra donna oggi defunta (Mbura Akosso), nota per avere un villaggio-ospedale dove trattava i numerosi malati che venivano a trovarla sulla laguna Nkomi. Questi geni abandji di solito si fanno intervenire ogni volta che una donna è malata, accompagnati dal suono dell'arpa sacra ngombi, se il/la nganga vuol fare agire questi mbwiri, entra in trance e li fa intervenire nel tempio (mbandja) a mezzo dei canti di ngombi, sonagli e asta sonora e, mentre la medicina lavora, il genio animato indica l'origine del male (fa la diagnosi) e dà nome e composizione dei rimedi da impiegare. Così questa genìe proviente dalla laguna di Sette Cama, punto d'incontro dei popoli Ngovè, Lumbu e Nkom, apportò al culto degli ombwiri autoctoni l'impronta culturale degli nkisi di Kongo e Loango, giunti pure in Brasile con caravelle portoghesi nel periodo della Tratta degli schiavi, fantasmi africani ed europei che traversano l'atlantico (via di tenebre e morte, ricchezza e opportunità) e approdano nei culti afrobrasiliani del Candomblè (nazione Kongo), Capoeira e nuovi sincretismi. L'iniziazione al Bwiti na Abandji significa iniziarsi agli ombwiri n'abandji, e banzi significa pure iniziato al bwiti. Per gli ombwiristi sono spiriti simili agli umani, vivono aldilà nel mondo parallelo (ma rovesciato), pur simile al mondo terrestre con più paesi e diverse capitali, un mondo di riposo e di gioia ricco di fiori abbondanti sebbene privo di sole; la visione è chiara, luce piacevole di un colore visibile solo in stato di extasi indotto dal consumo dell'amara radice o dall'uso di un collirio (ebama) nelgi occhi degli iniziati; ma è l'arpa che ritualmente conduce il neofita nel mondo degli i-mbwiri, nel regno dell'eterna pace. Pure i Myene parlano del paradiso degli Awiri (Cabiri presso i latini), simili ai Tlaloche messicani. Quando i Fang, giunti a termine della loro migrazione, usarono iboga al posto dell'Alan (euforbiacea) e l'arpa al posto dello xilofono usato a far danzare marionette e reliquie del Byeri dietro un separè di foglie, mutarono pure le loro visioni di antenati: al posto di antichi guerrieri Fang abbigliati con lance, pagne, pelle di civetta, scarificazioni, ecc, videro mbwiri con lunghi capelli chiari e lisci, così confezionarono lunghe capigliature di bionda rafia alla maniera delle maschere Myene, così da farle ondeggiare nelle danze: alcuni mbwiri dai lunghi capelli evocano la sirena Mamy Wata (Yemajà tra i Fon e Yemalla in sud India), spirito che fascinava anche i naviganti europei in vista delle coste africane (Aloysius Horn chiamò Isoga la donna dai lunghi capelli col bimbo in braccio); più tardi, quando Bwiti e Ombwiri si organizzarono sul modello delle congreghe religiose cristiane, le visioni del loro bwiti mutarono ancora, recuperando gli antenati anche nella forma dei nuovi santi nazionali (s.Giorgio, s.Giovanni, s.Antonio), chimere cosmiche e avatar asiatici, un cinema dei neri con santi e sante di fantasia posti in grotte umide come Lourdes, e dove l'arpa prese il posto della Vergine. Horn vide meglio Isoga in un tempio dei Galwa (popolo del Re Sole Nkombe, il giuramento Galwa è Yasi ezoga!) presso Lambarène, alla confluenza dei fiumi Ngunie e Ogowe, dove oggi sorge l'ospedale di Albert Schweitzer; seguendo l'ideale del vagabondaggio romantico (roman-zazare) in Africa ed India, Horn scrive: tutto è calmo nel villaggio sacro, il vecchio capo venne a farmi visita e io ero molto contento, lui mi disse che, dopo esser stati invocati più volte, gli spiriti si mostrarono soddisfatti del mio desiderio di entrare nell'associazione. Entrammo nel santuario che le torce riempivano di nuvole di fumo di scorza di una liana dall'incenso delizioso, c'erano tre arnie di paglia di api sacre sospese a 100 metri dal tempio e anche sotto: se entrando una di esse ti punge, mi disse l'anziano, è presagio che a voi è interdetto di entrare più avanti. Superata questa prova io udii chiare incantazioni selvagge che producevano un prodigioso effetto sul mio spirito. L'entrata del tempio, ornata di crani umani alla maniera dei conventi cappuccini, aveva pure due piccole piramidi di crani su ogni lato della porta d'ingresso.. io fui di fronte a una fila di esseri mascherati, allora fui seduto a testa scoperta su una piccola sedia coperta di pelle di leopardo e il capo mi mostra due oggetti: un cubo di cristallo e un oggetto in legno rosso a forma di fungo, tondo a un lato e appuntito all'altro, mi disse di porre la mia mano su questi oggetti, uno rappresentava l'acqua e l'altro il fuoco.. da fondo del tempio, diviso da un separè, uscivano gran voci tumultuose, voci di spiriti dicevano loro, le grida si placano poi di nuovo gli spiriti entrano in gioia effervescente, llora tutto nel tempio inizia a tintinnare.. lo chef annuncia ad alta voce l'entrata di Isoga (..) notai un piccolo movimento di maschere dai grandi occhi, a destra e sinistra del posto in cui vidi Isoga, divinità indigena, lo chef allora mi ordina di alzarmi e avvicinarmi la maschera che si trova al centro, e io lo feci.. la maschera di Isoga scomparve assieme ai drappi di rafia, là in piedi io vidi la divinità mai morta, la più ammirevole donna bianca mai contemplata apparve in tutta la grazia dei suoi 16 anni, mezza nuda stava in piedi come una statua dagli ornamenti in stile egizio: la testa ornata con graffe tra i capelli fatte di avorio d'ippopotamo ed ebano.. attesi qualche istante, i suoi grandi occhi intelligenti restarono fissi su di me, allora accordi armoniosi riempirono l 'edificio, misto di dolce e grave melodia delle piccole arpe indigene (ngombis) simili all'arpa egizia ma aventi 7 corde. La musica cessa improvvisa e così il mormorio delle voci, un clamore risuona e sembra venire da lontano, gli spiriti sono soddisfatti e han preso una decisione, Isoga dà quest'ordine: Rangasi.. il vecchio chef pronuncia e ripete le parole, Yasi Ishoga! e tocca con la mano destra l'avanbraccio sinistro; benchè la voce veniva da Ishoga, la bocca non articola e gli occhi dimorano fissi su di me per tutta la cerimonia. A festa terminata io mi ritirai, ma prima mi inginocchiai davanti a questa sculturale bellezza mentre il suono di una musica soave riempiva l'aria tanto che alle mie orecchiè risuonò come voce chiara di una giovane donna che intonava: Umbilla nyone me koka ngala (uccello bianco dal mare.. chiaro di luna).  Ya Si, Madre Terra in lingua Galwa (Ya Mwei tra Tshogo e Sango) è genio iniziatico degli uomini che ratifica il loro ingresso nell'associazione Bwiti, inoltre è il nome che Du Chaillu usa per l'idolo femminile di legno del villaggio di Evia. Yasi e Bwiti hanno rapporti vicini: Isoga può derivare da Ezoga, che in lingua Myene significa associazione.

Tsogo è società che nasce a regime matrilineare e patrilocale, ogni villaggio è formato da frammenti di più clan riuniti in un insieme di famiglie allargate secondo un sistema di alleanze secondo la regola dell'esogamia; ogni clan ha un capo, così ogni famiglia, mentre il villaggio è amministrato da un giudice esperto di usi e costumi, di solito è il capo del clan che per primo possedette la terra del luogo, ha carica ereditaria ma deve tener alto il numero del suo gruppo al fine di tener testa agli altri clan concorrenti. I capi di terra e giudici di usanze si uniscono in corporazioni dette ge-vovi, e-vovi, piccoli parlamenti (tende dei saggi) che detengono la tradizione orale e assistiti dai Misambo, secondo una gerontocrazia religiosa, tutti sono iniziati anche al Nyembe femminile, così da avere statuto sociale androgino (cioè autorità sopra tutti i sessi e generi del clan), come le madri dei gemelli e i gemelli stessi, spesso capi: attributo di e-vovi e misambo è la campana kendo (o kenge), tanto che le formule rituali dei lamenti funerari per la morte di capi famiglia, clan e villaggio, sottolineano la dispersione dei membri stessi della famiglia e il ritorno nella residenza del clan materno: motendo-e o-poki deo no | mogobo-me ma pangani | a gendi mo-wawa (ecco, si è intorpidito nella morte.. telaio e copertura del tetto si son sparpagliati).   La campana Kendo è ornata con code di gatto che scendono a gonna ai lati, e un lungo manico di corda che evoca lo scettro regale dei capitribù del passato; il mudunga possiede il kendo come attributo di mediazione, così come lo hanno le donne madri di gemelli (iniziate così a Mwei) e i cantastorie di corte, Du Chaillu scrive: Olenda, re degli Eshira mi inviò due messaggeri incaricati d'invitarmi alla sua residenza.. il suono del kendo mi annuncia l'arrivo di sua maestà, mentre al contempo fa tacere il chiasso nella folla.. quel kendo aveva scolpita una testa di donna a due visi, emblema di autorità sacerdotale e dei guardiani dei luoghi sacri della religione Galwa.. Yondogowiro, re delle isole sacre, lui stesso capo religioso, è un piccolo vegliardo che rende più volte omaggio religioso in questo modo: si alza dalla piroga e tende le sue braccia supplicanti verso i pellicani, agita il lungo sonaglio e parla: ecco i bianchi che vengono a farci visita, non farli malati, fa che non muoiano e che arrivino bene nel Gabon! 

Il ganga del villaggio Panga inizia narrando il mito di origine dei Buiti Mitsogo (Les hommes de bois sacré): a Tshogo, un paese del Gabon nel massiccio Chaillou, a est di Mouila e Fougamou, quando cielo e terra si incontrarono, c'era un bambino bianco e un bambino nero. Il loro padre vietò di entrare nella boscaglia, ma il figlio nero disobbedì.. vagando nella grande foresta, stanco ed esausto il bimbo si fermò e disse: tshogo ho (sono stanco), e ciò diede il nome al primo clan matrilineare, dove il capo famiglia è lo zio materno, Katshi; e la lingua divenne quella dei Mitshogo, Eshira/ashango, Okande, Apindji e Simba. Tra gli Tsogo ci sono tessitori, artigiani e alcuni fabbri.. come in gran parte dell'Africa, il fabbro tiene i segreti della tradizione esoterica riservata agli uomini, mentre il Nyemba è appannaggio delle donne. 

Il tempio è una capanna rettangolare con un lato piccolo aperto, lungo i lati maggiori ci sono panchine per i fedeli, il tetto è sorretto da due pilastri simbolici e la cerimonia si svolge sotto l'albero sacro Oloumi; al fondo del tempio sta il sacrario con oggetti rituali e reliquie, tra cui le arpe sacre n'Gombi, con cui si stabilisce il contatto con gli antenati. Bwiti, come scuola di conoscenza, comprende tre gradi iniziatici: bandji è neofita; il secondo affronta la Nima (interiorità); il terzo è riservato all'adepto Nima Na Kombo (come i tre gradi di iniz.massonica: apprendista, operaio e master). Mangiare la radice è sinonimo di avere ricevuto l'iniziazione.. nel corso della sua letargia, il bandji deve entrare in contatto con le nove sfere del cosmo (chakra indiani), ovvero scoprire che il corpo contiene l'intero universo, il microcosmo riflette il macrocosmo. Durante il suo viaggio dantesco, il neofita percepisce (secondo proprie facoltà) i seguente passi compiuti dal suo ego: 1.Gitsoutsou (corpo sensibile); 2.Makouyi (corpo eterico); 3.N'Dunci (corpo astrale); 4.Makoukou Mboumba (sentire la musica delle sfere); 5.Moussoumbi (corpo sacerdotale); 6.Dignougni (corpo reale); 7.Makourou Komba (corpo celeste, riflesso della luce); 8.Dinzona/Bandjioku (corpo divino, riflesso della saggezza); 9.Makoukou Kandja (spirito degli spiriti). Il nono livello è simile all'Ain Soph rivelato nella Kabbalah ebraica, dove solo Melchisedec conosceva la pronuncia del nome supremo, cioè il Tetragramma di quattro lettere trascritto con Iaveh; nel Buiti, il nome dell'Essere Supremo è sostituito da sei nomi diversi, secondo lo stato di avanzamento delle visioni del neofita. Il secondo livello, fatto nel corso di un ritiro che a volte può durare molto a lungo, consiste nella dispiegazione al bandji del contenuto di visioni diverse.. nelle sue lezioni, al neofita vengono apportate queste informazioni: il respiro di Moukoukou Kandja genera Dintsouna Mouatou Benga (esistenza luminosa), la principessa della luce (Fiat Lux della Bibbia); lei è la figlia della notte che tiene nella mano destra Kombe (il sole), e nella mano sinistra N'Gondé (la luna); dal seno destro e sinistro scorrono rivoli di sangue vitale e una marea di latte (Via Lattea). Banzioku/Dinzona è vergine eterna, parte della trinità Buiti (padre idea, madre notte, figlio respiro), emessa dal Moukoukou Kandja (lo spirito degli spiriti, il padre) ma generatrice di Mukengué Pepi, il figlio respiro. Nel terzo e ultimo grado d'iniziazione lo studente riceve aiuto da un maestro per essere maestro o perfetto a sua volta, così l'allievo sarà ora in grado di fondare Ebandja, cioè templi Buiti. Gli iniziati si differenziano in tre modi: per anzianità o grado; rapporto col potere centrale degli anziani; posto / ruolo che occupano nel corso di una sessione Bwiti.

Gradi di anzianità (ediga, sing.gedika, mangiar edika è passar di grado): 1-Asi Ditati (gente didati) anziani in cima alla scala, di solito oltre 60 anni, consigliano i giovani nella nzimbe; loro segni sono grandi punti di caolino rosso sulla fronte e carbone attorno ad occhi, ciglia e sopracciglia. 2.asi Opoka, cinquantenni seduti ai piedi degli anziani, di cui interpretano la parola verso i giovani; segni sono punti rossi sulla fronte con tacca nera ciascuno. 3.asi Dinini, quarantacinquenni responsabili diretti dei giovani, ricevono ordini dagli opoka; per segno han tacche verticali di caolino o carbone in mezzo alla fronte, come Visnuiti, dall'alto in basso. 4.asi Masigo (nidi di carpa) trentenni e oltre, tra cui si sceglie il primo danzatore capofila (mbene,  colui che danza davanti durante le sessioni), i wa mwago e wa kota. 5.asi Mifutego, ventenni e oltre, danzano davanti e attorno. 6.asi Dindadio (debuttanti) coloro che iniziano la traversata e devono apprendere a transire il fiume e remare (motsi kaga endadio, traversare in piroga).

Rapporto con la Maganga: 1.Mombe (sambuco) il più saggio tra tutti gli anziani (asi ditati) e di solito il più vecchio nel Buiti, dove appare una sorta di capo di stato che regna senza governare: entro ogni nzimba l'anziano Momba è il Guardiano e madre del Buiti (eyè-va-bwètè), capo spirituale e consigliere.. tra gli Tsogo in cima alla gerarchia iniziatica c'è il Moussoumbi, ha conoscenza totale,  subito sotto sta il Mouniambi, un seminario/scuola che forma indovini, profeti e taumaturghi: in rare occasioni l'iniziato Mouniambi può usare l'Akassa, forza vitale nata dall'unione di Kombe e n'Gondé, chiamata M'Boumba (verbo, serpente), causa di fulmini possenti che solo il Moussoumbi sa gestire.  2.Misambo, capo del bwiti entro una nzimbe (etsè-vi yago bwètè), simile a un primo ministro, è colui che arrangia e regola le cose (mosambaga singifica arrangiare), colui che assolve, svincola da un male o responsabilità (mosambaga mweli: svincolare un malato dal potere di un mwiri); giudice supremo che regola i delitti che toccano la società Bwiti, specie la divulgazione di segreti (a puki gesèsa modume na sanza: egli ha divulgato i segreti degli anziani sui mwiri), può decidere la punizione estrema per avvelenamento di alcuni membri della famiglia del colpevole. Misambo è personaggio severo così per la sua elezione si tiene conto dell'età (eletto di solito tra gli asi ditati) ma il criterio primo è la saggezza e prestigio che lui sa imporre a tutti, il suo ruolo dura fino alla morte, poi un nuovo misambo viene eletto sebbene deve pagare la propria candidatura (in passato, divenire uomini-pantera del regno di Kongo richiedeva il sacrificio di una parente per avvelenamento) per fondare il proprio prestigio di capo (capitolium) e incutere timore militare. Il misambo prende parola nelle riunioni nzimbe e trasmette le decisioni del consiglio di anziani, commenta fatti importanti, offre significati, giudica e sanziona; sua insigna è il bastone del comando-giudice (epandi ya misambo) già ruolo forte nelle società nomadi e precoloniali, oggi si è modificato nei bwiti sincretici moderni.  3.Dignima, tutti i banzi, membri o fedeli ripartiti per ediga di anzianità, e dove gli asi ditati formano il consiglio degli anziani.

Ruolo occupato nelle danze: 1. gepombo: gran capofila, primo cinghiale maschio che marcia in testa alla truppa nella selva (mokongwadi engolayobe), deve essere robusto per difendere il gruppo e avvertire dei pericoli inviando un grido che lo faccia disperdere; egli sta davanti e marcia distanziato dal grosso del gruppo, per vedere il sentiero più sicuro da prendere..così lui è a capo delle danze  bwiti, si pone davanti e un po' staccato dal gruppo dei danzatori, così da esser visto da tutti e indicare ritmo e percorso della danza, deve essere resistente, di solito è un opoka o un dinini.  2.Mbènè, colui che sta davanti al primo cinghiale, trasmette e semplifica per gli altri danzatori tutti i movimenti che vede fare al Gepombo, conservando il ritmo iniziale, così ha gli occhi fissi su di lui.. ritmo e movimento si trasmettono poi da un danzatore all'altro fino alla fine del cerchio. Così facendo Il mbenè corregge eventuali errori di confusione che possono nascere, egli è un giovane Masigo, vigile e capace nella danza, e spesso porta in testa una pelle di scimmia (singe) detta gebonzi, dietro di lui vengono tutti i banzi suddivisi per ediga: dai dindaio ai ditati. 3.Nima, colui che ferma le marce, che forma la retroguardia, all'opposto del mokongwadi: Nima (l'ultimo) il più anziano momba occupa di diritto questo ruolo.


I-MBWIRI (ombudi in lingua Tsogo), è pure società di guarigione che usa anch'essa iboga per curare e diagnosticare, ha elaborato un ciclo rituale e una mitologia intrecciata a quella del Buiti: il malato, attraverso l'ingestione della pianta d'iboga, contatta gli mbwiri d'acqua, terra ed aria, tramite loro avviene la guarigione o indicazioni sulla sua malattia. Il mito d'origine dell'Ombwiri del Gabon è simile al Buiti: una donna, chiamata Elamba-Gnidjogho, era sposata a un uomo di nome Melonga; entrambi andarono a vivere al villaggio della donna e là, suo marito ricevette un terreno dalla suocera per fare la sua casa e piantagione; ebbero due figlie: Ossigui-Gnidjogho e Nkene-Gnidjogho.. dopo qualche anno Melonga morì; come esigeva il costume, egli fu interrato in un luogo ignoto alla sua donna. Elamba restò vedova per molti anni, l'usanza non le permetteva di risposarsi, così viveva con le due figlie in gran povertà.. il defunto marito Melonga, si lagnava spesso nell'aldilà con dio Nzame, e lo pregava di permettergli di recarsi da essa per aiutarla o vederla. Ottenuto il permesso, Melonga ispirò un giorno alla sua donna l'idea di andare a pescare. essa prese la sua rete e si recò con le sue figlie al fiume, provando e riprovando, invano.. malgrado fame e sfinitezza, Elamba incoraggiò le figlie a insistere nella pesca, così lei partì alla ricerca di un altro luogo propizio.. guardandosi intorno vide un piccolo buco al bordo d'acqua, pensando di trovarvi almeno dei granchi, allargò il buco col machete poi mise dentro le mani e, in luogo dei pesci, prese delle ossa. Meravigliata e spaventata, le riunì tutte: clavicole, vertebre, tibie, costole.. si domandò poi il significato di quella scoperta al posto dei pesci. Mentre pensava a ciò, udì una voce dalla boscaglia: chi mi parla, e da dove viene questa voce? si accorse allora che la voce usciva da un termitaio.. la voce diceva: tu non puoi vedermi nel tuo stato attuale, se vuoi vedermi, prendi le due piante accanto a te.. Elamba vide le due piante e le sradicò dal suolo: la prima era l'iboga, l'altra era l'ekasso (in reltà è un preparato vegetale ricavato da un folto gruppo di piante, chiamato ekasso, che il malato-iniziando consuma in un momento preciso del rito), entrambe mezzi di comunicazione con i mbwiri. Come le aveva detto di fare la voce, preparò con le foglie di ekasso e le radici dell'iboga un miscuglio che consumò, poi tornò sulla sponda del fiume e scrutò l'acqua, vide apparire in essa lo scheletro di suo marito.. grande sorpresa: donna mia sono io, tuo marito Melonga, che ti ha fatto venire qui, ho trovato questa possibilità di vederci perché volevo consolare te e le bambine.. ti ho chiamata per darti il potere di guarire i malati così avrai le loro offerte per vivere.. dovrai guarire tutti i malati, ma mai gratuitamente, esigi sempre qualche cosa in cambio, anche un'offerta molto piccola.. sulla tua strada, tornando al villaggio, incontrerai un gatto selvatico (Nsin in lingua fang, mosingui in tsogo) dalla pelle maculata, uccidilo e prendi la sua pelle! Il marito poi scomparve, Elamba tornò verso le sue figlie e disse: torniamo al villaggio.. mentre tornavano, le figlie furono sorprese da un animale che passò davanti a loro, dietro ordine della madre le bambine lanciarono la rete sul gatto selvatico e, a partire da quel momento, esso fu macchiato dalle tracce della rete, bianche e nere.. la donna ricordò le parole di suo marito: quando guarirai un malato, prendi la pelle del Mosingi, mettila a terra e fai che il malato vi si sieda sopra, attraverso questa pelle il mana degli antenati discenderà su di te e sul malato. Essa allora disse: voglio fare l'esperienza anche sulle bambine prima di parlarne al villaggio.. si mise sotto un albero di Ceiba, pulì e depose le ossa di suo marito che aveva trasportato nel paniere.. preparò il miscuglio di piante e lo diede da consumare alle bambine.. poco dopo udì le sue figliole piangere: oh mamma! vediamo nostro papà! Visto ciò, Elamba si propose di parlarne al villaggio dove viveva suo fratello.. Questi però decise un giorno di spiare lei e le bambine, seguendole fin nel luogo nascosto nella boscaglia dove si recavano: vide la sorella che suonava l'arpa e le sue figlie l'obaka, strumento musicale a percussione, costituito di due corti pezzi di legno percossi su un bambù più lungo tenuto sospeso alle estremità; quando Elamba Gnindjogo si accorse della presenza di suo fratello entrò in gran collera: quale curiosità ti spinge a volere rubare il mio segreto! vieni qui e ascolta bene, nessuno deve sapere cosa faccio qui.. tu dunque, poiché sei stato così curioso, devi ora essere iniziato, siediti e guarda ciò che facciamo. Il fratello di Elamba si mise a mangiar ekasso e iboga in quantità sufficiente, poi guardò nell'acqua e vide lo spettro del suo cognato: vattene gli disse lo spettro, tutto il potere riposa fra le mani di tua sorella. Elamba allora parlò: fratello mio, poiché tu hai visto il mio segreto, devi farmi un okandzo (offerta), perché mio marito mi ha detto di esigere sempre un regalo in cambio.. bisogna che tu mi dia due piatti bianchi, due galline, una ciotola bianca, due piume di pappagallo, due pelli di civetta, due aghi, una stuoia e una torcia (lista di materiale che l'iniziando deve presentare come offerta alla comunità Ombwiri per la cerimonia). Suo fratello fu molto triste, non vedeva come soddisfare una simile esigenza, allora rispose: sorella mia, noi siamo nella foresta, come vuoi ch'io trovi queste cose per dartele, ma, se bisogna assolutamente ch'io ti dia qualcosa, allora offrirò te come pagamento per il segreto. fu così che Elamba Gnindjogo fu avvelenata, prima di morire disse a sua fratello: fratello mio, poiché mi hai ucciso dovrai restare a prendere il mio posto, e siccome mi hai fatto del male, sarai sempre accusato di mangiare gli uomini.. così cominciò il Buiti, società segreta degli uomini, mentre l'Ombwiri fu continuato dalle figlie di Elamba. Il culto i-bwiri dei Fang si sviluppa dopo la II Guerra, origina da costa ed estuario gabonese erede di un culto della Dea-acqua comune a tutta la costa ovest dell'Africa (Mwei, Yemajà) e dell'India (Yemalla), e promette salute e benessere ai suoi devoti posseduti. Tra i Fang, i Mbiri si invocano per il restauro psicofisico, a mezzo di riti di adorcismo, dove spiriti ancestrali (geni, antenati) che possono causare afflizioni vengono invitati a risolverli in sedute più brevi di quelle del Bwiti. Imbwri chapel per riti di cura sono spesso dirette da donne, sono gli ospedali della religione Bwiti, dove mbiri è la religione di questo mondo e bwiti è quella del successivo. Bwiti e Mbiri sono in costante fissione con nuovi templi e cappelle in villaggi adiacenti e oltre-confine, ma restano accomunati dalla fede nel potere (mana) universale, rappresentato dal Dio-Sole (Kombe) e dalla sorella di Dio, Nyingwan Mebeghe, potere della notte-Luna (Ngonde), così le loro cerimonie bwiti sono tenute dalle ore 18 alle 6 del mattino.

La terapeutica gabonese include l'istituzione dei guaritori ombwiri, dove la visione permette l'incontro diretto con gli spiriti dottori e relative genie imbwiri, guardiani, punitori e guaritori. Malattia, sterilità e morte, assieme alla curiosità di conoscere l'essenza della vita, porta le genti del Gabon a porsi sempre alla ricerca di una risposta che soddisfi i misteri dell'esistenza. Autodifesa e istinto di sopravvivenza condussero popoli come gli Apindzi a vedere le piante come doni sacri di Cielo, Terra ed antenati (oppure Dio per i Fang), per scoprire il mondo invisibile aldilà e trovare le relazioni più utili al mutuo scambio tra ecosistema locale e umanità: l'assorbimento di Alan e le visioni che provoca, sono sempre precedute da un rito di purificazione, così il msg ottenuto dal Byeri antenato, durante visioni, audizioni, divinazioni, presagi o sogni lucidi, può riguardare divieti da oasservare o azioni da fare: caccia, ricerca di una compagnia, viaggio, progetto di vita, etc; il contenuto di tali visioni è simile a quello delle visioni sotto iboga, nella cornice dei culti/scuole del bwiti e ombwiri. Sebbene Alan è riservato al capo (famiglia o clan), iboga è disponibile a tutti coloro che desiderano conoscere le cose: iboga nel culto Bwiti gioca il ruolo di trasmissione del potere spirituale maganga (axè) tra i morti e i vivi, a differenti livelli o gradi, trasferendo nelle visioni i msg dell'aldilà. Per gli Apinzi, l'attaccamento a tale piante li pone in vigilanza contro le religioni di missionari aggressivi tanto che essi dicono: capitalismo (versione estrema del monoteismo) e radice sono incompatibili. Le visioni provocate agli Apinzi hanno triplice funzione: iniziare alla scienza delle cose e della vita; scoprire un malfattore; predire l'avvenire: i morti parlano agli allievi  mostrando insegnamenti, nuovi paesi progetti e segreti (vissuti dal neofita) sulla vita e la morte; affinché il neofita arrivi a uno stato di beatitudine già qui sulla terra, il bwiti gli impone una sola condizione: aspirare alla purezza di cuore, ovvero la ricerca di uno stato di grazia posta in cima a ogni altra valore mondano. La teologia Buiti non ammette gratuità per la nuova nascita spirituale non ritiene sia frutto di grazia divina, l'umano si perfeziona da se stesso, profittando di stimolanti soprannaturali, si purifica e libera con volontà e coscienza dai suoi errori, non eredita più peccati dai suoi parenti/antenati e diviene un jivan mukta. Il contenuto delle visioni del Buiti cambia con i popoli: i Fang trovano in esso e nella sua radice una nuova forza alla coesione clanica perduta, il loro culto dei crani  (Byeri) nella società iniziatica Melan, aveva subito una degenerazione e deculturazione che lo privò della sua funzione coesiva, così, subendo il colonialismo massonico e missionario da una parte, e attirati dal msg cristiano dall'altra, usarono il buiti di Apinzi e Tsogo per tornare ad essere uniti, forti, autoctoni; essi presero i miti religiosi Tsogo e ne elaborarono diverse versioni, così ad esempio, il mito di origine della pianta sacra dove la donna pigmea Banzioku, sotto ispirazione di geni d'acqua trova la pianta e ha la prima visione, stimola nei profeti bwiti fang (seminaristi e nima na kombo, iniziati anziani) una nuova novella per l'esperienza religiosa e le visioni dei Fang usciti dalla foresta e invitati dai pigmei a piantar la nuova pianta nei loro templi di villaggi: cercata o coltivata, la gente scopre in essa sempre più qualità benefiche: aiuta a calmare sofferenze, modera fame, sete e sonno, stimola la relazione tra i sessi smorzando le diffidenze, infine è usata come mezzo per le visioni nel corso di cerimonie iniziatiche. Le guide spirituale delle nuove chiese decisero che la pianta fosse una nuova eucarestia, il corpo del bimbo Jesus e di Banzioku, così elaboraron nuove teologie basate su visioni, adottando bwiti e bwiri e adattandoli pian piano al loro clima culturale, al fianco di proprie piante medicinali come l'Ekasso: per assicurar l'efficacia dell'iniziazione per visioni, i fondatori delle varie scuole studiarono la fisiologia base dei corpi dei candidati e le risposte psichiche interiori agli stimoli esterni, così nella liturgia preparatoria lasciano spazio all'autoregolazione dei candidati, favorendo l'emergere di visioni ad personam. Il maestro d'iniziazione agirà solo per aprire nel candidato più porte di percezione ostruite, lasciando che talenti e abilità affiorino e, come in una scuola di Krisnamurti, Montessori o Steiner, l'allievo è lasciato pure in solitudine ma sorvegliato, così da lasciar parlare la sua anima che già sa cosa ottenere. Il maestro aiuta il corpo dell'allievo anche con diete e rituali che lo rendano permeabile alle sottili influenze spirituali della voce musicale (arco ed arpa chiamano gli spiriti dei morti e/o subconsci, verso cui si orienta l'allievo), stimoli che aiuteranno le future trances (sonaglio sokè apre il cammino della morte e della vita, simbolico ricettacolo del seme maschile) e, una volta aperto, l'arpa sacra ngombi guiderà l'allievo verso l'aldilà e la sua voce sarà quella divina che parla e s'incarna nell'allievo animo stimolando in lui il desiderio di unione mistica per rinascere. Ngombi parla a nome della divina natura (egnepè per gli Tsogo) disponendo il candidato all'ascolto calmo e attento, le parole che il beti pronuncia orientano la coscienza del novizio sul cammino interiore così da vedere lacune o incompiutezze che attirano altro lavoro da fare su se stesso. La parola vivente dei maestri di cerimonia (povi, nganga, beti, etc) fa lievitare lo spirito novizio e tra lui e l'allievo si crea un dialogo a due spiriti: il maestro esprime affetto materno all'allievo che a sua volta solidarizza con lui e col gruppo intero, in uno scambio di relazioni sociali e affettività, accettazione incondizionata del primo (abbraccio spirituale) e adesione al gruppo degli iniziati dall'altro. Se l'uomo nel Buiti è la dimora spirituale, i suoi corpi allora supportano tutte le manifestazioni dello spirito, così l'ammissione e la purificazione del corpo del candidato deve essere provata e accettata dagli spiriti, per mezzo dell'Oven, un albero molto alto la cui corteccia si usa come emetico (purga), così da testarne volontà e purezza di cuore. Dopo aver lavato il corpo del candidato, si somministra un decotto di piante emetiche, per vomitare i mali commessi, i mali pensieri e tutto il passato marcato da ignoranza, e dunque vizi e condizionamenti subiti, così da tornare puri come infanti (mioimio, pl.mieumieu) orivi della malizia dell'Evùs (beyem = cannibali) o i ngolengole, umani che possiedono l'evus (pl-bivus) ma non lo usano, o gli spiriti dei morti, puri per disincarnazione, dice il buiti: chi vomita si purifica.  Quando il maestro ha esaminato qtà, colore e contenuto del vomito dell'allievo, constata se è sufficiente, quindi lo prepara alla confessione orale dove l'allievo si purifica di tutti i fatti gravi per i quali può aver causato squilibrio nel suo entourage: morti, adulterio, vampirismi, seduzioni maliziose (uso finalizzato del potere del sesso), sentimenti di gelosia, invidia e durezza di cuore nelle relazioni interpersonali (inospitalità, etc) senza tenere nulla nel cuore, pena il rischio di morte causata per vendetta dagli antenati oppure la pazzia; Swiderski vede due aspetti in tale confessione: essa libera da dipendenze più o meno coscienti che legavano l'anima dell'allievo al precedente ego attaccato al possesso di beni terreni e altre cose (fama, etc); essa è una catarsi completa che crea le condizioni necessarie alla rinascita (conversione in termini religiosi); l'allievo rinuncia al passato e coscientemente si pone sulla via di un perfezionamento morale che inizierà con la visione, durerà tutta la vita e terminerà con la morte. Per render l'allievo cosciente dei suoi gesti, le liturgie bwiti e ombwiri mettono a disposizione un apparato scenico che permette all'allievo di vedersi attraverso i tempi mitici, liturgie efficaci solo nella misura in cui l'allievo s'impegna personalmente (auto motivato), ovvero egli raggiunge il suo stato di grazia solo se si mostra disposto a riceverlo. Dunque la prima condizione di una visione è la confessione che, se incompleta, lascia chiuse delle porte o rende folli, fino a che, dopo un emetico, si vomitano tutti questi segreti: furto di soldi, rancore, menzogne, gelosie, incesti vari, omicidi, vampirismi e stregoneria, per questi ultimi tre non esiste perdono di dio dicono i Fang, tranne forse il dare la propria vita per salvarne altre direbbe Gandhi. Il maestro sperimenta su di sé ogni erba e rimedio che somministra.. sotto effetto della pianta gli occhi dell'allievo sono gonfi , eventuale nausea, vomiti, convulsioni, basso controllo del corpo (che ora non oppone più resistenza allo stimolo mistico della pianta), dunque si disintegra la vecchia personalità ed emerge lo spazio per una rinascita spirituale, ma prima di ciò i corpi si trovano in agonia continua: attività mentale alterata, sprazzi di emozioni angosciose, sonnolenze; mentre la pianta agisce l'allievo si disorienta, può perdere coscienza, oscilla tra confusioni mentali, aberrazione delle percezioni, illusioni, sogni lucidi e/o audiovisioni oltre la barriera magnetica spaziotemporale. Per garantire l'equilibrio psicofisico dell'allievo, la liturgia organizza un set audio-visivo calcolato sugli effetti e sentimenti del novizio; le ultime fasi prima della visione sono scrupolosamente osservate dal Kombo maestro, anch'egli scosso da tensione interiore e pronto a intervenire con gli antidoti in caso di emergenza: a sapere se l'allievo è già partito, pungerà il corpo nei punti più sensibili come la nuca.    Nella preparazione di una cerimonia d'Iboga, è molto importante avere una chiara intenzione su ciò che vuoi raggiungere (e manifestare nella tua vita), ovvero, ciò che desideri chiedere all'Iboga. Bisogna essere molto specifici nel nominare le cose che si desidera chiedere, ad esempio: piuttosto che chiedere 'voglio essere libero', specifica le singole cose / situazioni da cui si vuole essere liberati. Per raggiungere una chiara espressione della propria intenzione, un esame di coscienza o introspezione è necessaria; può richiedere tempo, mesi forse, per identificare le situazioni esatte in cui si è immersi, oppure comprendere eventuali talenti ancora poco conosciuti o gli ostacoli che impediscono la loro fioritura nel mondo esterno: libri, canti, o altri ausili possono essere utili nel processo di auto-investigazione; qualcuno legge o canta una frase o una parola che lo tocca e fa risuonare il lui qualcosa.. Poi, serve prendere il tempo necessario per meditare e lasciare che il messaggio penetri nel proprio subcosciente, come pioggia in un campo, lavorerà gradualmente producendo la trasformazione che si cercava: l'espressione della intenzione è una parte essenziale del lavoro con Iboga.  Presso gli Apindzi da sempre esistono due poteri: religioso e amministrativo (portato dai colonizzatori europei); loro sono attaccati al potere religioso in quanto continuità con i loro antenati e base dei loro costumi e credenze: Mwiri, Nyembe e Bwiti, quest'ultima da loro sentita come religione propria. Con l'arrivo dei missionari nei villaggi apinzi, il bwiti iniziò a divenir nazionale per la necessità di una vigilanza dei loro insegnamenti religiosi tribali tanto che gli apinzi sono detti refrattari ad altre evangelizzazioni. Nella vita religiosa degli Apinzi, il bwiti ha un ruolo d'integrazione, interprete della conoscenza acquisita tramite visioni e contatti col creatore Nzambè e gli antenati, intermediari tra il mondo dei morti e dei vivi, dove i morti dimorano nel grande villaggio di Nzambè conducendo la stessa vita che avevano sulla terra; essi formano con i vivi una sola unità clanica, apparendo nei sogni, facendo conoscere la loro volontà (presagi), servendo in situazioni difficili o mostrando malcontento per date scelte. Nel Bwiti le loro reliquie sono preservate in luogo apposito e onorate con offerte: ogni famiglia clanica costruisce la sua casa del bwete, la sua mancanza indica scarsità di ambizione e dipendenza da altre famiglie per ogni iniziativa. Il diritto (sombo) di costruire e possedere una nganza, si ottiene durante una seduta di Bwiti gevanga (bwiti per stabilire un progetto), qui il capofamiglia o clan esprime il suo desiderio di costruire una nganza (mosalidiaga nganza) e domanda che gli venga accordato il diritto di possederne una.. gli assistenti gli diranno che lui dovrà versare un canone (sombo) alla società, in genere cacciagione tra cui Gesibo (antilope dormiente, sacra al bwiti), Kondo (caschi di banane) e una somma in danaro fissata dal consiglio degli anziani (ekunzu). Ricevute metà offerte, gli anziani annunciano al futuro possessore che simbolicamente deve offrire una vittima umana, per testare il suo coraggio ma sopratutto per calmare l'astio di uno o più capi influenti che pure domandano il sombo: tu vuoi possedere un nganza? bene, allora dona qlcsa di personale che tieni (oggetto caro, un animale prezioso, etc).. ciò deriva dalla credenza secondo cui il prestigio di una nganza o un tempio qualsiasi, aumenta in funzione el prestigio delle offerte e delle reliquie (vere o presunte) ivi sepolte (vedi novella del santuario sufi nel deserto), da qui lo zelo di fanatici che avvelenano un parente o forzano un aborto: il cranio di un sergente francese era famoso nei paesi Tsogo.. la credenza ancestrale che il cranio contenga tutte le forze dell'individuo si ritrova nei cacciatori di teste indonesiani e dell'Amazzonia, e residua nella pratica degli Yanomami di mangiare la polvere delle ossa dei propri cari estinti o di bere dal suo cranio; costumi simili che vedono l'uso di tibie e crani come amuleti protettivi si riscontrano un pò ovunque, dalla Divina commedia di Dante (il cranio dell'amato sepolto in un vaso di basilico) allo stemma di bandiere pirata e araldi di logge massoniche, dai miti di fondazione del Tempio di Giove capitolino (fondato appunto sul capitolium, cranio-testa) ai mausolei di noti condottieri, re, taumaturghi, santi e ricchi personaggi, le cui reliquie sono sempre considerate fonte di mana visionaria, emotiva o terribile (dente di Buddha, lingua di sant'Antonio, etc.), spesso collegati ai miti dei gemelli, ovunque considerati i terminali di un ponte che collega il cielo alla terra (caino-abele, romolo-remo, manu-lissa) e dunque già iniziati per nascita. Dato che spesso le nganza sono poste all'entrata del villaggio apinzi, per accogliere i visitatori, fungere da sala riunione, centro sociale e ricreativo, etc (i cristiani hanno le loro nganza per danze del Bwiti a masseva), alla loro costruzione furon sufficienti un pollo o il trapianto di un albero manga, ovvero una palma nana le cui foglie sono usate a coprire il tetto della nganza. Se questa è la casa dell'universo, il luogo sacro dove avviene il contatto con gli antenati e il Buiti, il pilastro centrale (guengo gn'enganza) è il ricettacolo in cui si concentrano tutte le forze vive della casa, chiave di volta in cui risiede la forza di resilienza, materiale e misteriosa (maganga) del tempio, canale del potere del Bwiti da cui emana la forza magnetica vitale (simile sia all'albero sciamanico tra i mondi, motombi in Africa, sia antenna di geronimo da cui fluisce l'orgone-num-qi) e a cui giungono le suppliche dei fedeli per la cura di corpi, clan ed ecosistemi.. tuttavia il vero passaggio al gran villaggio del Cielo (aldilà) è dato dalla corda, ronzio dell'arco a bocca che proviene dal fondo tempio (go koyi enganza), il sancta santorum degli antenati del Bwiti, cioè strumenti musicali e reliquie qui giunti in processione.  Il pilastro-totem si trova presso l'entrata e vicino la trave maestra (motondo), su di esso sono appese vari simboli e reliquie (capelli, unghia, artigli e denti felini, mascelle di coccodrillo, piume, aghi d'istrice, strisce di stoffa colorata, specchietti, pannocchie di mais, fiori), segni di spiriti aiutanti animali e vegetali a cui si domanda protezione della selvaggina, avicoli, granaglie, corsi d'acqua, etc, contro predatori selvatici, malfattori, nemici e calamità naturali in genere. Presso Apinzi e Tsogo il pilastro resta rudimentale, con decorazione a losanga che figura il sesso femminile.. presso i Fang il pilastro viene scolpito in figura di femmina fertile, a rappresentare Nyngwon mobaga, prima donna e sorella di Nzamè, mentre nelle cappelle di Libreville è ancora più elaborato, con simboli indigeni e cristiani assieme. Può venir dipinto in rosso caolino (tsingo) in occasione di feste riti solenni della vita o inaugurazione di una nganza, mentre per la celebrazione della nascita o iniziazione di due gemelli sul pilastro rosso sono dipinte due tacche tonde di bianco caolino (mpemba), giacchè bianco e rosso sono simbolo primo dei gemelli-ponte.  Come per altri popoli del pianeta, i riti di benedizione presso gli Apinzi consistono in offerte (a guadagnar favori nella caccia, pesca, piantagione, etc.) agli antenati presso le loro tombe, ai geni (anche malevoli) delle sorgenti d'acqua, foreste, arco-in-cielo nungu (simboleggiato dal serpente moduma, vipera del Gabon) e infine offerte al potere stesso (bwiti) e riti per avere la grazia attraverso i nganga del bwiti. Nel periodo di preparazione della milpa, a luglio-agosto, dopo lo smacchiamento (matemo) fatto dalle donne, viene l'abbattimento delgi alberi (dikwangi) fatto dagli uomini, atto pericoloso specie per i giovani senza esperienza. Così in questa stagione secca si cerca di prendere precauzione affinchè tutto si svolga senza incidenti; gli anziani inventarono la cerimonia Embando ya dikwangi, che ha luogo nel corso di una sessione di Bwiti wa mbando (bwiti di consacrazione), una veglia con i nganga veggenti che profetizzano sul lavoro di debbio.. il nganga consacra tutti al potere protettivo del Bwete, così la profezia o auspicio, sarà ottimista ma piena di inviti alla prudenza: Bwètè a bèndi mbe gètabè (il bwiti dice, tutto andrà bene), gli auspici invitano i giovani a fare i bravi e ascoltare i consigli degli anziani, poi il nganga incoraggia ciascuno a confidarsi, prende le sue braccia e traccia una lunga linea di caolino rosso (simbolo di vita sana) poi all'alba prende una ciocca di capelli di ciascuno (totsogè) e unghia di piedi e mani (dinèta), ricchi di forza personale mana, e confezione un piccolo pacchetto che appende al pilastro centrale della nganza (moditsaga va gnèngo gn'enganza), affidando la vita di ciascuno alla protezione del potere bwete (consacrazione per magia simpatica); poi durante la cerimonia della notte ogni uomo a turno mima l'abbattimento d'albero sul pilastro centrale, a cui è attaccata una liana (gyango): il pilastro simboleggia il motombi su cui il giovane dovrà salire durante l'abbattimento. La consacrazione (mbando) dona anche altre garanzie: se il nganga ha già compiuto riti di offerte e purificazione necessari a far ritrovare la benedizione nella pesca, caccia e milpa, e un antenato ancora impedisce questa fortuna, allora si prenderà una reliquia dal primo pesce pescato o pannocchia raccolta e si appende sul pilastro (es.piumi di polli e tacchini) per ringraziare il potere del bwiti ed esser sicuri che il defunto nulla osti, inoltre si appenderanno reliquie simili contro malfattori del villaggio o dintorni, che il potere del bwiti s'incaricherà di punire o tenere lontani. 

 Le società segrete dei nativi/primitivi sono/furono la fonte delle religioni dei misteri, dove la conoscenza spirituale si condivide tra gli iniziati che formano una comunità spirituale. Tutti gli atti compiuti durante le riunioni ufficiali di Bwiti hanno carattere sacro, poichè i bandzi riproducono e rinnovano le realtà metafisiche rivelate dagli antenati. Swiderski, nel Bwiti e nel Nyembe distingue più tipi di sessioni, secondo l'etnia, il luogo e le circostanze che motivano la riunione. Bwiti Ndea (mangiare) degli Tsogo richiama il simbolo del mangiare la carne degli antenati, sacrificio eucaristico universale comune anche alle società Mwiri presenti in tutte le etnie praticanti anche il bwiti. Se il Bwiti corrente può esser visto da tutti in quanto attira l'attenzione (folklorico), mentre Ndea e Mwiri sono pratiche di soli iniziati: tra gli Apinzi il Bwiti corrente si divide in Dissumba, a Mwèngwè, a Missoko. Bwiti Dissumba (o masseva) è cerimonia fastosa e gioiosa, pubblica o celebrativa del ritorno di un lontano parente dall'estero, inaugurazione di una nganza, etc. Masseva significa gioire, divertirsi, mentre Dissumba significa pure riscatto, dono fatto dallo zio materno per acquistare alla nipote il diritto di far parte della società degli adulti. Bwiti a Mwènguè: seduta di bwiti organizzata per la morte di un membro della società, cerimonia di lutto, rito funerario.. alla morte di un membro della comunità tutti i confratelli si riuniscono per un Bwiti Dissumba in cui si marca l'apertura del lutto e si chiama Mokukua (o Mwei) spirito sirena che arriva rumoroso e grottesco e annuncia pubblicamente la morte del defunto, domandando ai parenti di enunciare se il de cuius nella vita ha onorato tutti gli impegni presi nel giorno della sua iniziazione; esaminati quest'impegni da tutti i membri, lo zio parla dei suoi inadempimenti ed eventualmente li onora, poi tutti gridano ok e la cerimonia diviene un bwiti dissumba, se invece rimane un debito che lo zio non ha potuto pagare, si rinvia l'affare al mese dopo, nel corso di un altra sessione di bwiti a mwènguè, dove lo zio annuncia di aver onorato gli impegni: l'attesa di un mese serve a che il corpo defunto si sia decomposto così da permetterne il distacco di ossa e cranio celebrati poi in processione nel villaggio fino alla tomba/urna designata dal defunto avanti il suo trapasso. Bwiti a Missoko, dal verbo apindji mossokaga (indagare la causa), è una danza fatta dal nganga al fine di scoprire la causa di una malattia o morte, e dove le parole hanno ruolo centrale; nel caso di una morte innaturale, il nganga dovrà scoprire il malfattore che ha avvelenato il de cuius. Presa la decisione di chiamare un ganga, si invia un ragazzo come messaggero, con un pezzo di radice d'iboga (se invece si invita una curandera nyembè, si inviano chiodi-di-garofano detti mitsei). Il nganga rinvia il messaggero e conserva la radice amara che inizia a mangiare, poi va nella boscaglia a divinare: cerca l'albero Nzingo (chiodi di garofano, lauracea), taglia i suoi frutti amari e pronuncia il nome del malato (o defunto) dicendo più o meno 'Tu gussangala (albero che viene scosso) quando cadono i tuoi frutti si aprano di un so colpo, fammi conoscere al primo colpo colui che ha avvelenato tizio (qui pronuncia il nome del malato).. prima e dopo questa formula egli scuote la pianta divinatoria, intaglia un pezzo di scorza che, se si stacca d'un pezzo, ne ricava segno certo che il malato fu realmente avvelenato, così resta solo da identificare il malfattore (autopsia rituale), da questo momento il nganga sà che non si tratta di malattia o morte naturale. Dopo tali preparativi, il nganga si reca al villaggio del malato, chiama a parte due o tre anziani residenti e inizia la sua indagine, in segreto.. quella persona mancò di parola con qualcuno del villaggio? così egli ottiene il nome di possibili nemici o indiziati. Verso le 19 inizia la seduta che si svolge in tre parti: invocazione degli spiriti; scoperta del malfattore, giudizio del malfattore. L'autopsia medico-legale è molto diffusa in Africa, e in Gabon nella regione della Ngounie è spesso obbligatoria nelle società Bwiti, sebbene accettata solo per obbedienza alle norme severe, specie nei villaggi lontani dalle città, dove il controllo statale è meno presente; qui l'autopsia rituale (ricerca da parte del nganga delle cause della morte) è svolta sempre in segreto, fuori dagli occhi di etnologi e non iniziati: essa si basa sulla credenza antica e profonda nell'esistenza di un mana individuale che permette, a chi ne sovra-possiede, di realizzare azioni straordinarie e influenzare gli altri (carisma, seduzione). Tra lgi Apinzi questa forza è detta nzango, tra i Loango, Bateke e Fang è detta evur o evus, tra i Baka è detta megbe, o elima in altre etnie del nord Congo; hassina tra i Malgasci, num tra i San.. è forza neutra, spesso assimilata a un genio della lampada/bottiglia, che può stapparsi e fuoriuscire come un densoo fumo/nebbia (alito del drago in Cina), base di tutte le filosofie degli africani, indiani, cinesi, nativi australiani, americani, slavi, etc. Essa implica la fede in un mondo aldilà, fonte di tale forza creativa e distruttiva del mondo; l'essere umano, sua creatura, può accumulare in lui questa forza come anche in oggetti materiali (feticci, talismani, danari, etc), luoghi, piante ed animali di cui l'uomo può appropriarsi, cioè possedere ed esser posseduto. I pigmei Efes dell'Ituri dicono: quell'antenato ha molti sonagli/testicoli! ovvero i ricettacoli per eccellenza di elima/kundalini, dono di natura o acquisito dai parenti per via ereditaria o ancora ricevuto nel corso di una cerimonia presieduta dal nganga, oppure può essere il frutto della morte di qualcuno a noi vicino. L'autopsia ha dunque l'obiettivo di verificare se il defunto ha mangiato l'anima di altri (magari per arricchirsi), ovvero se si è appropriato della loro elima oppure se egli stesso sia stato mangiato (vampirizzato) da qualcun'altro: la forza cercata nel corpo del defunto, per dissezione, si trova sotto forma di granchio, polpo di tumore presente nelle viscere. La cerimonia, interdetta anche alle donne, pone divieto agli uomini di parlarne al villaggio, ecco allora che la sposa Apinzi sovente soffre poichè non conosce il luogo di sepoltura del marito, qualora speciali circostanze obbligano i buitisti a nascondere il corpo del defunto. 
 Dopo l'arrivo dei missionari cristiani, la cultura e società Apindzi ha iniziato a disintegrarsi avviando due tendenze opposte: lasciarsi influenzare dalla cultura consumista importata, o restare fedele alla tradizione. I capi villaggio si oppongono con forza alla religione importata, e si sforzano di usare tutto il loro prestigio per educare le giovani generazioni al rispetto e fedeltà ai costumi locali e tribali, insistendo sempre sul valore spirituale delle loro credenze e la ricchezza umana delle loro esperienze, accresciuta dalla storia della tribù in relazione all'ecosistema. Dunque la mutazione del Bwiti in una nuova forma religiosa nasce da tendenze consapevoli di persone influenti e colte, che si sforzano di dar nuovo volto e forza ai simboli e alle antiche forme di culto; persone con forte vocazione religiosa e intuizione, capaci di trovare ascolto (audience) nella gente mostrando la forza e la bellezza delle cose perenni, innovatori aiutati da  contingenze politiche e patriottiche, buoni conoscitori dell'animo umano, aspirazioni, tendenze, favole e debolezze del proprio popolo, capaci di adattare a tali bisogni le cerimonie religiose straniere entro una cornice culturale locale (glocal).. allora un cuore solo vissuto in una lliturgia di canti e danze Apinzi darà profondità mistica appagando i bisogni di appartenenza e trascendenza allo stesso tempo, amare e sentirsi amati, accettare ed essere accettati, un utopia che si realizza nella nganza.. là nel tempio dell'universo, tutti gli umani tornano nativi di una sola tribù interetnica, un solo cuore universale che fa vivere la propria religione attraverso le emozioni collettive poichè, come l'arte la musica e la letteratura, il prodotto del rituale è proprietà della comunità; così Ndeya Kanga, nuova religione mista dei dintorni di Libreville (Bakelè), usa come base il bwete dei villaggi Apinzi, ma ne muta in parte simboli e cerimonie nelle forme del culto cristiano.  Ndeya Kanga venne fondata da un giovane seminarista che trasse dai culti cattolici e protestanti tutto ciò che poteva impressionare i fedeli: così l'imitazione delle maschere riprende l'idea di una gerarchia ecclesiastica, mentre il pilastro centrale resta il centro spirituale del clan, luogo di contatto carismatico con gli antenati defunti e aldilà, e l'uso di iscrizioni latine e francesi serve a creare nei fedeli un clima di mistero e unicità. Le cerimonie notturne, tenute ogni settimana in un villaggio differente, han carattere simile alle processioni cattoliche ai santuari di grazia, sebbene composte secondo il modello delle ngosè notturne del Bwiti della selva; il luogo rituale è detto Nzimbè ed è dietro la casa del Buiti, mutato in sagrestia dove i danzatori si abbigliano e truccano per le danze. Le cerimonie Ndeya Kanga iniziano con processione silenziosa dalla Nzimbè al Tempio del mondo, sotto il suono delicato di un arpa ngombi e le salmodie ritmate a voce bassa dagli uomini.. davanti l'arpista avanzano i bimbi del coro provvisti di sonagli per pulire la strada verso l'altrove, al passaggio la folla s'inginocchia come al santo sacramento, dove Dinzona (con in grembo la radice) è la dea luminosa doppiata con la Vergine universale. Entrando nella cappella Ndeya Kanga, si saluta il luogo sputando più volte: saliva, seme, sangue, unghia, capelli..tutti partecipano alla forza vitale, cosi gettarli a caso significa disperdere quel mana che qualcun'altro potrebbe raccogliere e usare per nuocere, invece mettendoli sull'altare o sputando su di esso si compie un sacrificio personale (offerta) al genius loci ed antenati. A inizio cerimonia si distribuisce la radice amara agli assistenti che la mangiano per conservare la lucidità necessaria alla lunga veglia; i danzatori hanno già mangiato tutto il giorno in gran qtà. Più tardi, verso le 2 del mattino, dopo una lunga gestione con gli antenati, si distribuisce di nuovo la stessa pianta, ma stavolta sotto forma di decotto da bere, e si canta sempre nella lingua liturgica apinzi. Le antiche danze in parte son trasformate in deambulazioni aventi triplice scopo: mezzi per entrare in estasi e contattare gli antenati, mezzo di guarigione per i malati, e mezzo per esprimere la gioia pura. Le danze di guarigione del Ndeya Kanga hanno stesso carattere di quelle di un Bwiti a Missoko, durante il loro svolgimento i pazienti sono sdraiati a terra attorniati da candele accese e in attesa del miracolo della guarigione, recitando eventuali formule e mantra. Principe Birinda della tribù degli Eshira provò a dare a questa nuova branca religiosa una base filosofica mista: greca e personale.. così la trinità cattolica nella versione Ndeya Kanga diventa la dea luminosa Dinzona che appare in tre persone nella bibbia di Birinda: un lunedi di Pasqua i fedeli del Ndeya Kanga organizzarono una loro processione al santuario della Maria Vergine di Libreville da loro venerato come Dissumba, ma furono presi a sassate dai fedeli cattolici che non compresero. Oggi la forma di Bwiti sincretico della Ndeya Kanga ha valore nazionale gabonese, in quanto inter-tribale sebbene praticato sopratutto dai Fang, mentre il Bwiti di Apindzi, Tsogo e Sira, conserva un carattere clanico e locale anche nelle grandi città del lavoro, al punto che la rivalità emerge nella gara delle danze bwiti, dove ciascun gruppo, scuola o lignaggio valorizza apporti del proprio folklore.. scrive Swiderski: se si vuole conoscere meglio le basi filosofiche del Bwiti e la sua funzione prima, bisogna andare nei villaggi degli Apinzi lontani dalle città, dove il bwiti della selva, sebbene esteriormente più semplice, possiede un carattere più legato alla terra e alla sacralità del rapporto tra umani, creature ed ecosistema locale e cosmico.. a loro modo cmq, tutti i bwiti sono guardiani e interpreti della tradizione degli antenati, conservano cioè principi etici che accomunano, ed elementi culturali che invece distinguono e fanno unica una tribù dalle altre; come altri popoli d'Africa e del mondo, la tribù degli Apinzi si sforza di salvaguardare il carattere particolare e africano della propria cultura.. sebbene le nuove istituzioni di clero e Stato hanno già ridotto l'importanza pedagogica e sociale del Bwiti nell'organizzare imprese culturali collettive, con tentativi di parroci e abati Apinzi di adattare cerimonie Bwiti a liturgie per future parrocchie-scuole nei loro villaggi.. sebbene si installano elettricità, ipermercati, antenne radio, cinema e televisione, che pian piano corrodono le antiche credenze negli spiriti buoni e malevoli delle acque e foreste, creando nuovi bisogni di consumo, nuovi clichè culturali, nuove paure e nuove malattie psicosociali urbane e globali, nonostante tutto questo, la forza del Bwiti primigineo cerca nuove strade percorrendo all'inverso le vie dagli europei, migra e traversa il mare, pronto a curare i tanti malati di ipermodernità, a ridare vita con la sua radice al battito del cuore esausto d'Europa: come rilevò Jung, i vecchi demoni e Dei sopravvivono nel subconscio, in scene teatrali popolari, in fiabe e racconti.. e i canti d'arpa ancora evocano l'antico passato africano degli Apinzi, uno dei tanti patrimoni di vita dell'umanità, ab'origen.


Maschere Okoku. Okoku (o-kukwe) sono maschere Myene (di origine Galwa) che han perso valore rituale, maschere bianche con occhi protuberanti fatti con chicchi di caffè, dipinte in tinta rosso e triangoli neri sulla fronte, hanno aspetto clownesco che evoca mammiferi marini; alla maschera è attaccata una lunga capigliatura che ricopre interamente il danzatore. Tale parola è usata pure dai Fang (-nkuk, plurale mi-nkuk) per indicare almeno quattro cose: le maschere bianche ngon-tan (giovane bianca); ogni sorta di folletti, nani ed elfi che abitano l'albero sacro Oven, ed etichettati come diavoli dai missionari concorrenti; omuncoli e zombie al servizio di un mago o alter ego dello stesso; le anime dei defunti allorchè diventano spiriti tutelari che vivono in fondo ai fiumi o totem animali protettori di un clan (Gorilla, scimpanzè, cicogna); e infine, richiamano le credenze dei Pigmei che seppelliscono i loro defunti nelle cavità dei vecchi alberi della selva ricoprendo la sepoltura con rami e foglie miste a terra. Mi-kuyi e mu-kudji indicano pure le maschere bianche presso le varie etnie dell'interno Gabon, figure in legno dipinte con caolino, tutte varianti stilistiche del comune tema della giovane donna morta (Banzioku) o giovane donna bianca legata alla luna e ritornata: queste maschere Okuy hanno criteri di bellezza (asiatici) in Africa detti miso-ma-mighembe, ovvero stilizzazioni estetiche: occhi chiusi, sopracciglia a puntini, viso bianco e capelli posti a chignon, evocanti simili maschere e bamboline dell'arte cino-giapponese. Per gli Tsogo a festa, le acconciature e i canoni di bellezza delle donne prevedono: capelli a chignon e un doppio arco di cerchi o puntini per sopracciglia, terminanti con un triangolo che figura il naso, dei fori per gli occhi e una protuberanza per la bocca, infine las fronte dipinta in ocra o bianco, che nelle società Nyembe, Ombudi e Imbwili, indicano anche i segni del lutto. Nella grande diversità di forme, le maschere bianche sono un tipo a sè; tra gli Tsogo le maschere (dette -oso, fisionomia) che intervengono nel bwete sono la sintesi tra credenze sui mi-kuyi e le visioni aiutate da eboga; durante le cerimonie notturne tali maschere tenebrose sono favolosamente schiarite dalla luce di una torcia e a buona distanza dal tempio, esse figurano i mi-gonzi (revenants) e tutto un carnevale di esseri mitici, astri, piante, navi cargo e bananiere europee, archetipi collettivi cosmici, subconsci e caricature grottesche: Teta a Mokeba (padre Mokeba), Tsege (mandrillo), Nzigo (scimpanzè), Ngia (gorilla), Ngondo (calamaro), Ngando (caimano e tartaruga mitica rossa con tacche bianche), Ndzoma (bufalo), Moyeye (chi non dorme mai), Mosema (arido di stupore), Mogesi (genio), Disumba, Nzambe kana (l'antenato), G-kmete (airone d'acqua), Getsagutsede (vecchio), Kombe (sole), Gembano (mascherina bianca da funerale su cui don piantate due torce), marionette e foglie di banano piantare al suolo.. Tsogo sono un popolo di abili commedianti, capaci di organizzare uno spettacolo bwete già alla mattina, dopo una veglia funebre (bwiti a muengwe), sanno imitare con ironia e comicità le marce militari degli europei incluso il tono di voce. Come il culto della Sibilla dei Piceni italici, le ngozè del bwete sono tentativi di mediazione tra Natura e cultura, mondo dei vivi e dei morti, e le maschere illustrano questa partecipazione con l'aldilà e tutte le forme inquietanti che essa può prendere, facendosi aiutare da vicende e folklore del gruppo; nelle associazioni bwete le stesse maschere sono: sia oggetti sacri riservati la notte ai soli iniziati, sia gioiosa messa in scena (di giorno, sotto gli occhi di tutti), di personaggi teatrali travestiti o addobbati con orpelli vari, a evocare la storia della tribù e le sue guerre con i Kele. La notte sacra e il giorno profano richiamano l'origine del Teatro, dove i canti accompagnano l'uscita delle maschere e il loro modo di danzare ne precisa il carattere, alla maniera del Candomblè, dove musica e letteratura orale donano voce sovrannatuale alle apparizioni; esempio di un canto di accompagno bwete: o scimpanzè non te la prendere, sei brutto e con le rughe.. o gufo (bubo poensis) mostra le tue corna che noi vediamo tua apparenza alla luce delle torce.. ecco la mamma con suo figlio, oggi è tornata sulla terra coi suoi ginocchi gonfi.. ecco Bovandza che va alla piantagione con la sua zappa.. ecco l'uccello cupi-cupi che viene a disturbarci con la sua stridula voce (allusione a Kono).. ecco Bidhoghi, maschera del clan Mighene.. ecco Disonga del clan Gyèongo.. ecco Gepobwe, (feticcio di guerra invocato nelle guerre contro i Kele).. ecco le maschere sonore (cioè suoni deformati da decotti di piante che irritano le corde vocali), voci degli spiriti della foresta di varie scuole iniziatiche.. ecco i Mogonzi (annunciati da cori e percussioni e dissimulati da drappi di rafia, separè a fondo tempio).. ecco Kono detto Mokuku a madungu (si manifesta nel bwete di lutto) che così parla alla platea a mezzo del suo Madungu (un suo iniziato che dialogo in suo nome); Mudungu agita i sonagli e dice: oh bandjia! il capo della vicina tribù viene in terra con i denti come a metter piante di arachide! Kono riposnde: egli è oggi nel mondo dei morti, egli ha terminato la sua lotta della vita. Mudungu: è dunque tuo, uccello divoratore! Kono: agita i sonagli di basoko per conversare con l'aldilà.. ecco quà le tappe della sua via.. ko ko ko.. omba disumba.. Iya Mwei è il mokoku, mwiri, mweli, orixas, ecc, che comanda a tutti i geni silvestri, acquatici e ctoni (ha vari nomi nelle varie etnie); presso i Punu, Eshira, Sango, Nzabi, Kota, Tsogo, Teke e Fang (Mwer e Ngi) è colei che inizia gli uomini al Bwiti nella seconda fase dei riti di passaggio, interviene nel Bwiti funerario dove i nima (iniziati anziani) sono pure iniziati a Mwei.. Horn scrive: Iya Si, madre terra Galwa, è iniziatrice di uomini, ma richiama pure l'eco degli uomini-pantera, gli iniziati della polizia segreta tradizionale africana (nei regni Kongo, Loango, Ashanti, etc.) incaricati di sorvegliare l'ordine pubblico, il rispetto delle leggi e norme imperiali, vietare la caccia e pesca in date stagioni e luoghi, proteggere piantagioni private, esorcizzare paure di epidemie, reprimendo malfattori e cercando capri espiatori: le donne furono vittime privilegiate del terrorismo Muviri, ma posseggono società simili al femminile, la Nyembe (Lesimbwe e Mevung delle donne Fang), protetta dal segreto iniziatico, che semina terrore tra gli uomini in una laterna guerra, tregua e pace tra sessi sociali. Sul delta del fiume Congo, Iya Si è precedente ai Muviri, trafficanti Vili aventi scarificazioni di riconoscimento che giungono dal mare via fiume per razziare schiavi; oppure alcuni uomini-pantera assoldati da membri aristocratici di una società franco-massonica forte sulla costa, i cui adepti solo avevano il diritto di pronunciare la parola iassì e portare la mano sx su spalla dx in giuramento a Yasi. Dunque un mix di credenze e iniziazioni diverse sono all'origine delle attuali Mwiri o Mwei presenti in tutto l'ovest del Gabon, così la leggenda della scoperta del primo Mweri presenta lo stesso schema in tutti i popoli dell'area.
Origini di Ya Mwei: il primo Iya Mwei fu un caimano ibrido con ippopotamo, pesci e umani, dimorante sott'acqua in un grande lago e leader di tutti i pesci e animali acquatici, suoi fratelli. Una volta le donne andarono come al solito a pesca.. e sentirono la voce di un caimano (ngando) che cantava loro: salve! posso ingoiare alcune vostre sorelle? non abbiate paura di me, io vi insegnerò a parlare la mia lingua e a danzare il Nyembe (fino ad allora conosciuto solo dagli uomini), sono un totem dei vostri antenati, non lasciatemi dimenticato in fondo al lago, ma portatemi al villaggio come vostro aiutante.. le donne si consultarono e poi cantarono la risposta al Mwei che, intanto, mostrava loro la danza nyembe.. la scena si ripeteva anche nei giorni seguenti, e il loro attardarsi al lago destava il sospetto degli uomini al villaggio. Mwei sempre tornava a parlare dal fondo dell'acqua, ma un giorno gli uomini seguirono le donne, così, vedendo le donne che invece di pescare facevano un rito in cui si facevano ingoiare da Mwei (metamorfosi rituale), gridarono stop! allora Mwei si rivolse loro è parlo: voi uomini potete farmi uscire dall'acqua e trasportarmi su un tronco fino al vostro villaggio, là mi costruirete un recinto sacro (nsanga) dove riempirete una piscina d'acqua dove io possa vivere, poi vieterete l'accesso al luogo con varie barriere. Fatto ciò scegliete un iniziato ai miei misteri e lo nominerete mio interprete (mudunga), lui potrà invocarmi durante le vostre cerimonie usando la camapana regale Kendo.. lgi uomini fecero tutto ciò e dal quel giorno abbandonarono la danza Nyembe (preservata dalle donne) e adottarono quella di Mwei. Venuta la stagione secca gli abitanti partirono tutti per accampamenti di caccia e pesca, così non vi fu più nessuno che potè portare acqua alla pozza di Mwei, la quale morì di secchezza. Un pigmeo del bosco tornò per caso al villaggio, dal gran numero di mosche sul corpo di Mwei capì che era morta. Andò ad avvisare i compagni e provò a imitare la sua voce, giacchè sapeva imitare le voci di molti spiriti della Foresta, e scolpì il ritratto di Ngando sul palo sacro della casa di culto.. da allora Ya Mwei si manifesta agli Tsogo (durante le loro cerimonie bwete) con voce mascherata, rauca a causa faringe irritata dal decotto di foglie di una liliacea (Ancistrocarpus densispinosus). Nel mito Mwei è principio di fecondità selvaggia, eccessiva, disordinata, socializzato/domesticato dagli uomini che lo sottraggono alle donne; Mwei diviene allora la garante delle iniziazioni maschili ed è in suo nome che si fanno i giuramenti più sacri ma anche le esclamazioni più viscerali (gioco degli insulti sessuali), i suoi borgorismi grotteschi e poco comprensibili vengono tradotti dal mudunga, mediazione dall'informale al formale. La leggenda di Ya Mwei (voltumna, medusa, proteo, anaconda, kundalini, ju'rema, banzioku, dinzona, etc.) è simile alla versione Fang nei rituali del Mvet: i Fang vivevano sulla riva di un grande fiume di cui non vedevano l'altra sponda, così dovevano fare un tributo giornaliero di una giovane figlia a Ombure, un grande coccodrillo capo della selva e delle acque. Nel giorno in cui la più bella ragazza della tribù stava per unirsi al coccodrillo, l'eroe Ngurane riuscì a uccidere l'animale inebriandolo con vino di palma versato in grossa tiara fabbricata dalle donne, poi con la sua pelle secca confezionò un galleggiante teso con dei pali e ne nacque la prima piroga che permise ai Fang di traversare il fiume e poter migrare in altre terre; da allora Ngurane Ngurane è detto il figlio del coccodrillo, leader che ordina ogni mese che le donne piangano Ombure e che gli vengano immolati due uomini e due donne la cui pelle si trasforma nella piroga che traversa il fiume.. allusione al rito di passaggio dei giovani che, accompagnati dal suono dei tamburi in pelle, percorrono il fiume del confine. il mudunga descrive la risalita di Mwei per i differenti fiumi che conducono al villaggio dove è stata convocata, in tale dialogo interviene pure il Teta Mokeba, marito buffone che finge di risentirsi degli insulti rituali che gli iniziati indirizzano al supposto sesso femminile gigante di sua moglie, mentre colpi secchi sul tamburo simulano i colpi di coda di Ya Mwei. I nima vanno ad insultare ritualmente la vedova dle capo e i vari piangitori in lutto posti in una casa di carta, il mudunga agita il kendo e parla: ecco, arriva la cosa che porta gli umani alla tana del caimano.. colei che dona vita e fecondità e gonfia i lignaggi dei clan; come un fiume ecco che rimonta il lignaggio di Buka, tutta la discendenza del clan, come un elefante che scende a valle per riunirsi in gruppo al ruscello.. eccolo, arriva alla confluenza del fiume Ogulu, poi sale alla confluenza del fiume Disenge dove incontra il pesciolino Gekinda che deperisce.. ora è alla confluenza del fiume Oguma dove incontra il girino con il ventre gonfio che dona salute e prosperità.. poi rimonta muggendo (colpi secchi di tamburo e sonaglio simulano l'ascesa di Mwei fino a conclusione del suo intervento) e arriva aqlla confluenza del Divungu/biedano dove incontra il gamberetto di acqua dolce che gli apre il passaggio, ecco.. ora è qui è arrivata! il mudunga si rivolge ai presenti e a Mwei: oh madre dal sesso enorme e sbadigliante, noi abbiamo ordinato i riti che ti riguardano! Teta Mokeba: non insultare la mia donna in pubblico! Mudunga: ora che tu sei arrivata da noi, ecco la ragione per cui ti abbiamo chiamato; non è per la nascita dei gemelli, non è per ringraziarti di una caccia fruttuosa, non è perchè abbiamo abbattuto l'acquila coronata.. noi ti abbiamo chiamato per la morte di nostro padre Buka, dopo che è morto la famiglia si è sparpagliata come pula di grano, così ti abbiam chiamato a piangere i tuoi figli. Teta Mokeba si rivolge al mudunga: perchè tu oltraggi la mia donna? (ruggito prolungato di Mwei). Il Mudungu risponde a tono e puntualizza con colpi di campana, ora lui interpeta e ripete in eco tutti i borbottii di Mwei: ascoltatemi bene, siate attenti alle mie parole come quando foste iniziati, ascoltate bene me che ho fatto un lungo viaggio rimontando i fiumi per arrivare a voi, wo-o-o-o, ripetete dopo di me.. voi mi avete dunque invocata per la morte, il mio figlio Buka ha dunque preso il cammino della morte, piangete! lamentatevi! io vado a riprendere mio figlio e ingoiarlo nel gran buco dove le cose finiscono in carbone.. oh madre tu sei a uguale distanza tra la Terra e il cuore del Villaggio! (qualche colpo secco di tamburo con suoni di collane con grani simulano il brusco colpo di coda di Mwei che conclude il suo intervento e torna in acqua. Le visioni esistenziali di tipo onirico proposte dai rituali del Bwiti ai singoli candidati, dipendono dalla personalità e dalla cultura sociale dello stesso, ovvero dalle maschere che egli indossa e possiede nel proprio repertorio mnemonico cosciente e subconscio; grazie a i-boga (pianta apocinacea battezzata da Baillon), per il nuovo iniziato tutto il tempio inizia a tintinnare.. I riti della seconda parte dell'iniziazione bwete, dove si insegna al neofita a riconoscere i segni lasciati da Dinzona sul Motombi, sono in rapporto diretto con Ya Mwei, assieme a braccialetti di vario colore che ricordano i riti di intronizzazione dei re di Kongo e Loango, riflesso del principio cosmico femminile: nel bwete tsogo i nima sono detti Iya keta, Madri di gemelli. Presso i Kota i nuovi circoncisi possono agitare i grelòt di ferro omologo del kendo, ratificando l'ingresso nella società adulta dei Mungala (analogo del Mwei), le loro cerimonie teatralizzano il passaggio dei nuovi circoncisi dal mondo del sesso indistinto a quello degli uomini; così il Kendo è presente ogni volta esiste una situazione di passaggio mediato dal caos al cosmo, interpretando la voce di Mwei secondo codici politici, mitici, ecologici, etc.. moduli acustici in cui le onde stazionarie di arco ed arpa configurano storie, visioni ed emozioni stabili per tutto il periodo in cui vengono emesse, dando vita a scenari e messaggi percepiti sia dal singolo che dal gruppo che li ascolta, essi rivelano un altro mondo oltre la realtà ordinaria, ovvero accompagnano la coscienza su altre frequenze multiple del sentire base.. così la coscienza appare la forza (fotoni e gravitoni) di un atomo magnetico che vibra: se riceve pacchetti di energia forniti dalla musica allora si sposta su e giù per i chakra possibili, aiutata sia dalle piante (la prima volta), sia dall'isolamento sensoriale fornito dal rituale svolto nel tempio dell'universo, così i sensi purgano e sono liberi di accogliere stimoli sensoriali sottili, ovvero nuove img, suoni, odori e danze suggerite dalle vibrazioni irradiate da voce, percussioni ed arpa sacra. 


Maschere dei FANG
I Fang, oggi ben adattati alle foreste equatoriali, sono un popolo originario della savana del nord Camerun, forzati a migrare dall'espansione dei regni e califfati sud-Sudanici del '600. La loro lingua tonale è imparentata con quelle Fon ed Ewe. Le leggende sulla migrazione Fang parlano della loro difficile entrata nella foresta, loro, gente di savana, simbolizzarono questa enorme difficoltà di adattamento col mito di un grosso tronco d'albero Adzap che sbarrava loro la strada migratoria, albero che figura nel Pilastro centrale delle loro case di culto Bwiti. L'aiuto dei Pigmei (babongo e mbiri) fu determinante per la loro sopravvivenza nel nuovo habitat: conoscenze e mezzi di caccia, pratici e magici, gli furono date dai Pigmei che, assieme al grande albero, figurano nelle loro leggende come coloro che gli portarono il sapere e l'uso rituale della sacra pianta eboga. Il rituali Bwiti Fang ricalca le cerimonie d'iniziazione dei Babongo, ma nelle esperienze visionarie, sotto alti dosaggi dell'amaro emetico, gli inziati fang fanno viaggio a ritroso nella terra dei loro morti / antenati, cioè dalla foresta equatoriale alle valli della savana centroafricana. Dunque, Il tronco di Ozambogha posto al centro del tempio ricorda il difficile passaggio nella foresta, nel tempo in cui i primi Fang migrarono in Gabon. Un buco nel tronco di un enorme albero che sbarrava loro la via, divenne simbolo dello smembramento del gruppo migratorio, con lo sparpagliamento delle diverse famiglie claniche nei nuovi territori occupati e la spartizione del reliquario del Byeri (i loro antenati). Con l'adozione dell'Iboga, i Fang applicarono a essa lo stesso modello di assunzione rituale che prima usavano per la pianta Alan, continuando a usarne quantità massicce. Nel linguaggio liturgico del Buiti (lingua apindji-Tsogo, pope na pope), Alan è chiamata Andoma; durante il rituale colui che desidera parlare si alza in piedi e dice a volce alta: Zamba we! (Bokayè! silenzio!); tutti rispondono: doi tzenghe (la terra è silenziosa), poi il primo dice: eboga emboba (Iboga è amara), e gli altri rispondono in coro: m-andoma akido! (Alan è difficile da ingoiare). Poi il primo inizia a parlare e quando ha finito ripete la stessa formula per chiudere lo spazio di ascolto. I fedeli del Bwiti Fang vanno alle cerimonie a Pasqua, Pentecoste, Ascensione, Natale, veglie funerali e i fin settimana, per rafforzare i legami di gruppo. Padre Neu scriveva nel 882: "agli iniziati ogni parente desiderato può apparire nel mezzo della foresta o tra la folla; vari europei del governo vanno alle cerimonie per vedere i cari defunti che hanno chiesto di vedere. Il Bwiti animista di vari popoli del Gabon fu adottata da molti Fang negli anni 30, in sincresi con il loro culto degli antenati (Byéri) e il cristianesimo. In diversi templi Buiti dei Fang, il rito Bieri è incorporato alla liturgia con specifici tempi e spazi rituali, e la pianta di Alan e Iboga ne sono i sacramenti.
   BYERI è il culto degli antenati praticato dagli uomini Fang sin da prima delle loro migrazioni dalla valle del Rift alle terre del Gabon e Camerun. Il culto prevede la conservazione e adorazione dei teschi dei loro antenati e, nel corso del rito iniziatico (passaggio alla vita adulta), è utilizzata la pianta Alan o Iboga. Il reliquario di legno, riempito di foglie secche di acacia, banano, felce, olio e sangue animale sacrificato, ospita crani o frammenti, di parenti, eremiti, nganga famosi, fondatori, ecc, esumati, puliti e mutati in reliquia-marmitta (fatti macerare insieme a scorze varie); poi dipinti con ocra rossa e conservati nelle scatola del byeri. Il coperchio è sormontato da una/due sculture antropomorfe (in legno) che servono a ingannare i non iniziati e le donne curiose. Gli iniziati danno poca importanza a tali statue che, spesso son vendute senza il contenuto. I crani torneranno al villaggio assieme ai sacerdoti, marciando con passo pesante, zoppicante, curvo su bastoni; impregnano di sè i discendenti; tuttavia, perduta nel tempo identità e potere, sono tolti dalle scatole e seppelliti sotto alberi. I rituali del Byeri sono di due tipi: l’iniziazione di nuovi membri (mangiare alan) e la consultazione dell'oracolo per gli affari del villaggio (akôm Bieri). Nel primo, Byeri è nutrito dal sangue-vino e rianimato dalla danza e musica secondo un calendario rituale: 1) Rito di purificazione (awore nyo): a inizio cerimonia, lo ngengang, scelto per le sue conoscenze delle erbe, asperge ciascuno, sulla testa e sul petto, con un medicamento di erbe, allo scopo di liberare tutti (assistenti e neofiti), dagli spiriti malvagi che potrebbero impedire di vedere il Byeri o provocare reazioni pericolose. Coloro che si trovano senza protezione speciale davanti al Byeri, rischiano. 2) La seconda parte della cerimonia consiste nel fare i sacrifici che nutrono il Byeri e a mangiare l’alan (o iboga) che permetterà di entrare in relazione con i morti. Il sangue dei polli, capre e vino cola sulle ossa. L’officiante spalma la statua di legno con olio. Così il Byeri sarà soddisfatto e pronto a manifestarsi ai neofiti. Gli iniziandi vanno a cercar le radici, le preparano, costruiscono la casa degli antenati (ngun mélan) e invitano tutti i parenti maschi dei dintorni. Seduti su un tronco di banano, simbolo della vita, i candidati masticano a lungo la scorza d’alan, da mattina sino alle 2 del pomeriggio. Per accelerare l’azione della pianta, essi possono danzare. Nel giro di un’ora o due i giovani vanno in stato di coma/samadhi. Alan produce gradualmente uno stato estatico con intensa eccitazione cerebrale (adrenalina), che dura anche 2/3 giorni. In tale stato gli iniziati vedono le anime dei loro parenti e amici defunti giungere e conversare con loro. Al risveglio, ciascuno esporrà le proprie visioni avute in sogno e relative istruzioni (diete e divieti, sacrifici e progetti, passato e futuro). 3) Dopo aver visto il Byeri in sogno, i candidati vanno a contemplare i crani degli antenati, allineati sulle foglie di banano. Il capo anziano narra ciascuna delle ossa situando il personaggio del clan. Dopo questo rito, si animano i morti facendo danzare le statue e le teste decorate (danza dei crani): "gli strumenti musicali raddoppiarono d’intensità, i novizi videro uomini avanzare verso loro, tenendo nelle due mani i crani, muovendoli di qua e di là. La gente si entusiasmava e si eccitava sempre di più.. poi i portatori dei crani si riunirono in cerchio e si misero a danzare con piacere selvaggio, gli uni di fronte agli altri; avanzarono verso i novizi e passarono fra le loro gambe e braccia danzando. A un certo punto lo spettacolo finì e i crani furono rimessi al loro posto". Nel secondo tipo di rituale, l'oracolo Byeri è consultato prima di qualunque azione importante: caccia, pesca, guerra, viaggio, migrazione, malattie, scelta di terreno per accampamento o coltivo; quando si desideravano i favori del byer, si uccideva un animale domestico e si andava a trovare il guardiano dell'oracolo, precisando i motivi della richiesta. L'oracolo byer è garante del mondo vivente dei Fang, rende le donne feconde, dona raccolti e veglia sugli individui. Nelle cerimonie di caccia, ci si serve anche di crani animali: pantera, antilope, gorilla. I crani chiedono di essere nutriti ad ogni seduta di culto con il sacrificio di un pollo od offerta di un pezzo di selvaggina. L’officiante versa il sangue sul cranio e le donne preparano il cibo abituale: manioca e banane che l'officiante lascia nella casa del Bieri. Il giorno dopo gli iniziati vanno a cercare il cibo per mangiarlo ritualmente. La notte seguente uno degli iniziati, sotto influenza dello spirito della pianta alan, può vedere in sogno la soluzione del problema posto al Byéri: "Dopo la mia morte, prendi la mia testa e custodiscila!” Spesso il morto appariva in sogno a colui che doveva essere il custode di una reliquia e manifestava la volontà di tornare al villaggio ed esser lavato con piante officinali e scorza spinosa di Acacia (pulire e rinforzare contro i mali). Il Custode risponde: Ecco pollo e vino per te! versa vino attorno al cranio poi prepara il pollo rituale. Dopo il pasto chiude il cranio in un vaso e lo depone sotto il letto. La sua donna non deve sapere il luogo dove si trova il cranio. 
Il Bwiti e cultura dei Fang, come quella dei loro vicini pigmei con cui hanno da molto tempo una relazione di ibridazione, attribuisce alla notte un valore superiore e sacro. Come le notti del mvet e del byeri, quelle del bwiti offrono ai loro adepti una transizione sottile tra i culti degli antenati e il desiderio di fondersi in una comunità universale. Giorgio Balandier lesse il diario di De-Chaillu e poi scrisse 'Africa Ambigua', testo dove rivela che l'adesione immediata ed entusiasta dei Fang al cristianesimo è il riflesso di un opportunismo ancestrale: a Libreville, Ambam e Yaoundé, abbiam assistito a una delle più belle musiche e alle preghiere di questa comunità che adora Gesù e tutti i suoi santi, ma secondo i riti locali africani.


Storia dei culti Bwete
Il Bwete s'interroga sulla relazione tra parole e cose (atomi e bit) avvalendosi di sensazioni visuali e auditive: come il Flauto magico di Mozart, una cerimonia bwete Apinzi/Tsogo è un opera iniziatica che mostra la finalità di tutti i teatri musicali, con suoi attori e trama: sofferenza, morte e resurrezione; la sua danza incorpora un carisma collettivo, così l'iniziazione a questa scuola riflette anche il bisogno di una comunità di fedeli di rilasciare la tensione emotiva o sublimare una minaccia di sopravvivenza a mezzo di una liturgia / psicoterapia di gruppo; infine è pure reazione a uno stato di ansia causato dall'acculturazione. L'azione cerimoniale si svolge in tre luoghi primari: Nzimba (njimba tra i Fang); Mbandza (corpo di guardia, palcoscenico cosmo) è la casa di Bandjioku e dei suoi figli banzi, Bandjioku ha stessa radice della parola M'banja (per Kele/Mpongwe e Fang), Ebanja (Tsogo), Dibanja (ba-Lumbu) e Nganza (Apinzi); piazza del villaggio. Il Bwiti ha due obiettivi pedagogici essenziali: 1.entrare in contatto con l'aldilà (o subconscio) per acquisire una conoscenza più profonda della vita, da condividere con i membri della comunità religiosa; 2.conservare, applicare e volgarizzare nella vita quotidiana la tradizione ancestrale (filosofia perenne) che si trova nelle danze, nelle maschere e nelle norme morali. Il giovane Apindzi mangia l'iboga e ne vive l'esperienza al fine di acquisire il potere (forza, grazia, carisma) di vedere le cose chiaramente, a prevenire pericoli e prender le misure necessarie a proteggersi. Questa stessa chiaroveggenza sarà pretesa in modo più eminente da tutti i capi clan, e il contatto tra i due mondi, visibile e invisibile (ocosciente e subcosciente), si opera nel Tempio dell'Universo, la mbanza, dove sono riposte le reliquie o i simboli degli antenati; l'iboga gioca un ruolo nell'acquisto di tale scienza grazie a stati estatici che apporta il suo massivo consumo: Banzi è il novizio (mistoi) mentre Nima (epopte) è l'anziano che ferma la marcia in una danza processionale del bwiti.
Motsuo idi aga nzimbe, Lancio di una nuova Nzimbe: i fedeli del bwete delle tribù Apinzi si raggruppano in nzimbe (pl.dinzimbe, bosco sacro di un gruppo) secondo ideali e mistiche proprie. Nzimbe ha due significati: luogo dove gli uomini si vestono per le danze e discutono di tutto ciò che riguarda il bwiti, e gruppo d'iniziati di più villaggi avente una propria via mistica. Entro ogni gruppo esistono poi altre corporazioni; nell'insieme dei paesi Apinzi della regione di Mouilia abbiamo 4 raggruppamenti o nzimbe: 2.Abongino, riunisce tutti i villaggi tra Mwalo (8km da Mouilia, mecca del bwiti) e Tubagenge (30 km da mouilia), fondato negli anni '60 questo gruppo rimpiazza quello chiamato o digidia olemba (lasciar partire); 2.NaMatono, riunisce i villaggi tra Mobuka (4km da Tubagenge) e Gègnonga, e fu fondata nel '60 a sostituire Ekumu (la maestra sovrana); 3.Mabambu, villaggi tra Gnongo (incluso) e Migabe, il più vasto e vecchio villaggio Apinzi, dove esiste un fiume (in cui il neofita si bagna per prepararsi alle danze) chiamato Bengèlè e nominato in vari canti del Bwete | mabambu ma go momba Bengèlè (il gruppo mabambu cammina nella sua foresta sacra e si bagna nel fiume Bengèlè).. tale gruppo esiste legalmente dal '60 e prima si chiamava A niva Etsenge (colui a cui appartiene il mondo, maestro del mondo); 4. Gneme (significa ventre gravido), gruppo sulla via di Fougamou presso Sindara (90km da Lambarene), il cui villaggio più celebre è Waba (le rapide), prima del '60 si chiamava WaBiliga, cioè gente di valle. Due cose mantengono vivo il Bwete degli Apinzi: la ripartizione dei suoi fedeli in gruppi autonomi detti nzimbe, e il rinnovamento periodico della mistica di ogni nzimbe, con nuove danze per ogni raggruppamento: durante le persecuzioni dei bwitisti, ad opera di missionari e colonialisti, le nzimbe servirono come santuari segreti dove furono trasferite le reliquie-ossa degli antenati. Ogni Nzimba è celebre in una data epoca ed è l'esprezzione di una data generazione (oltre oceano, in Brasile, è famoso il Quilombo di Nzimbe dos Palmares, resistette 200 anni a portoghesi e olandesi); se si ha l'accordo unanime, allora si prepara la grande cerimonia di lancio di uno Nzimbe: Motsuo idi aga nzimbe. Tutti gli iniziati dei villaggi raggruppati devono essere presenti alla costituzione della nuova (o rinnovata) scuola nel giorno fissato, per la grande sessione di Bwiti dissumba, dove le innovazioni sono dominanti ma si preservano pure tutti gli elementi ritenuti ancora interessanti, sopratutto la Nzimbe deve cambiare nome (Ekombo, Dikombo, nomi e soprannomi con cui si saluta un iniziato al Buiti).. così Mitombwe è il soprannome che i butisti diedero al m'congo: gwa mitombwe è colui che suona l'arco musicale. La nzimbe ha un canto speciale in cui il suo nome torna spesso e le parole esprimono la nuova mistica, così tutti i nuovi canti devono contenere di norma il nome del nuovo nzimbe e commentare la sua nuova ideologia. Così nelle Nzimbe chiamate Abongino i canti sono pieni del nome abongino, lo stesso vale per le altre nzimbe, agrobuti /terabuti incluso. Così le società del Bwiti Apinzi restano perenni pur rinnovandosi ciclicamente, conservando la loro purezza di cuore tanto che le altre tribù del bwete considerano il Bwiti degli apindzi come il più vicino al Bwiti degli antichi, dove Maganga, nella lingua liturgica Apinzi, indica la forza interna e misteriosa del Bwete a cui si fa appello nella ngozè (danze, canti, discorsi e strumenti musicali edu-curativi); mabandiko è la foresta sacra identificata con la nzimbe, simile all'Ouricuri dei Kariri del sertao brasiliano e ai Lucus dei Rasenna, tutte intese come oasi vitali del cuore verde; mosingi è la pelle dell'animale totemico; mabaka sono i sonagli e bastoni di acompagnamento al buiti; ngonde, kombi e minanga sono luna, sole e stelle; metombo o mitombwe è il bwiti preparatorio a una seduta ufficiale detta Bwiti Dissumba: tutti i bwiti Mitombwe vedono una veglia del nganga (ngosè, nguse in spagnolo) dove egli danza da solo accompagnato dal suono di mabaka, battito mani (ditsako) e dam m'congo (detto mitombwe), è così che il bwete d'arco precede e prepara il buiti d'arpa (o dissumba); nel sermone pronunciato dai novizi, ciascuno promette di guardare i segreti di Sanza e Moduma, due vegliardi spesso considerati i fondatori del Bwete Apindzi.
 NZIMBA è piccolo spiazzo ricavato e delimitato da pali nella boscaglia, a pochi metri dal villaggio da cui è separata da una piantagione (intermediario): Nzimbe na makaka gone na mito mya nzambe a pongo (là in basso al deposito di nzambe della valle, presenzia makoko, ministro di guerra Loango); Fang e Tsogo l'associano sia all'utero sottoterra dove deporre il cadavere, sia al luogo intimo della procreazione femminile (sancta sanctorum) in cui gli iniziati s'incontrano per scambiare i racconti delle loro visioni, ovvero è simile al camerino dietro le quinte dove gli attori si riuniscono per discutere cose confidenziali mentre l'arco musicale suona.. le nzimbe sono anche indovinelli iniziatici tramite cui si giudica il grado di sapere di un ricercatore nella scienza del Bwete: presso gli Nzabi tal parola indica il gioco degli indovinelli con l'arco musicale (nzimba).. nella nzimbe ci si maschera e abbiglia, poi da lì parte la processione dei bandzi che prendera posto nella mbanza.. gli iniziati arrivano in processione rivestiti di ornamenti rituali, marciano spalla a spalla agitando tutti i tipi di sonagli e campanelle e brandendo fasci di giovani germogli di palma-rafia, poi prendono posto nella casa del culto (tempio) al ritmo del coro responsoriale le cui parole dipendono dalle circostanze della cerimonia organizzata (veglia, etc.).. versetto: il sole del passato se n'è andato.. risposta: noi andiamo a danzare in onore del capo che è stato. 
  MBANZA è casa pubblica di culto, con tetto coperto con foglie di palma e pareti decorate con motivi triangolari neri, bianchi e rossi, simile alla Maloca dei nativi d'Amazzonia, è luogo di riunione degli uomini, centro sociale che ospita strumenti musicali, reliquie sacre (in un angolo riparato), maschere e sculture della comunità, palcoscenico, bottega, foresteria per viaggiatori, clinica, corpo di guardia.. ma in primis è tempio del Bwete aperto su un lato da cui si intravede il pilastro centrale davanti a cui sta la trave maestra su cui è disegnata o scolpita una piroga sottosopra.. nel fondo del mbanza, detto mobango, viene allestito il djembe, il separè rituale per le feste di lutto o iniziazione, copeto con strisce di rafia, pelli di animali e piume rosse di pappagallino e avicoli. Il palo centrale (Eengo) è una cariatide femminile più o meno stilizzata: Du Chaillu e Sarvognan di Brazza li videro nelle loro esplorazioni tra i Lumbu, li chiamarono idoli e totem di Mayumba.. mentre tra i Fang esso diviene simbolo dell'Adzap (Mimusops djave) o Azamboga, l'enorme albero mitico (selva) che ostruiva la via della loro migrazione e poi, con l'aiuto dei Baka, vi fecero un sentiero attraverso. Mbanza o e-banza è parola comune a tutta l'area culturale Kongo: Cavazzi e altri autori europei del rinascimento, usano la parola per indicare le capitali delle diverse provincie del Reame: Mbanza Kongo, Mbanza Sonyo, etc, (Mani Gabam = re del Gabon). Al centro della mbanza, durante le cerimonie notturne, viene posta una grossa torcia (iyo) di resina di Copafeira che emana odore di incenso (copal) e luce soffusa, e dove i nganga accendono i loro flambeaux per le danze acrobatiche (bikal, binalo) e le corse nella selva circostante per interagire coi migonzi, al suono di due tamburi verticali a pelle allacciata (ndungu) e inchiodata (mosumba, pl.misumba), posti negli angoli laterali del fondo tempio e portati fuori in quelle danze. Ai bordi del mbanza si mantiene un fuoco a cui gli spettatori infreddoliti possono scaldarsi e le pelli dei tamburi possono tendersi. Una cerimonia di bwete degli Tsogo/Apinzi ricorda più cose, una numtchai dei Zutwasi, una danza dei Gebusi Papua, una liturgia di saman siberiani, un lavoro di umbandaime, di jurema e candomblè afrobrasiliano, etc, dove il nganga (divino guaritore) sia del bwete dei Sira e sia della Liboka dei Vili, indossa un alto copricapo (tiara) di foglie di banano sormontato da piume, oltre a un perizoma di rafia decorato con pelle di felino e lunghe pelli di pitone che si agitano nelle danze esterne della notte.. gli attori del bwete sono gli iniziati stessi, spettatori dei loro propri riti, a cui possono assistere anche i non iniziati posti all'esterno come fossero a teatro. Secondo i gradi d'iniziazione vi sono die categorie primarie: bandzi (giovani iniziati) e nyma na kombo (anziani iniziati avente nome); gli attori-officianti principiali sono il Povi e il Beti, una coppia complementare dove la poesiaM e la musica F si uniscono a dare l'opera d'arte. Il soke, sonaglio a due frutti (afraegle gabonensis) riempiti di grani secchi, è insegna della funzione di Povi, depositario della parola-semente (vov = parlare, e-vovi = giudice), mentre il Beti è seduto come una raganella ed è depositario della musica ispirata: a volte le due funzioni possono venir svolte dalla stessa persona; altri sonagli vegetali (nguta) e campanelle metalliche (egenge) sono pure usate nei riti di passaggio, mentre uno o più corni di appello (gebomba) sono usati a chiamare i migonzi. Dopo un certo tempo indeterminato, occupato da masimba e minza, il Povi fà la sua omelia rituale in lingua mosodwe (pope na pope tra i Fang) lingue liturgica che moltiplica i tropi entro cui s'incanala il significato nascosto che rivelano le visioni (mweneke) indotte da legno e musica.. il Povi parla guidato dalle circostanze (lutto, etc), ma il tema centrale sarà sempre quello del viaggio nel Mobogwe.. nella sua mano destra tiene il soke che agita durante il suo discorso, simbolo iniziatico, sonoro ed ecologico assieme, in quanto il crepitio odel sonaglio è comparato al fruscio della coda di dell'istrice (Atherurus armatus), animale che si cattura affumicando l'albero morto o la tana al suolo dove costuma rifugiarsi, e poi si estrae con un gesto simile a quello usato con le partorienti. Il povi, all'inizio al centro del mbanza, si rivolge con veemenza ai fedeli seduti lungo le due pareti laterali, e prendendo a testimone gli strumenti musicali. Poi viene una fase di Masimba ma ngombi, poi una serie di DANZE aventi ciascuna un proprio significato e funzione rituale: la liturgia musicale e coreografica svolge in lenta progressione, dai primi rintocchi del baka sino all'intervento dei tamburi che, al punto culminante, esaltano e introducono le danze delle fiamme e l'apparizione delle maschere. Obendeya è la prima danza che unisce i partecipanti seduti sui due lati in una sottile oscillazione a pendolo.. poi vi è un via vai e un moto rotativo che (movisa) che imprime un leggero bilanciamento alle frange di rafia della cinta rituale (eendi) attorno ai reni; arpa e baka si allineano nel ritmo come fosse una cavalcata tin tin ton ton, tin tin ton ton. dopo l'intermezzo di un coro responsoriale parte la Danza Mokoo, al ritmo più violento dei tamburi a membrana, misumba (sing.mosumba), e del tamburo a suono grave ndungu (i tamburi battono tre ritmi diversi, 3, 4 e 5 colpi rispettivm, che si sovrappongono al baka 4 colpi, creando un tessuto favorevole all'adorcismo).. le parole del canto evocano il volo dei danzatori, paragonati a insetti luminosi, verso il villaggio leggendario.. preludio alla Danza Biomba (torcia): tutti attorno al fuoco centrale, i nganga accendono le torce di resina (mabunda) e poi si librano in pericolose e acrobatiche evoluzioni attorno al pilastro centrale, quindi si precipitano fuori sparendo nella notte coi loro fuochi guida, e tornano correndo per collassare ai piedi dle pilastro centrale.. il coro di uomini assieme ai tamburi masumba e ngomo rientrano quando sono accese le torce (biomba), allora le maschere dei migonzi appaiono ai limiti dell'oscurità rivelati dalla luce rossastra delle torce, simulando l'apparizione di spiriti venuti a unirsi alle danze dei vivi. I banzi riassettano la casa di culto, per la chiusura della cerimonia all'alba.. i cori della processione iniziale segneranno la fine della cerimonie notturne, e cantano: Terra e Boscaglia a quell'ora ospitano ronde di defunti, e il villaggio si sveglia al canto di un uccello (passer griseus ugandae).
il Buiti Tsogo evoca Egitto coi suoi misteri iniziatici, uniti a elementi culturali del Regno di Kongo, Loango, Abissino, Cinese e Gregoriano; il suo libro dei Morti è l'arpa sacra. Buiti di lutto (muengwe) elabora la perdita della morte, del distacco, della partenza, dell'esilio; la liturgia si apre con la confessione d'intenti e comunione inginocchiati, come nel modello cattolico preconciliare ricordato dal vescovo Marcel Lefebre, conoscitore del sincretismo Fang nel periodo dell'indipendenza del Gabon dalla Francia: i profeti Fang crearono varie branche ma partirono tutti dal comune martire avvelenato dai missionari. Bwiti è un albero con vari rami, dove ogni branca nuova che nasce si adatta al luogo e cultura che incontra, portando poi frutti ai suoi fedeli, rinnovati nella identità familiare. Leader e membri di ogni tempio/cappella riconoscono i fondatori carismatici di altre branche, ma si considerano autonomi e indipendenti in ogni materia (dove non esistono federazioni, accadono concorrenze), ciò riflette la tradizionale struttura socio-politica nomade dei Fang. Scrive Andrè Mary: la grande preoccupazione dei profeti Bwitisti è la liturgia, il modo in cui fare il lavoro cerimoniale (es. la danza dell'infante, Mukengue), così, riformatori o fondatori di scuole bwiti sono portatori di una missione di Salvezza Rituale, il modo in cui fare è centrale. Tra i Fang la triade dei nganga allude al mito di creazione, mentre il Kambo guardiano si aggira per l'Ebanza (mbandja, corpo di guardia, spazio sacralizzato detto Nganza in Apinzi) con spada e torcia, permette l'indisturbato dialogo tra i due templi, di-quà e di-là della magnetica soglia, mentre i bandzi alla messa hanno viso dipinto con caolino bianco, colore degli spiriti. Tutto accade in un Tempio, un rettangolo delimitato ma aperto, cinto da un tipo di deambulatorio dove si prepara la cerimonia: all'interno, da un lato gli uomini, dall'altro le donne. Come nella religione Vodunsi poi, l'evoluzione dei fedeli gira intorno a un palo, traforato da un buco: prima dell'innesto del cristianesimo, era una scultura femminile avente un buco simbolico. I musicisti sono i principali attori del bwiti. La sacerdotessa, o "mamma", si accontenta di badare discretamente al buon svolgimento della cerimonia. Il suonatore dell'arpa ngombi è il vero maestro del gioco, coadiuvato dai tamburi, suonati dai bambini, da putrelle colpite, da campane e da sonagli, comincia a condurre tutti in una lunga processione musicale intorno al tempio. Poi ci si ritrova all'interno, i musicisti raggruppati dietro l'altare, gli altri, adulti o bambini, vanno a danzare e cantare fino all'alba, moltiplicando le offerte, le libagioni ed i riti di purificazione, per l'acqua e soprattutto per il fuoco. Vestiti di colori vivi, il viso imbiancato al caolino, facendo giravolte intorno alle fiamme, gli adepti del bwiti compongono un balletto straordinario, uno degli spettacoli più belli. Tutti i partecipanti, anche i bambini più giovani di tre o quattro anni, sono sotto l'ascendente della radice sacra dell'Africa tropicale, donata dai pigmei Baka del fiume Congo, quale eucarestia capace di procurar ai fedeli una visione dell'aldilà: l'iniziato del bwiti viaggia su una piroga che lo trascina sul fiume leggendario Nobosué, verso 'il paese dei Bianchi e dei morti.' Qui sopravvive parte del vecchio culto Byéri, che comportava anch'esso l'ingestione di una pianta tossica, la scorza di Alan, per comunicare coi Bekon, i fantasmi nocivi che grazie ai riti funerari si mutano in antenati benevoli. Nel bwiti dei Fang, Gesù, la Vergine ed i santi sono invocati per nome; la liturgia comporta la comunione e la confessione pubblica per i neofiti, gli offici sono interminabili: una semplice preghiera dura tutta la notte ed una grande cerimonia come quella dell'iniziazione può prendere quattro giorni e quattro notti. I membri del Bwiti non fanno proselitismo, anche se sono molto ospitali. Pur praticato oggi in contesto urbano, il culto si rivolge alle "persone della foresta", e suppone, come il mvet, la conoscenza della lingua Fang classica. Grazie al mvet e al bwiti, Fang e altri popoli pahouinisés, adattati bene al mondo moderno, hanno saputo conservare un legame spirituale coi loro antenati e col mondo soprannaturale della Grande Foresta che dividono coi loro vicini e predecessori: i pigmei. In Gabon e Camerun, le donne assumono Iboga in piccole quantità, poi guidate da geni, fanno diagnosi e cura dei malandati. Il culto delle curandere Ombwiri, dal 50 si diffuse tra i Fang e, visto il successo, le comunità Bwiti crearono branche interne per adattarsi ai nuovi bisogni della gente: malattie, sterilità, disoccupazione, alcolismo, depressione. Durante l'iniziazione, nei casi di omicidio non confessato, si può giungere anche alla morte; a fine iniziazione, v'è un dialogo privato con il Kombo, le sue domande mirano a scoprire se io ho veduto bene, allora, sarò chiamato bandzi. Un effetto d'Iboga è il lento raffreddamento del corpo nell’arco di 20 ore, i Buitisti testano sensibilità e temperatura di vari punti del corpo con ago e fiamma di candela. Se il neofita o paziente non reagisce, l'assunzione della medicina termina, il corpo è disteso a terra su stuoia e sorvegliato nel gran viaggio; Kombo e Nima si fermano nel giusto momento, un po prima della dose letale.. Il cuore dell'insegnamento Buiti giace sul Fiume (corpo) che non va disceso (ai chakra bassi, selvatici), ma rimontato fino alla sorgente (rivelazione iniziatica) presso l'albero motombi, dove si palesa la parola/idea che concepì tutto il divenire seguente (arrivare al karma primo donde tutto è partito e a cui tutto ritorna, bigbang e big crunch, flusso e riflusso, espiro-inspiro). 
Buiti emancipa ed illumina grazie all'antenato che parla dal mogongo, dal ngombi e tramite visioni / intuizioni e linguaggio danza: il nganga bwiti suona l'arpa e narra questo mito: Mwanga, Dio creatore, emerge dall'acqua mista a terra, per formare la Terra.. poi crea i quattro alberi sacri del Bwiti e li pianta ai quattro angoli del mondo, crea poi il ragno per tessere una rete tra questi alberi e metterli in comunicazione, realizzando una ragnatela che accoglie anche l'uovo del cielo da cui nacquero tutti gli esseri. Obaka è il primo ed ultimo sospiro, bo-ka-yé, è la parola finale e iniziale di un discorso, è la foratura del cadavere dopo alcuni giorni di decomposizione, evoca l'ultimo rantolo. L'arpa a otto corde, maschili e femminili, è parola resuscitata. Dissumba è terra di quaggiù e il Buiti è il regno originario. Lo scoppio dell'uovo pluridimensionale è l’uscita del bimbo dal ventre della madre, è lo scoppio del cadavere nella tomba durante la fase Nkeng. Mobakaka è il colpo di obaka che sposta la coscienza al livello di esistenza degli spiriti, e sfugge così l’azione dei beyam, gli stregoni che si infilano all’inizio nelle riunioni Buiti per portare agitazione. Tutti i viaggiatori mistici testimoniano la stessa verità: come lo Spirito della Foresta che parla attraverso piante, animali ed esseri mitici in tutte le culture: Ragno coi suoi fili di ragnatela (raggi del sole su cui si imbarcano i defunti), Granchio (telphusa fluviatilis), Lontra (Mosuma, potagomale velox), Tartaruga (trionyx aubrii), Anguilla (fagara macrophilla), Rana, Pappagallino, Rondine, Civetta, Aquila (stefanogetus coronatus), Api, Grilli, Mosca, Mantide, Ragno, Verm'intestini (oxyurus vermicularis, ascaris lombricoides), Formica (oecophyllus smaragdina), Gatto, Mandrillo (papio mandrillus), Scimpanzè, Gorilla, Cinghiale, Leopardo, Elefante, Caimano, Porcospino (hystrix africas) e altri..   Aba eboga (casa riunione di eboga) ha due entrate (della nascita e della morte) usate secondo le varie fasi del rituale. Il tempio è divisa in zone simboliche disposte secondo l'asse est-ovest (Kongo-Brasile), l'ingresso è il mondo visibile mentre il fondo è l'aldilà: il rituale in genere si muove dal mondo visibile alla vita nel mondo invisibile dei morti, associato all'altra sponda dell'oceano, movimento che ripercorre pure la migrazione plurisecolare dei Fang da nord a sud.. all'entrata sta il pilastro detto akon aba, memore di questa vicenda.. M e F siedono sul proprio lato, ed entrambe i gruppi hanno proprio camerino: il gruppo uomini danza prima e fino a mezzanotte, mentre il gruppo donne dopo mezzanotte; così ci sono canti assoli e misti. Bwiti è la celebrazione delle ultime circostanze della vita e della morte, creazione e distruzione, ma anche rimemorazione in chiave mitica dell'avventura di un popolo sulla Terra d'Africa (i Fang). Questi eventi sono interpretati a vari livelli: nascita dei partecipanti alla vita sovrannaturale degli antenati e dunque, della loro morte in questa vita, i canti della via della nascita e creazione sono celebrati fino a mezzanotte. Similmente, la morte e distruzione, celebrata dopo la mezzanotte, è a un tempo la morte dell'anima nell'aldilà e la sua nascita indietro in questa vita.
l'iniziazione al Mwiri (Mwèli) precede quella del Bwiti (mwenidyaga obwètè, vedere il bwiti, o mwignidyaga maboga, mangiare iboga), nel senso che al giovane allievo la visione del Mwiri sviluppa qualità che saranno necessarie nella fase del Bwiti, quando al giovane vengono confidati i segreti della società a mezzo del sacro arbusto che ne causa le visioni. Il rito d'iniziazione (Bwètè wa mabanzi) è cerimonia solenne che si svolge nella nzimbe: accompagnato dal padre e da un testimone (zio, fratello della madre), il candidato si reca alle 6 di mattina al Tempio dell'universo (nganza), decorato per la circostanza. Viene presentato ufficialmente ai notabili del villaggio e agli altri membri del Bwiti; a quel punto il padre offre in dono, alla società, una pentola rituale (mwètsaga embèka). Il rito essenziale sarà il movèmbo, cioè il dono all'allievo (detto vampiro) della radice da mangiare: tale bwiti viene pure detto bwiti per ottenere il vampirismo. Le qualità eccitanti della radice d'iboga (arbusto del sottobosco pluviale di Gabon, Guinea, Camerun e Congo, usato in terapia come stimolante neuromuscolare e contro depressione e astenia psico-intellettuale), assunte in dosi massicce, lo condurranno a deliri, visioni e profetismo; il capo iniziazione (gègambi) e la madre del bwiti (eyè-ya-bwetè) si rivolgono ai candidati riuniti nella Nganza (mbanza) come figli consacrati.. a ciascuno è offetta la radice amara da prender con la bocca, poi per tutta la giornata, al villaggio o nella piantagione, continuano a svolgere le normali occupazioni sebbene siano sorvegliati e incoraggiati a mangiare ciclicamente l'amara radice, La sera alle 17:00, il gruppo dei candidati prende un bagno rituale (mososo) che avvia la cerimonia d'iniziazione. La prima parte (detta mongoba) è aperta a danze rituali eseguite da tutti nella nganza, in un processo a serpentone a zigzag attraverso tutto il villaggio (monangaga nekala); i danzatori prendono poi posto nella nzimbe mentre i candidati continuano a mangiare la radice in luogo apposito. La seconda parte (detta gègnangu) comporta danze gioiose in cerchio e l'annuncio a tutti dello scopo della cerimonia (mobendaga muago) e l'esposizione della volontà degli antenati, discorsi in cui si esalta la grandezza, potere e bellezza del Bwiti. Nella parte centrale della sessione (lomba) i nganga danzano per due ore, indossando la cintura lomba che li unisce agli antenati; poi ha luogo una danza generale dove tutti i danzatori portano una torcia accesa (all'equatore si hanno 12h di luce e 12 di buio, tutto l'anno, così il buio inizia alle 19.00).. mentre la gente, eccitata per il vino (di palma, canna o uva) continua le sue danze, i neo-banzi ubriachi di amara radice entrano via via in trance, momento di gran tensione psichica per tutti.. attorno la casa del Bwiti si sente solo la melodia ronzante del mongongo, che stimola i bandzi in trance, mentre gli assistenti si mormorano nelle orecchie: i banzi cominciano a vedere il buiti.. intuizioni, audizioni, visioni, profezie.. termineranno poi con un profondo sonno che durerà anche più giorni! L'ultima parte è quella culminante, i candidati sono distinti dagli altri presenti per una collana di palme (lendi) che ne marca sacralità e dignità: durante il noviziato, (qualche mese) essi sono tenuti a rispettare regole e divieti: rispetto senza esitazione degli anziani, astensione da cibi come olio di palma (madi), igname (ikwa) e cioccolato indigeno (mavanga, opege); la fine del noviziato è segnata dalla cerimonia di azione di grazia, che consiste nel dono (da parte del padrino) di pollame e danaro, poi il collare lendi viene interrato e cessano i divieti, ma resta il comandamento del rispetto. 
Bwete Tsogo incorporò nei suoi miti e riti l'insegnamento e l'esperienza del passato, sempre fà e fece una sintesi dei fatti storici e mitici, sistemandoli in modo originale e lungimirante: nei miti orali iniziatici, l'arpa è il corpo femminile (o segreto) sacrificato/trasposto in forma fruibile dall'intero gruppo, ovvero capace di donare la sua forza creativa al rinnovo costante del gruppo dei fedeli, i quali credono perchè vedono e sentono la sua presenza, voce e vibrazione risanatrice (subconscio, cuore, chakra emozioni); i virtù del principio di ambivalenza dei poteri spirituali, il bene o male sono in funzione delle motivazioni interiori dei partecipanti al rito, così qlnq sia l'interpretazione che viene data al mito di origine dell'arpa sacra, il sacrificio della donna come preambolo all'invenzione degli strumenti musicali è il tributo che pagano gli uomini per acquisire un sapere in origine femminile (segreto, notturno) sottratto alle società segrete femminili, interpreti privilegiate del potere creativo che nell'uomo di viene parola.. l'eco di un culto segreto delle donne, reso pubblico agli uomini/giorno, interviene nel mito dell'ascensione del motombi: Diyembwe / Dikwege (aquila, dal verbo e-kwega, osservare, guardare un segreto) guarda nuvole e terra a metà della via/vita.. scende su Kombe (antenato) per cercare il cranio del pigmeo Butsenge, primo suonatore d'arpa, così innalza una colonna di fumo che oscura gli occhi di kombe, arriva alla sommità del motombi e vede il cranio ai piedi dell'albero, sorvegliato da Mayumba ngonde, la donna-luna che lo difende brandendo una tibia umana.. Dikwege col suo becco prese ossa e cranio e li portò al sole, che li depose tra le nuvole come un uovo. 


Dizionario di lingua Apinzi 
Disumba ha più significati: inizio e fine di tutte le cose (Maya), enigma iniziatico. Sum è discendere il fiume della vita, così Disumba è la via e vita stessa, supremo destino, enigma, mistero di Iside, Osiride e Ra egizio, descrizione del Samsara indotibetano, dipinto nel kalachakra in 12 fasi, anelli interdipendenti della catena dell'esistenza; etnologi dicono che il Gabon è il Tibet dell'Africa, forse perchè presso Gabonesi e indoTibetani l'origine del concepimento risiede ancora nella parola seme, come in tutte le tribù aborigene e nomadi di Thera.
Ngala è inghilterra, Fala, francia putu, portogallo
bengaga = maganga = axè, num, qi
bongaà: modellare, educare, scolpire 
bovenga (barterii fistulosa), albero del sole
doba, volta del cielo, come il guscio di tartaruga
tsomi, incendio slash & burn
diveve: milpa ricavata nella foresta
mokoko: buco del legno, madre dell'arpa
mobango: ha tre significati per bandzi, fondo-tempio, periplo-sole, villaggio-in-cielo.
nyepe, sapere come vivere, rendere bello, fare meglio,
ge bwete-bwete, il più grande dei bwete, è la parola che semina nel corpo-anima umana e dona una forma, come nell'anello tibetano dell'origine interdipendente che porta al samsara, l'origine del concepimento risiede nella parola: Padre/Madre mostraci la radice dei riti e danze, mangiamo la radice di eboga, salut!
tsomi, incendio per fare la piantagione
tsenge: Thera
misoko, danza di divinazione
Tsogo e Mpongwe tingevano il corpo in rosso
Nzambe è il primo uomo, antenato primo, divenuto dio dopo l'arrivo dei missionari.
Mbwiri, canti d'arpa sono lamenti narrativi dei leader delle Case di culto Mbwiri;
i canti Njimba sono fatti nella nzimba prima e dopo le preghiere personali, preparano la Mbanza alla cerimonia seguente, dove eboga è salutata come chiave per aprire gli uomini e scoprire che la divinità è pronta a contattare i fedeli nella cripta sancta;
i canti Minkin narrano la creazione del cosmo, della terra e del primo umano..
Canti Ngombi delle due Vie, nascita/creazione (zen abiale) e morte / distruzione (zen awu in fang): dopo i minkin i fedeli sono già entrati nella Chapel, così inizia il ciclo di canti dell'arpa; i canti Obango sono fatti a solo e intervallati a metà strada del secondo ciclo dei canti ngombi, quelli della Via della morte / distruzione;
i canti Mwanga (in popi fang) sono cantati ai funerali dei fedeli del bwiti o durante le cerimonie, quando il bimbo di Dio viene ucciso;
le 10 preghiere sono invece cantate a mezzanotte;
i canti Yombo (popi fang) sono cantati nel camerino delle donne appena dopo la mezzanotte, celebrano i poteri di fertilità femminile, creazione, sessualità; altre sequenze di danza, specie a inizio cerimonia quando le origini cosmiche sono cantate, iniziano fuori mbanza ed entrano danzando dentro.


Nel ciclo rituale d'un Bwiti Fang, ramo Asumege Ening, i canti possono variare secondo il repertorio di ogni casa culto, stagione, leadership, ramo bwiti, ma vi sono canti d'arpa universali e 4 liturgie base per tutti.
1) Minkin, danze e canti di entrata e uscita dalla mbanza, con intermezzi più o meno lunghi di masimba, inizio alle ore sedici, si invitano gli antenati alla cerimonia, a fine ngozè si cantano i minkin di uscita dal tempio e saluto/addio agli antenati, dalla prima luce sino all'alba.

(2) Njimba, canti e preghiere di coesione di gruppo, preghiere personali e appello alle potenze, preparazione e riunione nella nzimbe, dalle 18 alle 20; la nimba finale accade a fine cerimonia, dall'alba alle 8, riunione dei membri del rituale con cibo assieme a euforia e rilassate conversazioni.

(3) Zen ngombi, Vie del culto d'arpa, divise in due parti, zen Abiale e zen Awu: la prima è la via della Nascita e creazione celebrata dalla sera fino a mezzanotte con suono soft e frammista a danze obango che librano lo spirito dal corpo (suoni intensi), così zen abiale sono canti e danze dello spirito nel dopo vita (aldilà), sincretizzate con la nascita del figlio dell'uomo.. la seconda parte è zen awu, la via della Morte e distruzione, ha luogo da mezzanotte alla prima luce e vede danze della morte o dello spirito dall'aldilà in questa vita, sincretizzato con la morte del figlio dell'uomo che diviene figlio di dio. Tutte le danze e canti zen ngombi celebrano le primordiali esp dell'individuo (forza vitale, crescita e decadimento, gioia e tristezza, mitici di creazione e dissoluzione).

(4) Nkobo akyunge, finale riunione con gli antenati, spiriti, genie, e conferma dei confini della comunità spirituale, con preghiere di cura, divinazione e indirizzamento della parola miracolosa ai fedeli del gruppo da parte del nima na kombo, include un breve minkin in cui i fedeli escono a girare sui stretti sentieri della boscaglia o radura, mentre a mezzanotte iniziano i canti yombo dal quartiere delle donne. 

 Nelle sequenze Bwiti e dell'Elombo abbiamo: un preludio d'arpa (masimba ma ngombi, navigazione esplorativa), cioè un interludio tra i canti senza necessariamente il gioco di accordi; la formula salmodiata dalla direttrice delle danze elombo; un coro responsoriale alternato al solista; onyo! mantra d'incoraggiamento lanciato dal/la solista a marcare la fine della sequenza: ai versetti del solista si adattano le risposte corali e l'accompagnamento strumentale, ecco un testo di canto elombo ripetuto due volte: (solista) inyoi ni diembo wè..wè wè (bis); coro: wo yo yo yo diembà (canta)! solista: inyoi niami diemba na myè vili gorè nkumba ni kombè go ntungo nombè (la voce dei miei canti è venuta da nkumba e kombè del villaggio di Ntungo nombè).. o madre! ngwe è..è..è. Vi sono due tipi di cadenze: conclusiva e sospensiva; la seconda è pretesto del solista per fare vocalizzi che cmq terminano tutti nella cadenza conclusiva.

Sequenza di 24 canti di una comunità equatoriale Fang raccolti dall'etnologo Fernandez:
1) MASIMBA MA NGOMBI, preludio di arpa (la vita emerge attraverso prove-ed-errori della forma musicale) pulizia del locale e invito antenati.
(3) Mbwiri: il leader della Casa di culto Mbwiri lamenta che l'uomo desidera il benessere in questo mondo ma non ascolta il concilio dei Mbwiri che possono apportaglierlo: a kumana ma ndele || come lui mi ha abilitato a prosperare facilmente; tali persone ignorano la terra oltre questa (ekòngi o ebòngi) da cui i mbwiri possono contattare.. le persone che ascoltano le parole del cantante cessano di soffrire e iniziano a prosperare.
(4) Mbiri ngombi, canto d'arpa che offre la soluzione al lamento di sopra, esso celebra il potere dell'arpa nel portare l'uomo in contatto coi poteri dell'aldilà (Assok Ngoum chapel, Oyem district. (5) Minkin canto di prima entrata nel tempio, seguendo uomini e donne che da fuori danzano lentamente la loro via dentro.. la donna chiama: ezigo zame wondo ya tenàtenà, coro risponde: yo wè, ezigo zame wondo ya tenà tenà | traduz dal popi fang: Eva ha visto il suo primo sangue mestruale (ezigo legno rosso).
(6) canto Njimba: il movanga, pilastro tra cielo e terra è posto per mediare il contatto, tutte le autorità del culto vengono nominate in ordine, secondo segni e colori del clan di affiliazione.
(7) Minkin di prima entrata nel tempio: Soya soya biga miwo (dopo nascita di Atum/Nzambi, l'uomo del ragno discese sul mare).
(8) Minkin di successiva entrata: engadi na duma | zambi a vanga | soya bigà miwo | dido nzame ye bokengè.. | ngomendan eso wo ya..| engadi na duma| nzambe eyima| tiò ah, tio di mongabanda..| kombi na so kombi ya| njima mo kokò ne tongo mwan| ma biga motina mwan nima| ko taba nima, mo tele mo..| dissumba bandamba ya monganga || M e F con fulmine e tuono vengono assieme a creare il primo umano| il divino che ha concluso la creazione va in dimora nell'acqua| dopo nascita del creatore, il divino è in un uovo che galleggia sull'oceano, da esso escono i primi tre esseri| il primo uomo è creato..| la donna viene creata (donne cantano e uomini rispondono| fulmine e tuono| acqua e terra son create, acqua inonda la terra| nel diluvio pure Noè perde il fuoco..| colui che vede il divino è il figlio di dio tradito per danaro| i gentili cospirano contro il bimbo divino| il figlio di dio viene deriso| perseguitato dai suoi nemici..| il figlio di dissumba viene ucciso.
(9) Asunege Ening (la vita inizia) primo canto della Via della nascita/creazione, tenuto dal leader del tempio (tale nome è stato assunto dalla omonima scuola del bwiti Fang): ening a kobe ve a sumeya | tara zama a sumeya we, wa sumeya, beng be sumeya, wa sumaya | ana a kobe atvia, wa sengye| ngombi za kwiang, wa sengye, a sumeya a komoya a sumeya || la vita prende fiamma e già inizia| il divino è iniziato là, voi anche già iniziate, l'arco pure| inizia come un globulo, tu sei cambiato| l'arpa già inizia, tu sei cambiato, l'inizio è già formato. Coro: oh, a sumeya tara zama a kobo a sumeya (oh inizia già, padre Cielo parla, inzia già| zamb ye Mebeghe a sumeya (il padre divino già inizia.
(10) canto d'arpa della via della nascita e creazione (zen abiale): nyama nyama nyama, a lak aki benganga nyamoo (oh Divino, l'uovo è visto dai tuoi fedeli| Nzame a kobe ening. Tara nzame da ye kire banganga nyamoo (il divino addolcisce la vita e trova posto tra i suoi fedeli| Nyamo Tara Nzama da ye kire benganga nyamoo (divino pà l'uovo trova posto tra i fedeli| Banganga myamo oy, banganga nyamo ah, banganga nyamo ay benganga nyamoo.. Tumengi si, Mbomayake yake || questo canto celebra l'apertura dell'uovo cosmico mandato giù da Dibogia ragno del cielo, assieme al desiderio divino, l'uovo è il primo riferimento nell'oceano senza fine, l'ultima linea di questo canto, in popi, è l'inizio di un Obango.
(11) canto ngombi zen abiale: Ndende a kobo ening oh, Tara oh. Ndende a kobo ening oh, a sighele mbembe. A kobo endama, ba ghe kobo| a kobo ening betara zama. Ndende a kobo ening oh, a sighele mbembe.. Ciò che è sospeso parla alla gentilezza della vita, oh pà Nzambe, esso discende definitivo, esso parla al pipistrello, essi parlano assieme, parla di vita, pà divino.. la cosa sospesa (uovo appeso a fil di ragno, uovo di gallina) parla di vita e sempre discende (porta luce-vita sul buio oceano in basso, fugando via le creature del buio.
(12) canto Ngombi zen abiale, come il precedente celebra gli arcani segreti e pratiche conosciute dal divino e dai fedeli del bwiti: Bwiti mendongo, mendongo, oh, oh, oh (bis).
(13) Ngombi zen abiale di metà ciclo, nel quale si canta la venuta del gran diluvio che coprì tutto e annegò tutti i clans (lingua fang): Heyong me nga dziba (il clan è stato sommerso). Tara oh me dziba (pà, essi son tutti sommersi| Zame oh, me dziba (Zame, son tutti sommersi| Nyamo me dziba, ye me dziba (gli anziani e gli altri..| Dimamo mikodia (le acque sommerse dall'arcobaleno| Mikodia atsenge (arcobaleno dai cieli| atsenge dibobia (i cieli dal ragno| Zambe a pongo (Dio che tutto prepara| Mwangabenda, me dziba (annuncia a tutti che essi son sommersi| Tara oh, me dziba (pà oh tutto sommerso.
(14) canto Obango (in popi fang) dato a metà strada del secondo ciclo di canti d'arpa (Zen Awu): nzame a duma| Nganga ma duma| Monganga ma duma| Bokaye wo boka ok| malula, malula, ngombi nya wè || il figlio di Nzame è colpito da lancia| il divino guaritore è colpito| il divino-potere è colpito, segreto potere dell'invisibile oh eboka! il suo immobile cadavere è vibrato sulle sue spalle.
(15) canto Mwanga (popi) e 4 preghiere alla sorella di Nzame: Nanga keko, mabiga na membewo, ngako ngakò| Ye kongkolongo katina luba, oh kwala mbare ye..| Mwango a nto mwanga| Ezigo zamo wondo..| ye mwanga ma bo kameye || morte ha preso il figlio dell'uomo che va in oscurità e rivive suo viaggio a Dio| al morto è mostrata la via al divino, ora il morto fà la sua via..| il defunto arriva alla terra dei morti oltre il mare| due ragazze pigmeee fan loro strada..| la terra dei morti (mwei) riceve i nuovi venuti. Canto-preghiera: Ahh kasa ne nemè yè (chiamata di Ningwan mebeghe| eyamè womà, eya yobè (il suo latte è dolce acqua di vino| Menzogo bigè tame manga (lo spirito della sorella di dio arriva all'acqua della sacra piscina| Metongo noè wo metongo nya mèwo (un bimbo è nato grazie al suo intervento.
(16) canto Yombo nella camera delle donne (popi fang), di un ciclo di 22 canti fatto dopo la mezzanotte: bongo oh, me zabe zabà bongoo (io proclamo la mia purezza, le donne proclamano i vari poteri che le rendono fertili.
(17) quinto canto Yombo: ah dzigo Nzambewo oh Nzambewo (la donna è pronta a partorire | Inanga oh.. (essa partorisce| Inanga me kwiang oh (la sorella divina benedice la nascita a che non sia rubata| Ndangeme mikodia, mikodia ndangeme (un bicchiere di eboka è dato al figlio dell'uomo che può sorseggiarlo| Diveyo, diveya enganga a sumena diveya (così il figlio dell'uomo prende il suo potere in questo mondo.
(18) canto d'arpa della Via della morte / distruzione(Zen Awu): Minanga da kobe ening oh (la stella parla alla bontà della vita | (Coro) ah Nzame oh! | Minanga da bele ening oh (stella tiene vita | (coro) ah sumeya mbembe (e per sempre si rinnova).. sebbene l'essere di buona volontà (figlio di dio) deve morire, la sua anima torna ancora al cielo come una stella.. brillando là essa ispira gli umani a rinnovare costantemente se stessi.
19) canto ngombi zen awu cantato quasi alla fine di questo secondo ciclo, quando il figlio dell'uomo diventa figlio di Dio (lingua fang): Mwan a Zambe kanga a king bakombo (il figlio divino scompare seguendo la via al creatore| A nto Mwan Zambe vanga oni bot (egli diventa il figlio di dio, pacificatore, salvatore dell'uomo.
(20) Obango, danza vertiginosa per allentare l'anima dal corpo e prepararlo alla sua estatica riunione con gli antenati.
(21) tre canti ngombi zen awu che celebrano la morte del figlio dell'Uomo, canti molto simili sono cantati nella Via della Nascita (Zen Abiale), qui la morte del cantante è celebrata assieme a quella del figlio-divino, la morte è riferita al suo estatico rilascio dell'anima dal corpo.. Nana Nyepe è altro nome per Ningwan mebeghe, sorella di dio, colei che fa migliore la vita e ogni cosa (dalla parola Tsogo nyapa: saper come vivere, render bello, migliorare): Esama a yime awuaa (il gruppo capisce la morte| Tara a kobo awuaa (pà parla di morte| Akobo awu mbembe (lui parla di morte per sempre| awu a na mbembe ah Nana Nyepe (morte è per sempre, Nana nyepe| (coro) eh Nana Nyepe me wua nana nyepe (oh nana Nyepe, io muoio nana Nyepe! | Me wua enyi a wu fwo Nana Nyepe (io muoio, egli non è veramente morto, Nana Nyepe| Me wua, oh oh Nana Nganga a tua wonga mesenguè (io muoio oh nana Nyepe, ll divino (nganga/adepto) è scomparso dalla terra.
(22 e 23) Obango del Zen Awu (in popi): Nganga ma dumeya (il divino piange.
(24) canto zen awu, penultimo della lunga notte rituale, celebra l'arpa venuta a portare ordine, per sempre: Oh Tara, oh Nana Nyepe, ah Nyngwan Mebege (oh pà, oh benefica mà, oh sorella di Pan| (coro) ah oh Zame mbembe (il divino è per sempre| Ngombi a nto mbamba eto a nto (l'arpa è arrivata al suo giusto posto| (coro) a nto mbembe Zame mbembe (è sempre la, Dea per sempre| Ngombi a so wa yala (l'arpa è venuta a portare ordine a voi| (coro) Ngombi mbembe (arpa per sempre).

Mito Nzabi: l'origine del mondo (duplicato in wp)
L'arco è pure il legame tra il villaggio di Kombe e quello di terra, riflessi l'un l'altro come natura e cultura, e collegati da una corda che permette scambi di ascesa/discesa (vedi donne-ragno). Narrano gli Nzabi che il loro primo villaggio fu Koto, situato in cielo (o alta montagna come i hmong), li vivevano i figli di Nzebi e sua sorella Peha, assieme allo zio materno Nzanga, lui stesso stregone. Nzanga accusa Nzebi di far abortire i figli di Peha con cui fa l'amore.. Nzabi si rifugia in boscaglia dove incontra la donna Bisi che sposa e con cui fonda il villaggio della terra, avranno 7 figli e 7 figlie che daran nascita ai 7 clan degli Nzabi, più un ottavo clan (pigmei) che pratica la caccia per conto dei fratelli. Un gioro uno dei figli, nel seguire un fiume fino alle sorgenti, risale il monte e incontra Peha, discesa da Koto, a mezzo di una corda, per prendere dell'acqua.. lui non la riconosce così le fa delle avances.. Peha gli dice di venire a trovarla la notte in Koto, salendo dalla corda e riconoscendo la sua capanna da una foglia che lei porrà sul tetto. L'uomo passa la notte con Peha e durante il giorno venne nascosto in un paniere; nel frattempo Nzanga sente odore dello straniero, così si maschera con pittura di caolino rosso per introdursi presso Peha. Prima di ridiscendere sulla terra, Peha rasa tutti i capelli dell'uomo con una foglia tagliente della pianta Kieme, poi gli diede un coltello e del fuoco. Tornato al villaggio l'uomo narra ai suoi fratelli la scoperta di un paese dove c'era il fuoco per cucinare gli alimenti.. così i figli di Nzebi formarono un'armata chem risalendo la corda, giunse a Koto e la devastò, poi attaccarono Nzanga al un legno che sosteneva i caschi di banane (primo martire), quindi le famiglie si dispersero e formarono i ba-nzebi: l'intera vicenda, con Nzanga zio materno che nelle società matrilineari incarna l'autorità e la repressione, ricorda la confusione endogamica delle origini e il ritorno dei selvaggi (nzabi) alla grazia del cielo per tramite dell'azione culturale delle donne (amor cortese civilizza l'uomo). Arco dunque permette la mediazione tra natura e cultura, pulsioni e ideali, emozioni e vicende della vita-morte.. nel bwete la parola mokodi permette il gioco di parole tra corda e montagna, alludendo infine al coito: nella sua narcosi il neofita inizia a scalare coi suoi ginocchi una montagna, ovvero una donna, e arriva bruscamente in un mondo brillante.. così l'infante nasce nell'oscurità, viene poi educato nella vecchia piantagione dove si trovan le foglie taglienti Kieme. Nel mito è un Pigmeo che alfine neutralizza il fato di suo padre, in quanto vivendo in armonia nella selva di fatto preserva il cielo che interroga a mezzo dell'arco divinatorio. Esiste un gioco tra il suonatore d'arco e il cercatore: acqua, acqua, fuoco, fuoco, tutto giocato al suono di corda che apporta via via risposte negative e positive sino alla soluzione dell'enigma.. è nato prima l'uovo o la gallina? devo cercare in cielo o in terra, selva/villaggio, umani/animali, piume/peli, acqua/terra, M/F, cibo/sesso, procreazione/ponte? le risposte dell'arco guidano il ricercatore dal generale al particolare: mudemba mwana Nyengi (arco musicale figlio di Nyengi, madre mitica) | batsui mi vondo, banyama mikunga, banyodi matsala, bana ba-bata mandogo na makumbu (gli uccelli hanno piume e gli umani hanno nomi iniziatici). Arco musicale è img sonora del mito di origine stesso, così solo lui, con la sua vibrazione originaria, può fornire la risposta a un enigma: quello in cui s'insegna che l'arpa è figlia dell'arco, il civile è figlio al pigmeo e a questo ritorna, etc. 
  Sebbene gli Tsogo vedono gli Apindzi come scopritori del loro bwete, nelle loro formule rituali emergono i Kele: gone te go-ma-vigaka mo-ngòngo na mweka (dal basso è venuto mweka, arco in lingua apinzi) | na motombodi go Mbangwe (motombodi è uno dei nomi dati ai Kele dai Tsogo, ed è comune nei primi clan Apindzi). Mweka significa anche voce di una sola corda, elefante solitario, che nel gioco di parole evoca motembwe, il filo di ragnatela dei raggi del sole su cui si imbarcano i defunti per giungere al loro mondo situato al tramonto; dunque l'arco viene dai Kele (Mbangwe) sebbene i Povi depistano sui Pindzi.. 
  Bosengue genera arco solitario e con la sua libido e-mana l'arpa.. arco è suonato da solo, a volte è accompagnato dal bake o dai sonagli, ma mai assieme all'arpa di cui è generatore (tranne nel bwiti Fang, dove per spirito di modernismo alcune congregazioni formano orchestre). Il suono d'arco ha sola funzione liturgica di accompagnare le recite del Povi sul mito di Nzambe kana e, come gli arpisti, si suona nelle Nzimbe e durante le pause che introducono o interrompono i rituali. Il suonatore d'arco è sovente un pigmeo nel bwete tsogo, nel bwiti fang è invece un tsogo, sango o lumbu, invitato a giocare tale ruolo: suonare a connotare il tempo prima della creazione, dell'attesa (avanti il big bang dell'uovo cosmico), tempo senza tempo, solitario come il marranzano siciliano, la sua musica precede a lungo le cerimonie vere e proprie, è centrale nei debutti delle veglie rituali Fang, dove richiama il tempo della Genesi biblica (Efun mben, genesi dell'arco).. per i Tsogo arco evoca il mondo primordiale dei pigmei, cacciatori/coglitori con arco e dibble e segna il passaggio dalla selva (di emozioni) alla cultura di un villaggio addomesticato: nel tempio il suonatore d'arco trova posto dietro al Beti ngomo, in fondo al tempio, a volte chiuso da separè con oblò, dietro l'arco non c'è più nulla, mentre avanti c'è la vita.. m'ngongo è oltre la morte, recita un versetto bwete: go ngima ea bèti go-sì otèkè mutu | mokabo nà mogonzi o-daka mambu (dietro l'arpista nulla passa, se non i ritornati che vanno aldilà), in lingua Tsogo moma =essere umano, daka = andare oltre, mambu = mare; mbu in kikongo è oceano. Arco genera Arpa che genera infante che crea fiumi, cielo, albero, frutti. Nel Bwete Mwenge e d'iniziazione, una barriera (demba) di drappu di rafia con piume, pelli e stoffe a motivi triangolari rosso, bianco e nero, viene allestista nel fondo tempio su tutta la larghezza; l'arpista si tiene davanti la dembe mentre dietro stan le reliquie,  nello spazio lontano alla vista: secondo antichi costumi funerari un pollo viene macellato il giorno dell'allestimento, poi si alloggia il corpo del defunto maschile, dipinto a bade rosse e nere, in una capanna post adietro al tempio e visibile solo da una fessura; poi la veglia funeraria o autopsia rituale viene accompagnata dal suono d'arco, dove la bocca è la cassa di risonanza, arca dell'alleanza, sarcofago dell'ombra dell'antenato: nel bwiti Fang l'arco è associato a Gesù/Adamo, mentre ngombi è associato al potere creativo (utero-cuore) di eva / anna / maria, così si assiste al rito di una donna (Veronica) che asciuga il volto di Jesus / Adamo / suonatore d'arco, con dolcezza materna.

Discesa e Ascensione
I testi del Bwete, i dialoghi iniziatici, come tutti i discorsi fatti o salmodiati dai Povi, descrivono un viaggio con tutte le sue peripezie (analogia al sama viaggio di Dante), un nocciolo universale ristretto, ma espresso a mezzo di discorsi molto ridondanti da un povi all'altro del pianeta: l'intero corpus può ridursi a due formule pedagogiche (miti-riti di passaggio iniziatico): 1) Discesa e/o risalita del fiume Mobogwe, 2) ascensione del Motombi. 
 per Tsogo e Sango la discesa/rimonta del fiume Mobogwe, dopo aver preso l'amara radice (e-ando/m-ando alchornea, e-boga/mo-boga tabernanthe), vede i bandzi, colpiti dal fulmine (ngadi) ed elettrizzati dal pesce-gatto (enigi, malopterus electricus), scivolare sulle tracce del pitone per ritrovarsi presto immersi nel fiume Mobogwe, pieno di liane, pesci, granchi e gamberetti, cresciuti tra banchi di piante acquatiche mo/mi-sodo e mo/mi-ndube, (usate per fare ceste).. allora si confondono con Mosuma, la Lontra (tsoko, Potagomale velox), cioè Dinzona stessa.. Mosuma incontra anche la piroga condotta da Motembwe.. scende nelle profondità delle acque del fiume dove lavora il granchio kaa e la tartaruga gesomba (trionys aubrii) e qui trova tutti gli strumenti musicali de bwete: baka, soke, arco, arpa.. nel discorso intervengono spesso le esortazioni del povi a non discendere il Mobogwe, poichè se il bandzi discende il fiume allora incontra la morte (escluso l'eutanasia) e rischia il nulla oceanico (gepundundu). Invece se rimonta il fiume c'è vita, fino alla sorgente ai piedi del Motombi. Là inizia il secondo discorso, descrive l'ascensione dell'albero sacro su cui il bandzi troverà i segni lasciati da Benzogu/Dinzona.. l'essenza dell'insegnamento del bwete giace in questo fiume, che non va disceso, ma la cui risalita conduce alla rivelazione iniziatica; questo fiume è l'interno del corpo umano, il seno materno, risalire i chakras per giungere alla parola prima che concepì/fecondò tutto il divenire successivo, arrivare al karma primo donde tutto è partito e dove tutto ritorna (Sakti sale a Siva), in analogia alla Merkabah ebraica in cui si ascende ai palazzi celesti (Heikalot) a bordo del carro di Ezechiele. Scendendo verso valle l'iniziato/lontra si accosta all'imbarco dove la piroga lo mette al mondo (piroga è sesso femminile mentre il suo pilota è il principio maschile.. invece risalendo, Mosuma arriverà alla bocca dell'uomo da cui esce la parola/intenzione fecondante, secondo il pensiero africano, desiderio di condivisione attiva degli uomini al segreto della vita delle donne, partorendo l'equazione, nascita-materiale sta a nascita sprirituale = morte-sp sta a morte mat; la morte viene perchè si nasce dal seno materno (va tsina, in basso verso terra).. così per non morire serve uscire dalla fontanella in cima al capo (go ngòngo, in alto verso il cielo) ovvero dalla bocca. Il nuovo nato (bandzi) farà lo stesso viaggio fantastico nel corpo umano il giorno della sua morte carnale, doppiando la traiettoria del sole, rivedendo tutta la curva del feto sino all'accovacco del vecchio nelle fosse dei deceduti.. nei discorsi dei Povi tutte le img dei lavori agricoli rappresentano i momenti delle peripezie nella vita, così la luce degli astri è usata a indicare le  ultime fasi del peregrinaggio iniziatico, dove i bandzi arrivano al villaggio del Bwete, dove risiede Kombe, Ngonde, Minanga (stelle), ngadi (fulmine).. est e ovest indicano le direzioni cardinali del viaggio: la sorgente del Mobogwe è a levante (kega) mentre la foce è a ponente (evese, putrefazione e comportaggio nella capanna di Nzambe) verso il paese delle tenebre (evitsi, humus e fecondità) e di ricchezza dei bianchi, colore degli spiriti, della luna (quando dal mare apparvero i portoghesi di Vasco da Gama, i neri dell'est li scambiarono per cadaveri ritornati, e nell'epoca della Tratta poi, tale direzione contribuì a creare il mitema del kali yuga presente nel Bwete, e l'ideale rinascimentale dei grandi viaggi di scoperta (del graal) uniti alla ricerca di rinascita iniziatica.. le scoperte visionarie del Bandzi, dagli strumenti musicali alle medicine di cuore e intestini, nel suo viaggio nel Mobogwe, al pari del viaggio interiore di Dante o di viaggi esteriori di esploratori degli oceani finisce trascritto in versi il cui senso sarà pienamente percepito solo se il candidato bandzi presta attenzione al kunga (vibrazione, ronzio, tintinnio, fruscii) cioè alla parola dei fremiti. Arpa e strumenti vibrano, come l'infante nel seno materno, il granchio e la tartaruga sul fondo del fiume, i partner sessuali e infine i fianchi del cadavere lavorato dai batteri degradatori; emerge allora chiara la filiazione dell'arpa all'arco, in una gestazione cosmica dove le sensazioni si esprimono con parole onomatopeiche. Per i fedeli del Bwiti, l'universo si fa conoscere come un corpo umano e, il tempio dove si tengono le cerimonie della confraternita, ne è la rappresentazione architettonica: in lingua Tsogo, Mutu è l'essere umano, Tsenge è Thera, Disumba è inizio e fine di tutte le cose, enigma iniziatico primo, preambolo alla comprensione del mondo; Ngenza è sange e acqua, cioè vita; Maganga e Mogonzi sono mana e guwahasi; Nganga è il Divino Guaritore. Dentro a questo corpo cosmico, assimilato anche al fiume mitico Mobogwè, l'iniziato farà due viaggi: morte e rinascita simbolica, due viaggi teatralizzati nelle prove dell'inizazione: il neofita soggiornerà nell'aldilà dove sarà assalito da visioni multiple (vedi Dante) prima di rinascere simbolicamente ai piedi dell'albero Motombi, albero sacro che si drizza nella foresta. Nella cerimonia, la musica, oggetti scolpiti, decorazioni e messa in scena hanno importanza basilare per comprendere il mito su cui si basa l'insegnamento segreto. Arco ed Arpa antropomorfa supportano la liturgia: l'arco musicale è simbolo maschile, parola dell'antenato, del genitore, Arpa è immagine femminile, ha più corde, frutto della sua fecondità.. come le Corrobori aborigene o le Kamlanie siberiane, le ngozè del bwiti mettono in scena un mito che riattua l'origine della vita e della morte, le fasi principali delle cerimonie son marcate da recite a carattere esoterico, proferite da un officiante (povi) nella lingua dei canti dell'arpa, cioè immagini poetiche diverse che si associano alle sensazioni auditive e visuali proposte dallo spettacolo dei riti. La prima recita narra le origine delle corde dell'arpa e la sua filiazione all'arco, poi seguono canti d'arpa, messe in scena, fino alla comparsa delle maschere (i ritornati, mighonzi, encantos de luz): le cerimonie notturne sono riservate agli iniziati, mentre al mattino gli succedono divertimenti carnevaleschi aperti a tutto il villaggio, le maschere riappaiono, ma desacralizzate.
1) MOSOSO (primo rito di passaggio, discesa del fiume mitico) i candidati, condotti al ruscello nel bosco, assistono al lancio di una piroga in miniatura sulle acque, simbolo del viaggio dell'iniziando nell'aldilà; i candidati vengono poi ricondotti al villaggio dagli anziani, e un arbusto sradicato viene piantato davanti al tempio, dove un personaggio urla per ricordare il ritorno dei neofiti allo stato animale. I talismani di protezione sono nelle campanelle rituali appese a un arbusto; ecco il discorso del Povi, accompagna i candidati all'iniziazione durante la processione: sole! Luna! voi siete la luce della torcia che procede la processione. | il Bwetè è puro come l'infante nel ventre della madre! non ti preoccupare, non c'è maledizione! | le parole del Bwetè vengono da est, da dove viene il sole, fino ad ovest, paesi di tenebre; dal letto di nascita fino al letto di morte.. | non rifiutare la luce, vedrai presto il Bwetè.. | siete sulla buona strada, non inciampate! | il momento è venuto, vi farà discendere il fiume | la torcia è accesa davanti a voi, gli strumenti musicali sono dietro.. | a Monte, dietro voi c'è la sorgente, il paese in pendenza.. - a Valle c'è la tana del granchio dove si agita la tartaruga, il grembo dove freme l'infante.. | famiglia del Bwetè, che le visioni vengano veloci! nessuna paura, i talismani di protezione sono rifugio, nelle campanelle rituali e gli alberi sacri | (lancio di una piroga in miniatura sopra un ruscello) Tu, piroga della vita, sei stata intagliata per la grande traversata del fiume Mobogwè! vai ad Ovest al paese dei ricchi e della fecondità, dall'altra parte dell'Oceano, al paese dei morti e dei Bianchi, là dove il sole si congiunge alle tenebre! Nuovi iniziati, voi siete sulla buona via, quella dell'acqua pura corrente.. potrete vedere di persona e raccontare quello che avete visto! | O serpente arcobaleno, o stelle, o luna, o sole! mostrate loro la luce! | noi abbiamo tolto le proibizioni della terra che inghiotte e vomita, non abbiate paura, è la strada buona, Saluti, Ciao. | (ritorno degli iniziati che portano un arbusto) gli iniziati presto affondano alla tana del caimano, nel grembo della Terra Madre, prigionieri di liane che avvolgono. | l'arbusto (il nuovo iniziato) ringrazierà il piantatore di averlo sradicato, poichè lo strumento che serve a piantare è lo stesso usato per scavare la fossa. | il caimano ingoia gli infanti d'uomo. | O madre di tutti gli alberi, è ai piedi dell'albero della Vita che fremerà l'infante che va a rinascere. | l'iniziato capirà presto come strisciare sulle tracce (sentiero) del serpente Pitone
2) MOTOMBI (secondo rito di passaggio durante la processione notturna con le torce), soggiorno nel limbo, risalita del fiume mitico e rinascita ai piedi dell'Albero della vita, i neofiti dovran passare da un tunnel/grotta sotterraneo, ai piedi dell'albero: l'arpa fu scolpita dal machete e poi modellata con l'ascia | ella giunse al villaggio per vivere a lungo e perpetuarsi fino al villaggio delle stelle. | Camaleonte, lucertola rossa, nostra processione è come i vostri punti di colore. | (appare una maschera bianca) Madre Kwakè, tu salti come una palla di gomma verso il cielo | (apparizione di una maschera di foglie) noi piangiamo Mbidi, ma vediamo i suoi movimenti di allegria! | (appare una maschera scimmiesca) oh scimpanzè, fai avances coi tuoi sopraccigli | (appare una via di foglie) ecco l'arrivo del sole, all'imbarco del Mondo, il giro nascosto dal sole
OMBA DISOUMBA (porta della nascita), strisciando nell'oscurità tra le gambe dei vecchi, il neofita scivola nella traccia sotterranea del Pitone.. egli sentirà la voce stridula dello spettro della ragazza morta e saprà la sua rinascita prossima alla chiara luce accecante dell'albero della vita.
(danze delle torce) MOTOMBI albero della vita: all'inizio fu talismano di fecondità, ventre che mise al mondo Dissumba, debutto e fine di tutte le cose (reliquie di antenati nel tempio) | oggi c'è la risalita verso il Monte, verso l'essere che si agita, come una campana o l'uccello loquace che salta senza posa! è il Vecchio Antenato che dispensa consigli (arco), è la lingua che salta tra i denti, e che raccoglie le cose del fiume profondo. | ecco il sole che appare ad Est iniziando la sua curva come quella della zappa, come la schiena dei vecchi e dell'infante prima di nascere. | Disoumba! che scende e risale il fiume, l'uomo non cambia di forma.. | piccolo come un ago, come piccola anguilla, che rimonta il corso del fiume e inizia a trasferirsi nel paese delle molte radici.. è allora che ottiene l'insegnamento nel contenitore segreto. (uscita dei nuovi iniziati da un tunnel sotterraneo) | poi arriva ai piedi dell'albero rosso e comincia a metter fuori la testa, il corpo, gli arti, che sono come le corde dell'arpa - e lui sente la luce gialla del sole, la luce bianca della luna, la palla rossa della vita, il braccialetto nero delle tenebre e il gran danzatore che terrifica (Siva nataraja).

 Discorso del Povi Nzuba:
all'inizio c'è acqua e i piedi puntati a terra, allora l'essere umano si formò piccolo piccolo come l'ago e arriva all'imbarco, là dove si modella la forma umana, poi arriva là dove si separa il cordone dalla placenta.. ecco l'arpa! Madre arpa! che vibra nelle profondità del fiume dove si trova il granchio e la tartaruga che nuota contro corrente. Ecco la barra sonora della rana Bosua, il sonaglio rituale dell'istrice Bopunda, sonaglio che crepita sul cammino dell'entrata segreta dove penetrano gli iniziati, depositari di Nzambe della valle, l'essere onniscente che ha creato i fiumi, il cielo e gli alberi fruttiferi.. guardate bene l'arpa! e tu Arpa guarda bene colui che ti ha generato, è l'arco musicale con la sua unica corda, tu arpa sei generata dall'arco a bocca! Guarda là nel buco della valle dove vibra l'arpa, c'è Mosuma, l'enfante che viene a nascere e che ha lasciato il fiume aperto per scivolare verso i paesi che conducono alla morte, coraggiosi! ecco quà coloro che caddero nel Mobogwe, il fiume di radici dell'iniziazione, il fiume dei dolori e dei ritornati! Mosuma si tuffa nel fiume sulle cui rive cresce la pianta dalla radice amara che vi dona le visioni, e nel mezzo sta un groviglio di piante acquatiche che servono al lavoro delle ceste di vimini.. essa intende allora una grande vibrazione che viene dal fondo del fiume! così Mosuma s'immerge rapida ed esclama: Madre, che cos'è che vibra? così vede il granchio Bitato (beti), gran virtuoso dell'arpa che suona.. Mosuma sente anche un gran fruscìo, è il sonaglio rituale di Bopunda che crepita nell'entrata segreta dove penetrano gli iniziati.. allora lei penetra, e sente la barra percossa che risuona, risuona..! penetra dolcemente più avanti ed ecco, sente e intende l'arco mo-ngòngo simile al maschio solitario, arco a una sola corda che viene da Mganbwe.. e vibra! vibra! Mosuma vede allora l'arpa suonata dal granchio virtuoso che la fa risuonare con le sue dita dalle articolazioni fessurate.. così sprofonda dolcemente cullata dalla voce dell'arpa.. questo ha fatto Mosuma, così lei prende tutti questi strumenti musicali e grida: padre! poi lei vede su un lato del fiume una fila di piante eboga, e sull'atra costa vede file ben piantate di alan e matragune.. lei dunque guarda eboga che si erge senza che nessuno l'ha piantata, e grazie a ciò l'intera popolazione n'è nata. Mosuma dunque sradica la pianta, taglia un pezzo di radice, la mangia e dice: ho fede, è mangiabile! così ne inghiottì più pezzi, quindi riparte con l'arco musicale l'arpa e tutti gli strumenti.. venne diretta al tempio dove siamo tutti noi, si siede là e rimane a sonnecchiare.. ecco quali furono i suoi sogni: he! he! he! avanti! avanti! scendete nel Mobogwe come i vermi scendono nelle viscere intestinali.. scendete nel Mobogwe fino al luogo dove vivono i piccoli pesci che risalgono i fiumi.. allora le donne son partite alla pesca per prendere i mitungu che risalgono il Mobogwe, he! he! he! avanti! avanti! andiamo fino alla buca di Husseini, al mucchio di spazzatura dove si getta la coda del gallo macellato, a quella spazzatura che è la piantagione dei Kele, dove và il maschio solitario del cinghiale (fagocero).. allora lgi uomini accorrono verso quel mucchio e trovano cinghiali (maiali selvaggi) in gran numero e ne uccidono tanti, e dicono allora: la cosa che ha mangiato Mosuma.. sel amangiamo anche noi? e a partire da quel giorno cominciò l'uso di consumare le due varietà di e-boga, le radici amare spontanee che donano visioni, la varietà nyoke scoperta dall'istrice, e la varietà mbasoka scoperta da suo fratello il cinocefalo, entrambe sono rimaste in foresta così da poterle mangiare oggi..
- disumba ànde mokoko  (femmina cardine delle origini)
- adengano mapoma na manze na esuba ea ngambo (riceve gocce di pioggia che feconda
- ivo àango akesoaka vigevige mokubae (e si formo piccolo zigote 
- ga ndongo etumbu tsanda (come l'ago che cuce il perizoma 
- nyone vamabweka àngo va ebongo (e un dì lui arriva all'imbarco 
- va-mabongoku momà (dove si rimodella la testà dell'infante umano 
- ye a-ke-bweka va masenso vamatoako (egli arriva dove.. 
- gekondo tsia na digaba (si separa il cordone dalla placenta
- anàkà iya ngombi! iya ngombi! (guarda madre arpa! madre arpa! 
etcc.. (vedi in wp)
7) è la in basso che si trova la madre Nyange a Penda, madre di Eshira e Sango, là in basso sta lo strumento curvato per la forgia.. allora egli esce, schiarisce il vecchio villaggio e i campi di stelle (milpe, orti di donne con i bimbi), poi trasale e cambia di aspetto, sale al cielo dal bordo della foresta intera.. poi inizia a far buio e lui va a coricarsi, ridiscende dunque la montagna (cioè la corda), allora diviene questo Disumba che rimodella l'infante, laggiù dove si scolpiscono umani ed animali.. fà molto buio ed è disumba.. si discende, l'uomo non cambia di forma, lui sarà con Gegunza (sangue e acqua) e discende col fiume.. lui inizia a rientrare nel ventre come i vermi negli intestini, e più tardi si mette in piedi e camminerà sotto la veranda di disumba (tettoia antipioggia davanti al tempio).. questa Disumba significa che lui comincia tutto piccolo, poi marcia, cresce e discute con gli amici.. tal disumba vuol dire che lui inizia liquido, poi entra nel ventre, il fiume con molte radici, poi esce dall'imboccatura e si trova davanti le oguma e le obaka (citazioni gemellari dell'albero rosso Motombi) e le makemba (segni scolpiti sul motombi).. poi lui cade sul letto dove si lava e diviene brillante come il sole, allora si vede uscire la testa poi le membra che si possono contare.
8) Canto: o Povi, tu hai contato le corde dell'arpa! ah l'ago! o Povi, avanti a tutte le cose c'è sangue ed acqua, il panno di rafia annodato attorno alla testa e allo sguardo degli occhi! tale Disumba ha detto che lo veste coi primi abiti di cenere, poi lui arriverà davanti ai piedi dei banani, là dove si sente la voce rauca di Ya Mwei.. ma lui dice: oh pà, io non ho visto nulla (allusione al candidato che pensa di non aver avuto esperienza).. poi lui esce pubblicamente con gli amici e dice che il bwete è buono! questo è il disumba (fato) per il quale lui va, lui sale la montagna e si trova nella milpa del primo incendio, poi lui va a letto dove sono l'uomo e la donna.. poi vaga con gli avventurieri e i buoni parlatori, poi sale e trova due strade: quella del basso e quella dell'alto, le piccole spine e i nidi delle termiti (prove iniziatiche di Mwei), poi lui va via e la disumba ora è che lui arriva davanti al motombi, là lui trova 4 capanne e infine vede la corda/montagna.. lui ha visto il tunnel che sbocca ai piedi del motombi, dove passano e passarono gli anziani e i giovani.. lui si trova ai piedi del motombi dove vede Kambi, Ndondo, Mobaibai, Mokuya a matsope e il grande danzatore che fa paura (Yama della nave nera?) Anziani e nuovi iniziati, salve! Canto corale: padre mostraci le radici dei riti e delle danze, mangiamo la radice di eboga, Salve! 
  Altri esempi: 
ekokokoko (setaria chevalieri), foglia a forma di piroga lanciata sull'acqua nel primo rito di passaggio (mososo), a figurare il viaggio del nofita all'altra sponda del mondo.
- voi che partite all'imbarco, non attardatevi col gioco di spruzzi! 
- ascolta come la cosa è intrecciata: si parte all'orizzonte estremo del mondo là dove sono le capanne, là dove tu reincontri i bianchi, dove scompare il sole, dove c'è il silenzio, fine della vita.
- ngombi ona bota mokoko (apra tu sei nata ai piedi/radici che trattengono la terra, tua madre è la corda del motombodi (mongòngo), arpa tu vibri dal fondo del tempio, dai fianchi del cielo che Nzambe creò.. Arpa tu vibri i fianchi dei corpi come la morte fa gonfiare/scoppiare le viscere (allora si comprende che Lei vibra già nel cielo) vibri i tuoi piedi verso il villaggio e la testa verso la selva  (posizione rituale del cadavere), vibri al camposanto, a ovest, da dove sono venuti i bianchi e dove dimorano i primi defunti del mondo, Arpa tua musica è lingua iniziatica d'eccellenza! tu sei Mosodwe, l'infante di Komba e Ndondo. Arpa vibra a monte del fiume, all'interno dell'uovo di Mouanga benda (vero nome di Nzambe evanga-vanga, dio creatore col soffio) per creare l'antenato di tutti, di colui che torna attorno al fuoco.. arpa tu vibri ai piedi del Motombi là dove ci sono le capanne, i braccialetti e la palla di Tsingo (amalgama di segatura rossa), arpa tu vibri quando l'infante e la milpa vedono la luce la prima volta (doppio paragone).. il giorno in cui l'infante scalò la montagna dal cielo con le ginocchia.. il giorno dove egli è arrivato al debarcadero (e-bongò è porto di attracco, m-bongò è piroga-vagina, ge-bongò è uovo, gebongo-sa è piccolo tamburo, un gioco di parole per neofiti).. arpa! tu vibri là dove l'infante arriva al letto della nascita, al letto della sofferenza! vibri come la pioggia e il tornado, sulla cima del motombi, là dove si trova il fabbro coi suoi artigli.. il giorno che scalerò la montagna dal cielo non sarà con i piedi, ma con le ginocchia..

䷀ Primi Templi

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wu of altaiEsiste un tempio, ai margini delle antiche terre, vuoto, di forma incerta, spoglio di ornamenti, privo di supplicanti e di officianti, un tempio povero anche di mura, ma pieno di Divino, sta a noi scoprirlo.. Sebastian ascolta il professor Raseno: tra campi e boschi di querce s'innalzano rupi, estese formazioni di tufo vulcanico dei monti Sabatini (lago di Bracciano), Cimini (Lago di Vico) e Vulsini (lago di Bolsena), soggette all'azione erosiva di corsi d'acqua e ridotte spesso ad alture strette, allungate ed isolate da alte pareti verticali su ogni versante..

se Tarquinia (Tarcna) e Cere diedero i natali alla Roma pontificia, gli abitanti delle rupi di Luni, Bieda e Giovenale, diedero vita a Tarchna, al tempo della formazione dei grandi abitati (età del ferro); il popolo delle città costiere nasce dalla migrazione delle comunità dell'altopiano interno solcato dalle forre, dove la presenza neolitica, su modeste rupi tufacee (castelline) affacciate sui fiumi, reca prima testimonianza uMana, forza che attrasse pure famiglie di dominatori, come i Vico, che provarono a erigere un loro castello per fondare il loro prestigio (mai completato), lassù, dove un vasto bacino agrario di antiche terrazze simili a risaie, circondava il primo abitato. Nella massa tufacea del vulcano Cimino, presso i fiumi Vesca e Canino, affluenti del Mignone, emergono i pianori di Luni sul Mignone, centri abitati nell'età del bronzo, con tracce di capanne, focolari e due lunghe trincee tagliate nel tufo, sul modello delle case lunghe dei Papuani, degli amerindi Hopi ed Irochesi, dove l'accesso è consentito solo attraverso uno stretto passaggio; fori da palo, tazze e prodotti ceramici di tipo egeo e italo-miceneo, rivelano che il pianoro fu occupato da numerose capanne a struttura seminterrata, residenza sotterranea di un capo clan o semplice cantina-magazzino.

(articolo: primi tempi)     (quartine in versi)     (popoli slavi italici)


Seba canta i versi del poema LIBERTAGES, vangelo (gospel) che narra la storia del tempio Therabuti, un mitico giardino che dopo milioni di anni ricollega l'Africa all'Italia: 'tutti gli anni, con l'arrivo della stagione secca, tra Giugno e Novembre, il popolo degli Elefanti abbandona le savane aride e si muove, seguendo sempre gli stessi itinerari, alla ricerca di zone più ospitali vicine a fiumi e fonti d'acqua inesaurite. A questo punto i nuclei familiari lasciano il branco: il gruppo più piccolo ha maggior garanzia di affrontare la carenza di cibo nelle zone in cui transita, una femmina esperta guida il gruppo, una seconda controlla la retroguardia, ma i ruoli possono invertirsi in caso d'improvvisa ritirata.. gli habitat di questi animali sono cambiati spesso in passato, ecosistemi diversi rispetto a quelli a clima tropicale e sub-tropicale che conosciamo oggi. Nella loro lunga esperienza di vita (65 milioni di anni) gli elefanti hanno subito mute nell'aspetto e dimensioni, adattandosi alle nicchie ecologiche più disparate, i loro resti fossili sono presenti su tutti i continenti, escluso Australia ed Antartide. Pochi milioni di anni fa il genere Homo inizia ad affiancarli, siti africani ed europei attestano questa convivenza, specie in Italia (800.000 anni fa): nel Lazio, nel territorio di Tarquinia, lungo la valle del fiume Mignone, in un piccolo boschetto di querce (bosco di Ficoncella) tra due campi arati, una famigliola di Istrici avviò un paziente lavoro di scavo di gallerie.. resti di un Elephas Antiquus (una scapola e due zanne) e 4 schegge in selce (di origine umana) emersero da un substrato vulcanico.. i paleontologi iniziarono un indagine e ricostruirono l'antico scenario faunistico dell'area Tolfa-Tarquinia-Civitavecchia, confermando la presenza umana assieme ad altre specie animali sepolte da sedimenti deposti dall'acqua di un fiume lento.. nella Valle del Mignone vissero l'Elephas Antiquus, antenati del Cavallo (Equus spp), Avvoltoi, Canidi e il Bos Primigenius, il grande Bove paleolitico inciso nelle grotte di mezzo mondo. Dunque, cacciatori-raccoglitori nomadi della Valle del Mignone fabbricavano manufatti in pietra per cacciare gli animali e sfruttarne le carcasse, come fecero i cugini nelle steppe/praterie russe e americane (Altai, Patagonia e Usa) e come ancora fanno gli ultimi fratelli aborigeni che vivono in Africa ed Australia, nel bacino dell'Okavango, o nei deserto del Kalahari e di Gibson.


Seba narra dei simposi serali al Terabuti, racconti che si tenevano tra dodici frequentatori abituali e altri ospiti di passaggio. Il Poema comincia così: Tempo fà un sufi, figlio della madre India, Shirdi Sai Baba, venne in Italia assieme al Mahatma Gandhi.. ora accade che, in provincia di Viterbo, dopo aver visitato le grotte degli eremiti di Norchia, poi un antico santuario rupestre nella Macchia delle Valli presso Vetralla, Sai di Shirdi ebbe un ispirazione e volle raggiungere il fiume Biedano nell'omonima valle (forra).. durante una sosta in un campo di Ulivi, ebbe un incontro con uno spirito del posto (genius loci), un figlio di Madre Thera che disse di chiamarsi Tago. Shirdi Sai Baba si fermò a meditare a lungo, il Santuario nel bosco di querce era simile al tempio del suo villaggio, Shirdi, nell'India centrale, là i suoi devoti concittadini avevano voluto che lui dimorasse come un sufi. Entrambre i santuari sono dedicato alla Madre Thera, chiamata Ganga/Yamana nella sua lingua sanscrita, e Demetra in lingua greco/slava; i villici del posto gli dissero che quel tempio venne usato nel corso dei secoli come ovile e cava di peperino, da cui la denominazione di 'Pietrara', nome rimasto nel piccolo centro abitato nelle vicinanze. Il luogo aveva ancora il tracciato viario verso il tempio etrusco-slavo, una tagliata che collega Pietrara al fontanile (Fontana asciutta) alimentato da una sorgente più a valle. L'acqua, ovunque nel mondo, richiama agli umani la sacralità delle grotte dove sgorga, infatti il santuario sorge nelle strette fenditure naturali della parete rocciosa, luogo privilegiato di comunicazione con la divinità. La cella della divinità femminile, nascosta tra le pareti rupestri di peperino, è orientata secondo i punti cardinali e ospita una statua di figura femminile assimilata a Thera/Demetra, la dea Vei degli etrusci, e la Ceres dei greco.romani, al suo fianco stanno frammenti di altre teste di statue.. la Dea indossa un mantello con cintura e un velo che le copre la testa, la mano destra tiene una patera umbilicata, mentre la sinistra sorregge un mazzo di spighe e papaveri. All'esterno della grotta sta una terrazza in cui si compivano gli atti di libagione che dovevano disperdersi nella terra, mentre al fianco sta un deposito di ex-voto per la fertilità e il risanamento di parti malate dei devoti. Il sufi di tutte le religioni, prima dell'imbrunire, riadattò una capanna di butteri tra gli olivi e iniziò a cantare sotto ispirazione e a danzare fino al mattino. Alcuni contadini del posto, videro la cosa e ne furono contagiati, così chiamarono quel posto la Vincella del Drago (botticella di vino mandrago) poichè, inebriati dalla presenza di un bimbo-drago (e buon vino) si videro come pigmei (mbuti) di fronte alla maestà di una natura vista con occhi nuovi, la capanna del simposio fu poi chiamata: la Therabuti (..) Molti decenni dopo, negli anni '70, uno storico del posto, di nome Raseno (Léi sēn in mandarino), durante una ricerca a tutto campo sulle origini del nome del colle Vincella del drago, si imbattè nella storia del capanno Therabuti fondato dal mistico di Shirdi, così, assieme ai suoi colleghi di ricerca, anche di altri paesi (amici della Ghirlanda), viaggiò in India al villaggio natìo del mistico, per trovare il mantra di Shirdi che, tornato in Italia, gli permise di rintracciare (mappa sonora) i resti del capanno originario nella valle del Biedano.. In seguito acquistò quel terreno, lo ripulì dai roveti e ripristinò il canto locale a Tago, buttando già la prima quartina del poema Liber tages. Col tempo visitatori vari passavano in quel luogo, chi in cerca di un lavoro, come Seba e Pamela (Lucani trapiantati nella terra degli et-rusci) decisi a rimanervi per ritrovare una vita meditativa, ovvero più lenta e sostenibile, in sintonia con i ritmi stagionali e i geni dei loro antenati; chi per scambiare ricerche ed esperienze con Raseno (Martin dal Messico, Romulo dal Perù, Yolanda dal Brasile, Sesto e Mallendi da Sri Lanka e dal Gabon) o per per offrire un sapere pratico, vedi Emilia l'ortolana e Taras il curandero. Lisa la musicoterapeuta (divenuta poi la compagna di Raseno), introdusse Kinaciau al Therabuti, Kino era un vecchio saggio Zutwasi, maestro di num-tchai, ovvero la danza della Giraffa praticata dai 'boscimani' del Kalahari.


Nel 1992 un team del Therabuti, sotto la guida di Sesto, andò in Sri Lanka a visitare Tissagami, l'ultimo leader dei Vanniya-aeto (aborigeni Veddha), nel villaggio di Dambana. Tissagami si batteva per veder riconosciuti dal governo i diritti alla cultura (stile di vita) del suo millenario popolo; al termine della visita fece un oracolo al nostro gruppo.. il messaggio parlava di una età umana sulla Terra chiamata vijnana-maya-kosha. Al ritono in Italia, Raseno riavviò i simposi del tempio Therabuti, accogliendo studenti, ospiti ed esperti di tutti i continenti, desiderosi di ricercare la matrice aborigena di tutti i popoli. Raseno offriva frutti e bevande durante ogni simposio serale, e spesso ripeteva: "un tempio-scuola Therabuti è ogni luogo dove sia possibile richiamare alla memoria dei presenti, il tempo del sogno, il bosco originario (in latino lucus, Luci), la foresta vergine misteriosa, natura inconscia di tutte le creature, selva piena di vita ma anche di pericoli per l'essere superbo o sprezzante. Lucus è la casa degli antenati (domus dei) di questa natura, accogliente, ostile o indifferente, a seconda dell'atteggiamento dell'ospite; è presente fuori e dentro tutte le creature. Se paghiamo un tributo di attenzione ai nostri antenati, sotto forma di versi, inni, musica, cibo, etc., allora c'è speranza che il tempo del sogno (ab origens), il genius loci (Tago), torni a contattarci, e indicarci il sentiero di uno sviluppo sostenibile, un sentiero sicuro su cui poggiare i nostri piedi, per uscire da una selva innaturale, dalla commedia tragica di ogni vita sconnessa alle sue radici. Il Therabuti è uno di questi posti, un luogo dove si vedono le orme dei nostri antenati, si ascoltano storie, leggende, aneddoti, canti.. e si vivono esperienze di sempre: lavorare la terra, accudire gli animali, giocare come bambini e osservare la varietà biologica e culturale della natura, anche umana..


 Camuni Pamela narra la storia dei suoi progenitori slavi, Otzi e Delia: ricordo che camminavano a piedi nudi, per quanto possibile tutti i nostri comuni antenati erano connessi a terra, nudi ma ricoperti di pelo, adatti a catturare onde elettriche dalla atmosfera e portarle a terra.. viaggiavano per la Terra, creando villaggi, così mio nonno diceva degli SLAVI: da qualche parte del mondo, esiste una Quercia primordiale che dà i semi di tutte le piante esistenti.. un tempo crebbe forte e divenne alta da raggiungere il Cielo-Perun, dove erano custoditi l'Acqua, il Fuoco e la Terra e tutti le sementi. Ibn Ruste, geografo islamico, parlava degli as-Saqalibat (Slavi) in riferimento al commercio degli schiavi.. la terra degli Slavi è piana e piena di foreste, loro vivono là; le piante seminate dagli Slavi fin sotto il Circolo Polare Artico sono: Miglio (Proso in russo), Avena (oats), Secale (rye), Linum usitatissimum (flax) e canapa (Cannabis, hemp).. al tempo del raccolto alzano al cielo il cesto di miglio e pregano: 'Perun, Tu che ci hai dato ogni cibo, accresci i nostri raccolti. Oltre al Miglio, che ha bisogno di clima continentale secco e suolo asciutto, vengono coltivate piante da fibra (fiber crops) come Lino e Canapa, specie presso i fiumi. In zone più a sud, zucche, bietole e fagioli venivano piantate in mezzo al granturco, il seme di Zucca si vendeva come bruscolini e il resto si dava ai maiali; il Granturco giallo nano ottantino si usava per la polenta, così il sessantino (bimestre) a semi bianchi, rossicci, neri o ibridi screziati; il Moco (pianta pesante per gli umani) era data ai palombi, oppure, se messo a bagno con farina di mais, ciò che veniva a galla era dato agli agnelli. Bietole, Barbabietole, Rape e tanti tipi di Patate sono utili d'inverno per umani ed animali; i Pomodori, usati per conserve, Zafferano, Agli, Anice, Camomilla e altre erbe medicinali spontanee profumavano casa. Ogni clan o tribù slava, aveva la sua kumiry (кумиры, casa degli dèi, totem) per adorare e custodire questi semi di vita; per onorare il dio che abita nelle piante, il taglialegna incaricato doveva sempre toccare lo spirito del legno, prima di danneggiare il legno con le sue assi: Ciur menja! (Чур меня) veniva lanciata l'invocazione così che, il proprietario della foresta, il Lescii, sapesse che il CIUR aveva autorizzato il taglio. Per tutti i popoli slavi, goti, turcomanni, mongoli e greco-romani, le foreste erano abitate da ninfe e satiri; alcune ninfe erano immortali mentre altre vivevano molto a lungo. Eleganti, vestite con lunghi abiti, oppure nude, le ninfe spesso gioivano di danze improvvisate e giochi, opurre tessevano storie di amori tra gli dèi, satiri ed umani. Adorate molto dalla popolazione, ricevevano offerte in privato, nelle edicole di casa o nei boschi, nei cerchi di pietre: latte, miele, olio, ghirlande di fiori, semi) per la loro intercessione nelle colture. Le ninfe avevano il potere di predire il futuro, ispirare, curare, ed offrire protezione alle donne partorienti. Quando i boschi venivano dedicati agli dèi, la loro adorazione continuava in segreto.

Il tempio degli dei Slavi è posto tra gli alberi, e la mediazione del volhv (pagè), per tentare di risolvere i problemi della vita umana, era necessaria.. il Creatore deve mantenere l'uomo efficiente se vuol essere nutrito a dovere, così, la sua femminile provvidenza ha creato gli animali, i batteri i funghi, le piante, che, assieme all'uomo, permettono un ecosistema permanente e sostenibile. Gli dei devono vivere e gli umani devoti li tengono in vita (kormit кормить in russo significa nutrire gli dèi), nutrendo gli dèi, in tempi di malsanità, crisi sociali o debolezza, si potevano riconoscere piante o animali che avrebbero potuto aiutare gli umani a riguadagnare la piena salute; certo era necessaria l'esperienza accumulata dagli antenati e trasmessa ai discendenti; bisognava chiedere alle persone che sapevano (non solo il volhv), ed essi avrebbero aiutato lui o lei a trovare nella foresta la giusta pianta o animale necessario alla guarigione, ma vi erano regole da seguire: la foresta è viva e nessuno ha il diritto di uccidere i suoi abitanti a volontà, può farlo solo colui che è autorizzato. Il Lescii (Ruescii in Thailandia), se implorato nel modo corretto, sarà disposto a sacrificare le sue piante e i suoi animali, perché sa che un giorno anche l’uomo gli potrebbe essere sacrificato nel caso ce ne fosse bisogno. Ne consegue che è inutile affannarsi a cercare piante e animali a caso e senza ispirazione perché, se così facessimo, attireremmo l’attenzione delle forze maligne (quinghins) che stanno ad osservarci e che, alla minima nostra esitazione, sono pronte a ridurci a loro ostaggi (zalòzhniki/заложники). Dunque è richiesta pazienza, chiedere quanto ci serve col rito giusto e la pianta o l’animale comparirà davanti a noi senza fare un gesto, oppure, un людник ljudnik, gnomo, elfo, ci accompagnerà o si farà vedere in sogno indicandoci dove trovare quanto cerchiamo. Evitare l’ingordigia poi è molto importante, perché non è ammesso accumulare riserve e occorre sempre lasciare alla foresta quella parte di ciò che si usa, come offerta sacra, scusandosi se è troppo poco o se abbiamo preso troppo. Gli slavi, come i camuni, i saami, e altre etnie del mondo, celebrano tutti i rituali necessari per contattare queste creature della selva, visibili e invisibili, senza offenderle; per loro gli Alberi (arbo 林 ต้นไม้) sono creature con poteri supernaturali, governano i cicli del mondo; se c'è un evento che vogliono contrastare o evitare, si appellano a loro, con la loro assistenza implorano la pioggia, germinazione, o altri eventi del bene comune; a una malattia fisica, mentale o economica, si trova rimedio, semplicemente vagando nella selva (wilderness). Oltre al cibo, la foresta forniva tanti altri rimedi che, domandati e ricevuti, agivano da validi conforti; tuttavia serviva il consenso del suo spirito guardiano e la raccolta stessa era un rito in sè, da fare nel tempo e nella maniera prescritta, in quanto, le piante sono i capelli della Madre Terra. La foresta è fonte di materiali crudi per la manifattura di molte cose, ma cessa tale ruolo quando essa viene distrutta per ottenere terra per le giganti colture industriali. Foreste di Mangrovie coprono le coste di più di 100 nazioni del pianeta, esse hanno a lungo protetto le comunità locali da inondazioni, tempeste, uragani, tifoni, etc., fornendo al contempo legname, e riparo (nurseries) e cibo ai pesci. Il declino delle foreste spinge noi tutti ai limiti estremi dello stress ambientale. Le Foreste mantengono in salute i gruppi umani locali in tanti modi, frutti e verdura fonte di vitamine e micronutrienti, cure d'acqua incontaminata, argille, alghe, saune e sorgenti termali, medicina di funghi e piante selvatiche: i rimedi più efficaci contro la malaria, oggi, sono fatti con artemisinin, estratto di Artemisia dolce cinese (chinese sweet wormwood), una pianta usata da sempre in Cina per trattare sbalzi di febbre. I contadini slavi d'Eurasia usavano attrezzi di legno, non usavano concime organico, così, la pratica del slash & burn (swidden agricoltura), era la sola speranza di trovare terra vergine adatta alla coltivazione per più anni, permettendo loro di sopravvivere solo migrando a nord e a ovest, e portandosi dietro i semi delle piante in un olla di argilla (protiven) ben chiusa, a preservare la vitalità della semente. In seguito, l'aumento di popolazione e il costituirsi di regni e imperi sempre più grandi e sedentari, sotto la propaganda di un clero volto a fornire soldati e braccia all'impero in espansione, portò a una crescente deforestazione in gran parte dell'Europa ed Eurasia, mentre, il sedimentarsi della religione d'elite al servizio del regnante, portò a far prevalere i concetti di ragione, profitto e progresso. Altrove la gente continuava a lavorare la terra gran parte del giorno e poi, quando le piante erano prossime alla maturità, l'intero villaggio veniva preparato per celebrare la grande festa pubblica del raccolto, specie in annata andata bene. Templi e santuari lungo i fiumi di tutte le Rus' erano progettati in forma circolare: un luogo centrale per i kumiry, e otto fuochi vivi attorno alla circonferenza esterna. Il santuario aveva forma di un grande Fiore Iris, fiore di Perkunas (Perunika in russo). Nella foresta regna Perun-Quirinus, dio-spirito della Oak-Quercia, che domina il Cielo in quanto maestro del tuono e dei lampi, del fuoco e del suo potere purificante.


Pamela cita Aldo Marturano, storico delle Russie: 'la foresta è una miniera di materie prime, ma nel Medioevo il suo sfruttamento non era così intenso e distruttivo come è oggi nelle foreste del mondo (vedi Borneo, Brasile, Congo). La città di Novgorod venne fondata da un accordo di tre gruppi etnici locali: Slavi, Finni e Baltici; questi, separando i rispettivi luoghi di culto presenti nelle foreste, conservarono parte della foresta europea, sebbene moltissima scomparve per ricavarne terreno da coltivare e aumentare i latifondi. L’idea che si andava affermando in quegli anni di fervore missionario, era quella di distruggere la selva per eliminare i templi dei pagani e i loro fedeli; inoltre, aumentando l’estensione del terreno da coltivare si offriva la possibilità, a sempre più numerose famiglie, di vivere una vita cristiana lavorando e guadagnandosi il paradiso col sudore della fronte, secondo l’indicazione delle loro scritture e, soprattutto, legando la gente al latifondo signorile dove le persone lavoravano. Roland Bechmann scrive: distruggere la foresta fu per la Chiesa greco-romana una soluzione per eliminare i rifugi di spiriti concorrenti, nido di superstizioni e pratiche di stregoneria. Allo stesso tempo si allargava lo spazio coltivabile per i problemi di coloni in aumento. Nonostante la sistematica distruzione, rimase qualche lembo di bosco per la caccia dei cavalieri nobili e la raccolta di prodotti della selva, necessari alla vita delle corti. In Europa la deforestazione, fu dunque consacrata come un atto santo cristiano e, dopo ogni grande carestia, la si spinse più a fondo perché, si fece notare, queste calamità erano dovute ai peccati dei non-cristiani, che non avevano molto da fare a causa della mancanza di terreno da coltivare; così la distruzione della foresta venne intesa come un obbligo morale di ogni signore cristiano, di ogni re timoroso di Dio. Nell'Europa nord e nordorientale, dove il Cristianesimo si era affermato più tardi, il piano di intenso disboscamento non fu attuato e, specie nel Bassopiano Sarmatico dall’Elba agli Urali, la fitta foresta vergine rimase momentaneamente intatta. Anche nelle altre Rus' eurasiatiche l'usanza sopravvisse: in Etruria i Rasna (et-Russi chiamano se stessi rasnìa, rasenna) preservarono i loro boschi sacri, sede di importanti Santuari (ereditati in seguito dai cristiani bizantini), e i Volhv, detti Lucumoni (da Luci, lucus, bosco) erano i loro sacerdoti-custodi. Così fecero i Lucani, i Piceni, i Vendi, i Sardi, ecc. Quando la domanda di prodotti silvicoli andò aumentando, la foresta nordica europea diventò l’unica risorsa dove trovare le materie prime. Così la protezione e lo sfruttamento dell’ambiente si trasformò in un interesse primario per la Rus’ di Kiev dove dominavano i Rjurikidi (vedi nuova cronologia per chiarire questo nome mitologico), già con l’atto di santa Olga di Kiev, costei riservò a suo uso personale alcune zone forestate del nord, ovvero, a disposizione di tutti gli Smierd (contadini Slavi) che vivevano intorno, con poche limitazioni giuridiche, purché lo smierd continuasse a raccogliere solo ciò che serviva alla propria vita, e ciò che serviva per produrre prodotti semifiniti da passare come tributo all'élite al potere. Inoltre, in caso di cataclismi, alla foresta fu affidato l'ulteriore compito di rappresentare la farmacia dove cercare la soluzione a qualsiasi tipo di problema sanitario. Secondo la religiosità slava, ci sono regole da rispettare: la foresta è viva e nessuno ha il diritto di uccidere i suoi abitanti a proprio piacere.. gli Slavi, dapprima cacciatori e raccoglitori, ebbero poi le loro fattorie sedentarie, circondate da larghe foreste post-glaciali, le quali coprivano tutta l'Europa fino a pochi secoli fa: la loro dieta era di frutti e altri cibi che si potevano cogliere in sicurezza nella selva. Quando gli slavi russi alzavano i loro villaggi (Mir) nella foresta, nei templi era sempre presente un Fuoco eterno, come il Nonno Fuoco degli huicholes; è il primo compito del prete (Volhv in russo). Così, il Ringraziamento, la più importante cerimonia del mondo slavo, aveva luogo in questi templi nel Solstizio d'Inverno, al fine di propiziare la rinascita del mondo. I contadini Slavi osservano i fenomeni atmosferici, notano quando la luce solare aumenta dopo l'Equinozio di Primavera, e culmina in durata e forza al Solstizio d'Estate (notti bianche al nord), poi decresce fino al Solstizio d'Inverno. A questo punto, vi era il timore che il sole potesse non tornare a brillare nel firmamento e, alle latitudini delle notti polari dei Lapponi e Finni, verso fine Dicembre, il cielo è chiaro, ma se accadeva l'opposto, con strane nubi e buio, tale da nascondere la poca luce solare, sarebbe stato un presagio poco buono.. Perun, il dio del tuono e tempeste, dalla sua residenza nelle mountagne (Carpazi, Urali, Caucaso), annuncia le prime piogge come vittoria sul buio, quindi il Ringraziamento viene posticipato all'equinozio di primavera, giorno della dea Zhiva. La Zita o Zhena жена è la donna della casa che bada all'orto, alla corte degli animali, cresce i figli e rilassa il marito, mentre la Znaharka, è la donna che sà, conosce i poteri utili delle piante e della natura, spesso è una saggia anziana che ha passato la menopausa: se eredita i misteri dei progenitori è rozhdjònnaja рожденная, se invece li apprende è ucjònaja ученая. La znaharka della Mir è curandera di corpo, mente e spirito, media tra le forze della natura e il malessere umano. Quando i Rjurikidi di Kiev e la chiesa imperiale bizantina provarono a imporre la nuova religione e scienza di Constantinopoli, screditarono le sagge e i loro poteri di cura, così da vincere la concorrenza e prevenire la loro crescita di numero.. eliminarle fisicamente avrebbe causato rivolte; la nuova elite clero-intellettuale non seppe offrire valide alternative al loro operato nella Mir, così provò a convincerle a entrare nei conventi da loro gestiti. Così, l'avvento della cristianità cambiò l'economia domestica e crebbe il numero delle vedove abbandonate e isolate nelle loro izbà nella steppa, costrette, come i loro collegi maschi (Volhvy), a evitare ogni contatto: accusate, processate e perfino uccise, nella nuova società vivevano solitarie, poco amichevoli, provando a spaventare le persone per proteggere se stesse.. allora nacque il mito che alcune di queste bàbusc'ki (nonne), potevano incantare e sedurre i viaggiatori per avere incontri erotici e altri affetti, oppure che esse erano circondate da molti aiutanti animali (rane, rospi, gatti), inviati a notte nei dintorni a rubare legna Kupala o leccare il latte che, poi, avrebbero rigurgitato alle loro padrone bisognose di cibo; tuttavia, durante le feste, queste sagge donne ancor vengono chiamate a narrare le storie degli antenati..


malaria tra paludi

Durante le prime migrazioni, il Ciur della Mir (capo ciurma), assaggia l'acqua del fiume per vedere se è troppo salata da bere o è buona, solo allora lascerà gli animali liberi di bere, e le donne e i bimbi di fare il bagno e lavare i vestiti. Se essi trovano una sorgente a livello del suolo, provano a convogliare acqua fresca nei campi e costruire canali rialzati con legni tagliati a metà e poi interrati. A volte scavano un pozzo vicino ai campi coltivati, per avere acqua, usando un secchio di legno che pende da un lungo bastone, sopra la bocca del pozzo e, all'atra estremità del palo, pongono un contrappeso. Il pozzo è sempre protetto da una capanna costruita attorno, con una porta e più segni magici dipinti a vista, al fine di prevenire chiunque, umani o spiriti, di avvelenare l'acqua. Il Ciur ispeziona anche gli alberi da uccidere (abbattere) ma, le vecchie querce sono sacre e vanno rispettate in tutta Eurasia. Il Ciur manda le donne a incidere profondamente la corteccia attorno al tronco, si attende un intero anno fino a che l'albero secca, poi, abili uomini tagliano gli alberi lungo le linee marcate e useranno il legno per le costruzioni. Il resto dei rami sarà lasciato ancora ad asciugare, poi verrà anch'esso usato in vari modi. Quando è il momento del sacrificio agli dèi, che hanno accompagnato il gruppo e mediato con i genius loci, uccidono dei galli in ringraziamento, e spargono quel sangue tutto attorno al villaggio. Quando viene alzata la prima IZBA (capanna, hut), uccidono un altro gallo, come fanno gli Akha, verrà sepolto sotto al pavimento come buon auspicio; le case sono state costruite con la foresta intorno, lontano dal fiume e, in poche settimane, emergerà la Mir (in russo significa comunità di villaggio, pace). Izba di legno, costruite lato per lato secondo antiche regole, sono presenti ancor oggi nelle campagne russe: l'entrata è a sud e l'interno è diviso in due aree: una calda e l'altra fredda, con un vestibolo in mezzo. Dove il clima è secco (mild), le izba sono talvolta poste per metà sottoterra (zemljanki); attorno ad esse vi è un alto recinto con pali appuntiti in cima, per scoraggiare eventuali intrusioni o impreviste inondazioni. Marturano scrive: il Pane per gli Slavi è la prima vita, così, il fallimento di un raccolto, causa lo spostamento dei contadini (gli Smierd Russi discendono da nomadi sedentarizzati), cosa che gli Tsar non volevano. Tutti gli accampamenti di Slavi erano più o meno fissi poichè, ogni 6 o 7 anni venivano abbandonati, e la terra strappata per le colture veniva venduta, così andavano in cerca di nuova terra per fondare una nuova Mir. Molti parenti anziani rimanevano indietro, troppo difficile era il viaggio, così vennero perse molte memorie.. La via migratoria seguita a inizio primavera (prima Verum), era ogni volta il percorso di uno o più fiumi, barche arrangiate e riempite di tutti gli averi, donne e bambini, e si snodava tra dense foreste, ghiacci e permafrost.. Il Ciur della carovana è un uomo anziano, simbolo vivente degli antenati, agisce come guida anche se non conosce la strada, decide la direzione da prendere, ispirato dai segni che gli spiriti benevolenti lasciano (una cornacchia, cinghiale, storno, etc) e che solo lui vede e interpreta. Il Ciur dà il segnale di stop quando vede una colonna di fumo a distanza, potrebbe essere il segno della presenza di villaggi di persone che abitano il luogo attraversato. I locali, nascosti tra gli alberi, osservano il gruppo di migranti slavi (nuta) provando a capire le loro intenzioni. Il Ciur è in allerta, pronto al dialogo e a ogni accordo: offrire doni o proporre un matrimonio con una delle sue molte figlie. I nuovi venuti sono invitati dai locali a proseguire o fermarsi senza troppe ostilità e nuove famiglie miste risolvono tutti i disaccordi da entrambe le parti. Poi, ha luogo il taglio di un pezzo della foresta (poljana), ci si può accampare per ora, esplorare i dintorni e decidere se il posto è buono. Si dispongono le barche a cerchio, in asciutta, lontano dalla riva; poi si tiene un consiglio (Duma) per discutere il da farsi. Il Ciur, sempre attento a non prendere decisioni da solo, ascolta la discussione della comunità, solo così la pace può regnare nella Mir. Ai giovani vien detto di non allontanarsi troppo nella foresta, così da non perdersi, vien loro raccomandato di marcare il percorso così che quei segni saranno usati in futuro come segni delle nuove piste: 'Cercate l'ortica presso i grandi alberi e attenti alle Querce, se ne vedete una rispettatela, non colpitela! L'erba Ortica è molto utile e, la sua presenza qui, rivela che attorno possono esservi molte altre piante utili e conosciute. Se trovate miele per favore segnate il posto e il sentiero per arrivarci (simboli magici), così che chiunque altro possa andare e coglierlo; il miele è preziosa merce vendibile al mercato con buon profitto, ed è essenziale, una volta fermentato, per fare il mjod (mead). 'Guardatevi attorno e vedete che specie di selvaggina gira fra gli alberi, se esistono tracce ed orme a terra, per favore prendetene nota. Se incontrate qualcuno, siate pacifici e invitatelo a mangiare con noi, senza derisione e senza spirito bellicoso; il Ciur sà come parlare.. ad essi verrà offerto lo Zito, un pane russo (zhito in Belarus) fatto con uno o più tipi di grano locale: poche manciate di spelta, segale, orzo o frumento (il miglio, seppur cibo benefico, non è adatto alla panificazione) pestate in mortaio di legno e mischiato ad acqua leggermente salata; le glume vengono via e salgono alla superficie dell'acqua (volendo si possono separare dalla polpa detta kut'jà, o pestare con forza); poi piccole palle di impasto, modellate con le palme delle mani e aggiunte con erbe o frutta secca, vengono avvolte in foglie di quercia e poste a cuocere nella pec'ka per 20 minuti, fin a doratura della crosta del pane. Alcune di esse vengono offerte anche al Domovoi, (Pan, Tamaz) lo spirito della casa e della pecka a cui si chiede ringraziamento. Se l'incontro di lingue fallisce, non importa, bisogna evitare discussioni poichè la vita dei giovani ha più valore per lavorare nei campi, quindi non va spesa in lotte di sangue. Se le premesse sono molto ostili, allora per necessità, la nuova Mir cambiarrà la zona. Come prima cosa da fare quando si divide la nuova terra, il Ciur sceglierà il luogo con una cerimonia di consacrazione: marcherà i confini e porrà agli angoli delle sacre pietre. Poi dividerà il campo in strisce parallele (64 strips), assegnate a ogni famiglia senza una rigida divisione circa il tipo di coltivo da fare. Dopo pochi anni la terra sarà esausta, così sarà permesso il maggese, ovvero la crescita spontanea delle erbe sul campo abbandonato al fine di permettere una naturale riforestazione per più anni; un nuovo pezzo di terra sarà usato (a rotazione), accanto al terreno messo a riposo. Quando non esiste più spazio conveniente presso il villaggio, si indice una Duma e si decide una nuova migrazione verso nuove terre fertili. La striscia di terra (spiazzo), liberata dalle malerbe (weeds), può essere lavorata e preparata per la prima semina; la stagione non è lunga e non possiamo aspettare. Nei prossimi mesi, poco a poco, faranno un falò con i tronchi essiccati (slush & burn) dal taglio degli alberi e vegetazion attorno. Le ceneri saranno mischiate al suolo e all'acqua (potassium fertile), l'anno successivo si farà la semina e l'innaffio, se possibile, poi si attenderà il raccolto. Si usa lo stesso strip di terra per un anno o due, poi si lascia rigenerare (par), mentre si semina un altro strip di terra vicino o ancora intatto, messo a riposo anni prima. Per quando inizia la dura stagione invernale, sarà serbato cibo nella stanza più fredda della Izbà, mentre attorno al camino-stufa (pec'ka) si riuniranno assieme persone e animali. Dopo il raccolto, gli Slavi cucinano e mangiano i semi (Krupa) in forma di porridge (Kascia) o pane (zhito): Kascia con erbe e altri ingredienti, diventa edibile. I contadini russi (smierd) sanno che, a causa dei diversi cereali usati, il pane è diverso in ogni Mir dove è fatto, sebbene è preparato con lo stesso amore ed è sempre buono! La crosta dorata preserva il pane per più giorni. I chicchi di grano/orzo appena tostati sulla piastra della pec'ka, permettono alla crusca di rompersi, così si può rimuovere più facilmente lasciando i chicchi nudi che, lasciati in ammollo in acqua tiepida per una notte, son poi mischiati a lievito e modellati in forme tonde; un altro metodo per rompere la pula/crusca (husk), è quello di lasciar germinare i grani appena umidi come si fà con la soia. Tra gli Slavi, la cottura rituale dei cibi richiede che il fuoco sia tenuto puro da insane influenze mentre brucia nel camino (pec'ka), esso e sorvegliato dalle donne. La pec'ka è il tempio femminile, la Cucina; Svarog è il dio del Fuoco e Svarozhic (calore, heat) è suo figlio. La donna con le sue arti sensuali s'innamora dell'uomo e prova ad attirare Svarozhic; lei lo chiama Grandpa piccolo fuoco (il nonno fuoco Tatevarì degli Huicholes messicani). La notte lei lo mette a dormire nella pec'ka, coprendolo con cenere, così che nessuno lo disturbi, poi lo riattizza al mattino con nuova legna di alberi graditi a Svarozhic. La donna subisce le azioni purificatorie del fuoco, ovvero, diviene capace di mutare ogni cosa indigeribile in cibo edibile e bevande bevibili. Prima di mangiare, attraverso la benedizione del cibo, ci si guarda da eventuali forze ostili segretamente mixate al cibo, poi si può mangiare. Finito il pranzo, quelli che hanno finito ringraziano le forze benevolenti che hanno preservato e protetto da ogni danno intenzionale o inconscio, che la cottura può aver prodotto. La malattia peggiore per gli smierd è la fame; mangiare è la prima necessità e la Cucina è la prima azienda di cose eduli. La donna, cucinando può completare l'uomo selvaggio in un mutuo scambio di benefici, mentre il fuoco, è lo sponsor di una comunità di villaggio che accresce e trasforma i raccolti.


PALUDI PONTINE, zona di malaria, terra della morte come la Maremma, paradiso degli uccelli, luogo della poesia e della natura primitiva, e regno dei bufali, tratto costiero del lazio meridionale (circa 60 km) nel quale la presenza umana è scarsa o inesistente; tale tratto, unendosi alle paludi della foce del Tevere su fino alla bassa maremma, rende la costa centrale della penisola italica bagnata dal Tirreno un continum di paludi e acquitrini da sempre sentito come confine del mondo dei vivi.. Una escursione di due o tre giorni nella pianura pontina è compensata da attrattive varie e inconsuete che in parte scompariranno quando la regione sarà trasformata dai lavori di bonifica agraria, idraulica e sanitaria, la contemplazione di un paesaggio tipico si porta dentro l'animo del visitatore e lo riporta alla radice del mondo: Cielo azzurro intenso tra i rami dei cerri del bosco folto, tramonti incantevoli con riflessi di porpora sulle rive dei laghi e sfondi luminosi di mare del Circeo.. fra monti Lepini e mare sta la pianura pontina, dominata dalla febbre malarica (ferrovia da Velletri a Terracina corre al margine est della pianura), in vista delle vecchie città volsche appollaiate sui Lepini. La pianura è cinta da selve di cerri e farnie, macchia mediterranea bassa, intricatissima, e distese fitte di rosella (cistus salvifolia), arbusto dai grandi fiori gialli che a tarda primavera colora di oro. In mezzo al bosco e alla macchia stanno le lestre, radure isolate percorse da greggi di bovini e ovini, cosparse di capanne indigene dove trascorrono i mesi invernali gli abitanti della zona. La parte più depressa dell'Agro pontino opsita la palude vera (da Tor Tre Ponti a Terracina), coperta di acque ristagnanti come una laguna o stagno, e sempre ri-sanata con consumo di tante energie umane e animali. Fra questa e il mare l'uomo dei Volsci coltivava e poneva villaggi, tra cui Suessa Pometia, che dette nome a tutta la pianura. La laguna pontina aveva notevole profondità, cosi il deflusso delle acque avveniva naturalmente e tutta la contrada era immune da malaria. Poi, la costruzione della Via Appia, un rettifilo di 33 chilometri che traversa la palude, restò senza opere di bonifica e lo stagno rimase, una regione desolata, fomita di malaria, invasa dalla macchia, sostituitasi ai campi ciclicamente abbandonati poichè sommersi e cancellati. I pontefici colonizzatori fecero tentativi di bonifica: Giuliano De Medici, fratello di Leone X, la parte bassa, poi Sisto V raccoglie le acque delle sorgenti di Ninfa e di tutti i torrenti della parte alta, infine a fine '700 Pio VI incarica Gaetano Rappini di prosciugare la palude con un canale parallelo alla Via Appia, rettilineo oltre 20 chilometri, ma la linea Pia si rivela incapace a smaltire tutte l'acque, così si escogita lo scavo di molti canali laterali. Nel periodo del dominio francese si ristudiò l'intero problema e si eseguì qualche opera urgente; dopo la restaurazione il governo pontificio trascurò anche la manutenzione di opere già eseguite: i canali si ostruiscono per la vegetazione che vi attecchisce con rapidità, e una piena disastrosa annulla il frutto di lunghe fatiche. L'opera del governo italiano, succeduto a quello pontificio, ha proceduto lento e continuo nella bonifica sanitaria, pur velocizzata dall'opera dei privati; se i Caetani, eredi dei vastissimi feudi pontini di Sermoneta, avviarono le acque di lago alla pescicoltura, i boschi pontini, nella penuria di legname della seconda guerra, furono tagliati dei magnifici tronchi che, inutilizzati per difficoltà di trasporto, giacciono a centinaia come inutile scempio tra Sermoneta e Fogliano. La regione pontina, inondata nei mesi invernali e senza l'aratro portator di vita, rimase pressochè spopolata: Cisterna e La Conca gli ultimi centri abitati, alla cinta dei Lepini sta Ninfa medievale con le sue chiese diroccate invase da vegetazione rampicante rigogliosa, con strade mute e ponticelli sui fiumicelli; la malaria scoraggiò gli abitanti da sempre e i tentativi più volte fatti dai Caetani per ripopolarla sempre falliti, pure il richiamo di un nucleo stabile di gente o la piccola centrale elettrica che fornisce luce ai paesi vicini: di qua fino a Terracina e al Circeo, due o tre casali sul mare (Torre Astura, Fogliano, Paola). Tra l'Appia e il mare zero casolari, sebbene la pianura ospita 8 mesi l'anno una popolazione di due/tremila persone dei Lepini e Ciociaria, contadini e pastori che vivono in capanne native a forma di cono, disperse a piccoli gruppi nelle lestre (radure della macchia riservate al pascolo di ovini e bovini): grandi buoi bianchi dalle corne lunate, cavalli dalla lunga criniera scapigliata, greggi di pecore uniti a ripararsi dal sole o riposanti sotto gli olmi, branchi di bufali neri dalle corne ritorte, meditano sulle rive dei canali o dentro l'acqua immersi a rinfrescarsi: come in Cina, i bufali pontini si adoperano per liberare i canali dalla vegetazione che li ostruisce, spingendoli avanti in piccoli gruppi serrati, talora si lasciano aggiogate per trainare qualche carro pesante. In estate nella terra pontina, quando pastori e greggi hanno ripresa la via dei monti, le lestre restano deserte, capanne vuote o disfatte, canali poveri d'acqua e silenziosi, la vita sembra attenuarsi fino ad arrestarsi; il viandante, sotto il sole cocente e la malaria, può camminare ore e ore senza incontrare un essere umano, un remoto spazio senza tempo.

Nelle terre dei Volsci, plaghe fitte di scopeti (grovigli di macchia bassa e fitta di erica e mortella) furono smacchiate con poderosi aratri a coltello roteanti che sconvolsero il suolo fin mezzo metro di profondità, dissodando, sradicando arbusti, rovesciando radici, al fine di convertirlo in campi seminativi; e la terra, non arata da secoli, offre una prodigiosa fertilità moltiplicata dal lungo riposo: il terreno che era un intrico di rovi inaccessibili, brilla ora di orzo e grano come i più ricchi terreni emiliani. In altre plaghe vicine si migliora il pascolo razionale e sorgono migliaia di pioppi in lunghissimi filari, fra la palude vera e il mare, dove i sistemi di canalizzazione scolano della parte bassa, sebbene manchi un permanente deflusso per le acque superiori del Teppia. Presso il mare, fra Terracina e Circeo, la Colonia Elena (fattoria con sedici fabbricati, una chiesetta e una scuola), fondata anni or sono da una azienda napoletana, coltiva intensivamente ortaggi, su un suolo mollemente ondulato, qua e là incavato da piscine e fino a poco tempo prima occupato dalla macchia vergine di rosella alta due metri: oggi, dopo la cioccatura (estirpamento dei tronchi e radici più robuste), le motoaratrici dissodano ed arano a permettere la semina. Anche qui la naturale fertilità del suolo opera il miracolo di campi superbi di frumento, piantagioni rigogliose di pomodori e carciofi. Il Direttore dell'azienda richiama i coloni intorno al nuovo centro agricolo e, facilitandone le condizioni di vita, fa di tutto per innamorarli alla terra anche nei mesi estivi più tristi, quando gran parte della gente migra dalla pianura ai monti nativi. Affezionati alla regione pontina sono i montanari dei Lepini e Ciociaria, così alcuni finiscono col tempo per stabilirsi nei centri prossimi (come i Volsci di Terelle radicati poi a Terracina), altri ritornano ogni anno, di generazione in generazione, nonostante il lavoro rude, i disagi di una vita nomade, e la Malaria, lo spettro pauroso che pare opporsi a qualsiasi impresa: a che serve tentare la bonifica agraria e idraulica, se non si riesce a trionfare sulla malaria? La malaria fa oggi meno paura che in passato: aumentata resistenza al flagello, mezzi preventivi e curativi ne hanno attenuato la violenza, così come recita un antico proverbio dei Volsci: «la malaria si caccia via lavorando il suolo e percorrendolo coi piedi. Oggi combattono la malaria con l'applicazione dei raggi X in tenui quantità, sistema inventato dal dottor Antonino Pais, che da una stazione radioterapica a Terracina, cura i casi ribelli ad ogni altra cura, malati da ogni parte dell'agro sottoposti gratuitamente al programma sperimentale di lotta antimalarica. 


Taras parla dei sintomi della Malaria (Plasmodium bacteria spp), che colpiva molte famiglie della maremma, incluso Raseno: "borse rigonfie sotto gl occhi indicano difficoltà dei reni, rigonfiamento sul terzo occhio indica fegato malato; se le borse son sotto le narici, allora i polmoni son malati. Borsa sulla punta del naso rivela disturbi al cuore; un naso rosso rivela difficoltà di moto o circolazione; esercizi di ibernazione delle funzioni primarie risparmiano energia metabolica. Raseno sotto attacchi di malaria, presenta un corpo vulnerabile: dolori ai legamenti e ai muscoli, pensieri veloci e deliranti.. Taras osserva forma e colore della lingua: color bianco-grigio rivela costipazione; lingua secca con punta rossa spesso rivela il tifo nei bambini. lingua a fragola invece si ha con febbre di scarlattina; lingua rossa brillante indica carenza di vitamina B; glossiti con swollen buds rivelano lunga esposizione agli antibiotici chimici. La febbre malarica è una risposta del corpo a milioni di invasori entrati nei cellule dei globuli rossi prodotte dal fegato.. qui gli invasori si moltiplicano, Plasmodium bacteria agiscono come un esercito coordinato, ogni due/tre giorni. L'infezione da Malaria ha cicli di febbre acuta seguiti da periodi di calma. Nei climi tropicali la riposta immunitaria aiuta a ridurre al malaria, attraverso la codifica di geni difettosi che recano un tipo di anemia detta appunto falciparum; in quei luoghi endemici, essa aiuta il corpo a resistere all'infezione di malaria. Virus e batteri di malattie infettive del mondo (Malaria, Lebbra, Peste, Dengue, etc.) hanno differenti strategie, studiate oggi dagli Immunologisti, sebbene molte restino ancora senza vaccino. 


La famiglia di Raseno proviene dalla MAREMMA laziale: in mezzo a una cerchia montuosa, su colline decrescenti, si svolge la regione della Maremma, fatta da vaste depressioni impaludate e sommerse dal mar Tirreno. Le acque di fiumi e torrenti che non trovano sfogo in mare allagano le basse campagne e danno origine ad immense paludi malariche. In Maremma, l'acqua di palude è un bene ambiguo, è Malaria e Raccolto.. se qualcuno sta morendo a causa della febbre di malaria, chiama a sè i compagni e lascia le ultime disposizioni riguardo ai suoi familiari.. così l'anno successivo, nella stessa Maremma paludosa, scenderà un orfano ora adulto che, usando una falce per mietere il cereale del padrone, penserà in lacrime che, forse, questo raccolto crebbe sulle ossa del suo defunto padre mai sepolto.. Taras parla qui del dolore della morte: Natura e cultura rinnovano a mezzo di acqua, fuoco e del rito agrario del solco.. ciò che si raccoglie è del popolo, ma viene dalla spirito della divinità che vi risiede (Pan), a cui il rituale rende omaggio, con danze e sudore, purga e catarsi, così che lo spirito di Pan possa rigerminare nel seme deposto nel solco-grembo di Thera.. Per i nativi Irlandesi il mondo dei morti e il regno delle fate (Faery), contiguo a quello dei vivi e, in particolari giorni come l'ultima notte di Ottobre (Halloween), questi invadono il mondo dei vivi oltrepassando speciali porte come banchi di nebbia o circoli megalitici. Questo scambio fatato e notturno fra umani e Piccolo Popolo, al chiarore della Regina Luna, né buono né cattivo, dipende dagli stati d'animo di chi partecipa all’incontro; qui la luna è ponte tra gli umani e i folletti che, nel cerchio fatato, possono recare doni.. L'Acqua è Ap, sostanza vivente delle montagne, Appennini, Ande, Alpi, etc; è Apas, forza vitale cristallina, è acqua di oracolo (eschatòs) e acqua di memoria, acqua del passaggio, come ci ricordano le leggende sui fiumi Acheronte, Lete, Gange, Nilus, Congo, Rio Amazonas e altri mitici fiumi del mondo: il Fiume Tevere ad esempio, trasporta i corpi degli antenati (ab'origens), eremiti, semplici, etc, porta tutti al mare (dei morti) seguendo moti invisibili. L’esperienza dell’emigrazione/iniziazione è segnata dalla paura dell'ignoto, ovvero, dal timore di non poter realizzare un ponte di pianto e conforto che addomestichi la morte. La morte/dipartita del congiunto, potrà essere superata solo dopo l'esecuzione dei riti che creano un ponte che colleghi i morti ai viventi colpiti dal lutto/perdita.. Ma la palude, giacchè ecosistema di confine, è anche risorsa per piante medicinali che vi crescono selvagge e copiose: la Bielorussia è conosciuta per la sua ampia collezione di erbe e tisane medicinali, sebbene offra alla sua scarsa popolazione una vità ardua non facile..

 

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Popolazioni Italiche

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bosco sacro di Bomarzo (central Italy)Se un bosco originario è Lucus in latino, vergine foresta, natura inconscia di tutte le creature, selva pien di vita assieme con pericoli, per l'essere superbo. Lucus casa di antenati, è domus Dei Natura, accogliente e ostile, oppure indifferente secondo atteggiamento, di ospite presente fuor dentro le creature, tributo ricorrente se il tempo del sogno, torna a contattarci indica un sentiero, per vita sostenibile, orme di antenati, son storie e leggende aneddoti e canti, tracciati pur su alberi esperienze di sempre..

Nella terra dei MESSAPI, riti antichi su scogliere, antri e grotte, richiamano i riti di passaggio, giovani adolescenti iniziati alla vita degli adulti, portati a conoscenza dei misteri dell'aldilà (antenati) e dell'aldiquà (vita sociale della comunità), tutti ritratti su pareti e sulla volta, affreschi di caccia al cervo, danza estatica con mandrie, impronte di mani e stelle dipinte con ossido di ferro, con guano di pipistrello e succhi vegetali.. impronte identiche a quelle di aborigeni e boscimani, che soffiano i colori dalla bocca sulla propria mano poggiata sulla roccia, a lasciarne un impronta per i posteri e gli antenati. Ovunque l’artista si proietta sulla roccia o sulle cortecce scolpite degli alberi, per avere, cibo, acqua riparo, salute, prosperità, contatto, vita..

Giocano i bambini a lavorare la terra, accudire gli animali osservar ecosistema, naturale e culturale, dolmen e menhir, altari degli animisti mutarono in recinti, sacelli e templi misti in città di mercanti, raccolta di primizie cereali e legumi, frutti latte e vini divennero poi danari, lasciti e ori che arricchivano banchieri-sacerdoti, il sancta santorum, divenne banca e sala di oracolo di borsa, per empori lungo i mondi.


VIVERE LA CAPANNA

La popolazione italiana che risiedeva in campagna, fino al '55 abitava stabilmente nelle capanne, migliaia di donne uomini e bambini vivevano in capanne di paglia sparse in mezzo alla campagna, identiche a quelle usate dalle popolazioni dell'Africa: vari tipi di capanne dell'agro Pontino, capanne dei butteri di Maremma, casoni della laguna Veneta, pagliai della Campania, Sardegna, Puglia, etc, mentre nelle regioni alpine e in Abruzzo e Molise, a causa delle rigide temperature occorrevano ripari in pietra. Come ii popoli indigeni di tutto il globo, i lestraioli venivano denigrati (ignoranza, arretratezza e inciviltà) da noti intellettuali e scrittori, i quali, ignoranti della storia, usi e costumi delle popolazioni locali, scrivevano con sdegno del rifiuto del chinino che l'infermiere incaricato dal governo distribuiva agli abitanti della palude notoriamente malarici: lavorando in palude si prendeva il chinino tutto l'anno e per tutta la vita, così i medici locali consigliavano ogni tanto di interromperne la cura per evitare l'assuefazione, così i lestraioli sezzesi ad esempio, alcuni mesi dell'anno si astenevano dal chinino, sebbene, per evitare noie con le autorità nazionali, lo ritirava regolarmente presso l'ambulatorio medico ogni quindici giorni (a Sezze si acquistava nei negozi statali di Sali e Tabacchi).

Arnaldo Cervesato scrive: le capanne che abitano i guitti sono simili alle capanne degli abitanti del Congo, e della Valle dell'Omo in Abissinia, ne hanno due varietà: di forma conica e di forma allungata, entrambe coesistono nell'agro pontino immutate da millenni, fatte di paglia, di canne di mais, strame e piante secche. Le capanne coniche contengono cinque o sei famiglie, e dormono sulle rapazzóle, giacigli di vimini e fieno con un fascio di paglia per cuscino. Nel cratere scavato in terra nel mezzo della capanna cuoce la pizza di mais che, con l'acqua cotta, è l'alimento base dei guitti, i quali vi intingono a fette il pane integrale. Nelle léstre accanto alle capanne abitate veniva quasi sempre costruito un rudimentale forno in muratura di modeste dimensioni, capaci di contenere quindici pagnotte di pane. Mario De Mandato scrive: i macchiaroli si nutrivano di pane di farina di grano e farina rossa di mais per le pizze. Le pagnotte, una volta cotte, venivano riposte nella madia di legno (arca) e consumate nell'arco di dieci giorni circa, a seconda del numero dei componenti della famiglia. I legumi (fagioli, ceci, cicerchie, fave) erano mangiati ogni giorno e cucinati in molti modi diversi. Quasi sempre al tramonto gli uomini si recavano nei vicini stagni e pescavano in poco tempo il quantitativo di rane necessario per la cena o il pranzo del giorno dopo, 30-40 rane. Queste, spellate e pulite delle parti non commestibili, venivano lasciate in una pentola di acqua pulita per il dissanguamento. Spesso il pasto serale era costituito da una zuppa composta da fettine sottili di pane raffermo su cui si versava brodo di rane con pomodori, e magari dentro una o due uova. Quando il tutto si era inzuppato, si mangiava. La dieta dei macchiaroli era incrementata anche da lumache, che si consumavano cotte con sugo di pomodoro e per condire la polenta.

La pesca delle rane, per chi ne era capace, era semplice e veloce, in pochi minuti se ne potevano pescare molte. Il ranocchiaro dilettante e occasionale reggeva con la mano destra una sottile asta, lunga al massimo 2 metri, alla cui estremità era legato uno spago lungo quanto l’asta. All’altra estremità dello spago si legava una lumaca sgusciata. Il pescatore con tale lenza batteva dolcemente sull'acqua per attirare l’attenzione delle rane. Una di queste, affamata, ingoiava la lumaca legata con lo spago. Il pescatore con tempismo ritirava la lenza e con la mano sinistra prendeva la rana ancora attaccata alla lumaca. Comprimeva lo stomaco della rana per evitare che la lumaca venisse mangiata e poter poi continuare a pescare. Un ranocchiaro bravo nel pescare cento e più rane al massimo perdeva due lumache. Poiché le rane erano voraci e se ne trovavano in quantità straordinaria, anche i bambini erano in grado di rimediare la cena. Leccornia erano le ANGUILLE, pescate però solo dai più abili in alcuni periodi dell'anno; pur essendo la palude il paradiso degli uccelli, solo i cacciatori potevano procurarsi molta selvaggina, in quanto i lestraioli mai disponevano di un fucile per caccia, inoltre presso la capanna allevavano uccelli da cortile: galline, tacchini, papere, oltre a maiali e greggi di pecore che fornivano latte e formaggi. A volte un bufalo o una mucca moriva per incidente, allora si aveva molta carne da consumare.

 

GINESTRA odorosa (Spartium Junceum) è spartium

pianta diffusa che cresce, in caldo e siccità estrema

ma resiste anche al freddo, anche in terreni sterili,

capace di arricchirli, di sostanze nutrienti e azoto,

riduce il dilavamento, e ogni rischio delle frane.

Per semina in terra, ripulire da erbe infestanti,

seminare al momento giusto, a inizio primavera,

su terreni aridi pianta i semi, senza lavorar suolo,

idratali solo a fine estate, durante germinazione,

lei supera quiescenza, con alternanza caldo freddo,

in primavera crescono veloci, specie in pieno sole,

e dopo pochi mesi, avranno molte ramificazioni

saran alte 50cm, ma temono infestanti e lumache

 

Léstra è in origine ogni radura nella boscaglia e spiazzo disboscato col debbio, in seguito divenne ogni appezzamento cintato che ospita uomini e bestiame, ogni raggruppamento di capanne, ogni villaggio: vi sono lestre di una o poche capanne sperdute nella palude, e altre con più di cento abitanti, lestra della Cocuzza, Molella, del Montanaro. Roberto Almagià scrive: lestra indica ciò che si trova all'esterno, in origine designava la radura fuori del bosco, poi nei dialetti latio-abruzzesi divenne anche la capanna. Nelle Paludi Pontine vivevano poche migliaia di persone sparse in piccoli gruppi, praticavano allevamento di ovini, bovini e suini. Durante i caldi mesi dell'estate gli abitanti diminuivano, lasciando le loro capanne per tornar ai paesi di origine. Con l'arrivo dell'autunno rientravano in palude, un semi nomadismo di 9-10 mesi in palude e 2-3 mesi in montagna. La bonifica idraulica e agro-industriale delle Paludi Pontine cancellò usanze e abitudini dei pochi abitanti indigeni (Volsci), favorendo l'immigrazione di popolazioni settentrionali: Romagnoli, Emiliani, Veneti, Friulani, ecc. Il governo fascista impegnò ingegneri idraulici, agronomi, medici, intellettuali, archeologi e antropologi come Mario De Mandato. Nelle léstre e nelle zone più alte delle paludi, vivevano in semplici capanne pastori, legnaioli, carbonai, allevatori di bestiame, che usavano agricoltura di sussistenza su piccole aree; quasi tutta questa popolazione era malarica: Felice, per lavoro costretto a risiedere nella Mezzaluna delle Paludi Pontine, fu colpito dalla malaria una prima volta nel '20 e una seconda volta nell'estate del '44, dopo che i terreni già bonificati furono nuovamente allagati dalle truppe tedesche in ritirata.. ancora bambino, prima di dormire, suo padre gli cospargeva volto e mani con una poltiglia di aglio e tabacco toscano per per tenere a bada le zanzare. Coloro che dormivano in palude nel periodo estivo usavano la lógge, tipica palafitta delle Paludi Pontine, che aveva sia funzione di controllo della piantagione, sia luogo di riposo a tre metri di altezza, lontano dall'umidità del terreno e dalla massa di zanzare che stazionano a un metro di altezza. Questi piccoli ripari estivi su palafitte sono quattro pali verticali che sorreggono, a tre-cinque metri dal suolo, una piattaforma pure di pali, e più in alto un tetto piatto di frasche e paglia; le pareti mancano completamente. Una scala a pioli dà accesso alla piattaforma. Queste costruzioni sono usate dai contadini come ripari momentanei e per la caccia: l'aria malsana, secondo le credenze popolari, non arriverebbe a quell'altezza. Nel '38 la bonifica pontina è compiuta, le nuove città fondate, Littoria è capoluogo di provincia; nel comune di Sezze la delibera n.89 stanzia fondi per tagliare molte frasche con cui nascondere alla vista di Adolf Hitler le migliaia di capanne poste lungo la visuale del tratto di ferrovia Roma-Napoli, nel territorio di Sezze, capanne che, data la grande disoccupazione locale, saranno abitate fino agli anni '80, secondo lo stile di un agricoltura di sussistenza. Alessandro Di Trapano, famoso sindaco-contadino di Sezze scrive: da bambino, quando mio padre mi conduceva a vivere in campagna per sorvegliare frutteto e vigneto, ci restavo circa due mesi e dormivo, come tutti, nella capanna costruita nel nostro fondo. La vita allora non appariva così dura, poichè tutti si viveva allo stesso modo. La capanna era un luogo confortevole rispetto alla calura che si respirava in aperta campagna. L'acqua nell'orcio si conservava fresca e per esigenze fisiologiche si usava il canneto, vigneto, uliveto e fratte. Per detergere il corpo si andava alle vicine sorgenti di acqua sulfurea, di cui è ricca la zona pontina. Vivere all'aria aperta non era così male.. oggi ho fatto tagliare tre alberi e la forestale mi ha denunciato, è stata tagliata l'intera Selva Marittima (Macchia Caserta presso sanFelice) e ci hanno detto che fu opera grandiosa! la Palude Pontina era frequentata e abitata in gran parte da pastori dei Lepini (Sezzesi, Bassianesi, Sermoneti, Normesi, Privernati, Maenzani, Roccheggiani, Terracinesi e Sanfeliciani) e della Ciociaria Frusinate (Filettino, Trevi, Veroli, Carpineto, Segni, Guarcino, Gorga, Alatri, Boville Ernica, già Bauco). I pastori, nell'insediarsi nelle zone disboscate non invase d'acqua, costruivano le capanne dei loro luoghi di origine, per viverci, così il tipo di capanne esistenti nella palude era diversa da léstra a léstra, ma anche nello stesso luogo dove confluivano macchiaroli di paesi diversi. I pastori provenienti dalle zone più fredde della Ciociaria Frusinate costruivano capanne a cono, alte e piccole all'interno, mentre i pastori dei paesi collinari, dove il clima è più temperato e caldo, costruivano capanne spaziose, rettangolari a tronco di cono. Racconta un vecchio pastore di Sezze che già da lunga distanza, vedendo il profilo delle capanne, sapeva individuare da chi erano abitate. Se la capanna era a punta, sicuramente era dei baucani (abitanti di Bauco, per estensione tutti i nomadi dalla Ciociaria Frusinate), quindi era inutile andare a chiedere una bevuta d'acqua, l'avrebbero negata.. se le capanne erano circolari o ellittiche erano dei montanari (in montagna è necessario costruire capanne circolari a punta e con pareti molto spioventi per evitare che il forte vento le porti via, sono rinforzate esternamente in almeno tre punti con lunghi tralci di vitalba e rovo, a tener stretto l'intero cono in basso, al centro e vicino al vertice), se rettangolari erano dei bovari (per estensione abitanti di bassa collina e pianura), con falde poco spioventi e spaziose all'interno, in quanto le condizioni climatiche sono più miti, non nevica e non ci sono forti folate di vento. La capanna rettangolare ospitava soprattutto il bestiame (più spaziose), usate a volte come fienile e naturalmente dall'uomo. Dunque la forma delle capanne in palude è il risultato del sapere delle popolazioni che le costruivano: i visitatori occasionali della palude spesso non distinguono le differenze tra capanna, scafurno, scintì e baracca di legno. Prima di costruire la capanna era necessario individuare un'area pianeggiante asciutta e, se possibile, riparata dai forti venti. Individuata l’area (sédio) si ripuliva il terreno da erbacce e radici degli alberi, poi si faceva un tracciato circolare con diametro di circa tre metri e mezzo o più. Seguendo la circonferenza, a distanza di un metro dall'altro, si conficcavano al suolo robusti pali (diametro 15 cm) alzati per circa 120 cm, tutti alla stessa altezza. Poi tali pali venivano collegati tra loro mediante pali più sottili posti orizzontalmente. Poi si procedeva con pali di legno di castagno del diametro di 10 cm e lunghi quattro metri, a preparare l'armatura verticale del tetto della capanna. Successivamente su questi pali si inserivano, orizzontalmente, lunghe e sottili pertiche di castagno (filarini o riconserne) ancora verdi, per ottenere una buona flessibilità nel seguire l'andamento circolare dell'armatura della capanna (il pittore Duilio Cambellotti illustra bene). Terminata l'armatura, si riempiono gli spazi vuoti tra gli elementi portanti della capanna. Le pareti alte un metro e dieci dal suolo venivano realizzate con steli di mais o mazzetti di canne palustri: questi si pressano tra due pertiche che corrono tra loro orizzontalmente, in modo da formare una spessa parete impermeabile ad acqua e vento. Le falde della capanna erano ricoperte con corposi mazzetti di STRAMMA (Ampelodesma tenax), detti oranghe, disposti gli uni sugli altri in modo compatto, così che l'acqua piovana scivolasse velocemente sulla stramma e non penetrasse all'interno della capanna (anche piogge molto violente non recavano danni a tale copertura). La parte più delicata della copertura della capanna è quella alta, dove confluiscono tutti i pali dell'armatura (culimarecci), occorre una particolare abilità nel disporre con tecnica ed esperienza le oranghe. A coprire le capanne, se mancavano sia la stramma che le cannucce si usavano le code di ginestra (scopaiola o dei carbonai) seguendo la medesima tecnica, cioè piccoli fasci di canne sottili messi gli uni sugli altri seguendo la tecnica delle oranghe di stramma; oppure si usavano steli del grano Romanella che, oltre a spighe robuste, dava steli molto alti. Durante la mietitura si tagliavano le spighe in alto lasciando intatto il lungo stelo, poi con le mani si tiravano dal terreno gli steli con tutte le radici. Si facevano mazzetti che venivano usati per la copertura della capanna; le radici apparivano esternamente, mentre gli steli erano appoggiati internamente all’armatura. Questo tipo di copertura era chiamato a pelliccione, durava molti anni ed era molto resistente. A volte nelle capanne coperte a pelliccione, nel soffitto, a tre quarti di altezza, veniva fatta una piccola apertura per consentire l'uscita del fumo. La capanna coperta interamente con radici di grano è molto bella e uniforme. La porta per accedere alla capanna era larga un metro e poco alta, per contenere l'aria fredda dall'esterno. Per chiudere la porta si usava una piccola stanga, il chiavistello (calascenno) azionato tirando uno spago dall'esterno e a mano all'interno. Quasi sempre nella parte bassa della porta si trovava una piccola apertura per consentire entrata ed uscita del gatto, la gattaiola (bucio la iattarola); e sulla porta era inchiodato un vecchio ferro di cavallo come portafortuna. Il pavimento veniva sistemato mischiando cenere e terra, oppure pula del grano e la terra; il tutto bagnato con acqua e battuto (pestato) coi piedi, calzando pesanti scarponi. A impasto asciugato si formava un lastrico simil cemento, non fangoso e facile da pulire con la scopa. Dentro la capanna, sul lato esposto a mezzogiorno, si costruiva il letto (roazzola) in legno, su cui si poneva un corposo materasso, un ampio sacco riempito di foglie sottili della spiga di granturco. Nel lato nord della capanna si ponevano l'orcio di terracotta (arciola) e, addossata alla parete, la piccola piattaia detta arumaro. Tra una parete e l'altra correvano lunghe canne o pertiche, usate per attaccare i panni. Le suppellettili erano scarse e spartane, quasi sempre una madia di legno (arca) in cui si ammassava il pane e si conservavano le pagnotte, anche per dieci giorni. Le famiglie più fortunate disponevano anche di cassapanca in cui conservare la biancheria. Non mancavano mai il pestasale di pietra, i cucchiai di latta, le forchette di canna, botticelle di legno (copelle) di 5 litri, di acqua e di vino, l'orcio di terracotta per conservare l'acqua, una piccola brocca con beccuccio (calandrella o muttiglio), un coltellaccio, la staratora (piccola lama di ferro per togliere il fango dagli scarponi prima di entrare nella capanna), infine, dalla zucca essiccata (i cóccio) si potevano ricavare numerosi utensili, facilmente rinnovabili, mestoli, imbuti e bicchieri. Nello spazio antistante la capanna, all'aperto, era piantato saldamente a terra un robusto palo con numerosi spuntoni, ai quali si appendevano i secchi e le suppellettili in generale (i puéglio), necessari ai lavori domestici e alla preparazione del formaggio. Inoltre potevano trovar posto robuste aste orizzontali su cui si poggiavano i finimenti del cavallo, mulo, asino e buoi. Al centro della capanna è posto il focolare delimitato da pietre. Dal tetto partivano perpendicolari al focolare due aste dentate che reggevano un paiuolo. Spostandolo sui denti della catena, si avvicinava o si allontanava il paiuolo dalla fiamma del focolare. Il fumo del fuoco costantemente acceso dentro la capanna usciva lentamente dal tetto filtrando attraverso le oranghe di stramma senza la necessità di avere un vero e proprio camino. Entrando nelle capanne abitazione, si restava affascinati nel vedere il nero del catrame che era diffuso in modo uniforme su tutto l'interno, come se una sapiente mano lo avesse dipinto. Il fumo aveva il pregio di allontanare i numerosi insetti e le zanzare (i sfumeggio), ed evitava che le tarme distruggessero l'armatura di legno della capanna (accendere ogni tanto il fuoco interno evita che le tarme distruggano l'armatura di travi di castagno). Le capanne abitate stabilmente riuscivano a stare in piedi anche per cento anni, a condizione che si provvedesse alla necessaria manutenzione. Nella parte alta dell'interno capanna, su un asta orizzontale venivano attaccati ad asciugare: prosciutti, guanciali, lonze e salsicce.

 

La capanna era la casa vera e si lasciava in eredità ai figli. Non era una costruzione effimera stagionale, ma il luogo dove trascorrere la vita; presso la capanna centrale se ne trovavano quasi sempre altre di servizio, meno elaborate: lo scafurno, lo scintì, la baracca. Lo scafurno è capanna rozza, fatta con materiali disponibili nelle vicinanze e senza badare all'aspetto estetico; era usato come riparo per gli animali, deposito di attrezzi agricoli e abitazione temporanea dell'uomo nei mesi estivi secchi. Lo scintì (inglese shanty) è a sezione rettangolare con tavole informi di legno che ricoprono in modo disordinato le quattro pareti. Per la copertura del tetto, ad una falda inclinata, si usano grosse cortecce di albero (schiazze) poste le une sulle altre. Nelle zone di collina e di montagna, dove è abbondante e reperibile la pietra calcarea (o vulcanica in alcune zone), la base della capanna è realizzata con robusti muri a secco, usando scapoli di calcare che si trovano in superficie sul terreno. Tali muri hanno spessore di circa 80-90 cm e altezza di 1 metro abbondante. Le capanne di montagna hanno maggior solidità e all'interno si presentano più pulite e fresche. Gli scapoli di pietra calcarea che si trovano sparsi sul terreno, anche se di corpose dimensioni, non sono mai eccessivamente pesanti, in quanto cotti e alleggeriti dagli agenti atmosferici (neve, acqua, gelate, forti escursioni termiche, caldo, sole) così erano messi in opera con relativa facilità. Il geografo Giuseppe Morandini scrive: si usa pietra per la base e paglia sostenuta da un'armatura di rami per la copertura. Ne risulta un edificio assai diverso come struttura e funzione: la pianta è normalmente circolare e talora sub-ellittica con dimensioni di 4 metri di diametro (per le circolari) e 6 x 4 metri (assi dell'ellisse). Il muro perimetrale a secco di pietre è di spessore notevole (pure 1 metro) e poco elevato (1 metro), interrotto da una stretta apertura che, chiusa al di sopra dal tetto che appoggia sul muro, costituisce l'entrata senza porta. Il pavimento è in terra battuta. Le capanne o pagliare, qualche volta ai muri perimetrali sostituiscono una parete anch'essa di paglia, a volte intonacata con fango. La paglia abbonda nei seminativi ed è accumulata in pagliai all'aperto. Lo stazzo è dato dalla capanna abitata dal pastore- agricoltore, accanto a cui sta il recinto degli ovini, anch'esso in muro a secco (un metro alla base) come basse fortificate. Il recinto può essere staccato o addossato da un lato alla capanna, ed è a forma arcuata così da recingere un'area attigua alla capanna stessa. Oltre a costruire un'unica capanna per tutte le necessità della vita, erano spesso realizzate più capanne finalizzate: la capanna gli fóco, ovvero la capanna adibita a cucina, dove al centro è posto il focolare circolare delimitato da robuste pietre per evitare il disperdersi di cenere e brace. All'interno hanno la piccola madia per custodire il pane, la piattaia fissa (gli arumaro) e la conca per conservare l'acqua con relativo mestolo (concone e soréglio). Capanna-gli-létto è usata solo per dormire, molto curata internamente, è bella ed accogliente. L'interno è rivestito con larghe strisce di canne intrecciate a formare una parete uniforme, da terra alla cima, specie nelle capanne destinate ai giovani sposi. All'interno, con al centro sempre il focolare, si trovavano uno o più letti (roazzole), fatti con assi di legno fissati per terra e tavole di castagno. Sulle tavole veniva posto il pagliericcio. Erano presenti sgabelli di legno (bangozze) e un appoggio dove attaccare i pochi abiti. I letti, per economizzare lo spazio, erano spesso fatti a castello; per le esigenze fisiologiche si usciva dalla capanna e nei casi più fortunati si usava il pitale. Capannéglio o capanna mutatóra è una minuscola capanna, alta circa due metri, a forma di cono, con diametro alla base di 140 cm. Realizzata con lo stesso materiale delle altre (piccoli assi di castagno per lo scheletro, copertura con stramma o code di ginestra, o fasci di saggina o con larghe foglie di felci di breve durata), capannéglio era capanna mobile, cioè destinato ad essere sollevato dal sito e venir spostato (pesava 50-60 chilogrammi senza essere smontato) da due persone o da un asino, legato sul basto: i pastori, nel pascolare le greggi salivano gradualmente in quota, fino alla parte più alta della montagna, portando con loro i capannéglio che, oltre che dai pastori, veniva usato dai carrettieri e dai bovari con le loro famiglie: lo si poneva sui carri trascinati dai buoi, a consentire durante il giorno il riparo da sole e intemperie e durante la notte il riposo, protetti dall'umidità e rugiada: una roulotte antica. Capanna-le-grasce, realizzata secondo gli stessi sistemi costruttivi delle altre capanne, custodiva i poche viveri che la famiglia possedeva: grano, granturco, fagioli, lupini, patate, ceci, fave ed altro; salumi e formaggi erano conservati nella capanna gli fóco. Soltanto il padrone di casa e la moglie potevano accedere alla capanna le grasce, che era sempre ben chiusa e protetta dagli sguardi indiscreti dei vicini. I pastori molto poveri conservavano sotto la loro roazzóla (letto su cui dormivano) il poco grano o granturco che possedevano, oltre alle galline e agli altri preziosi averi. Il pollame era vitale per la vita dei lestraioli tanto da essere protetto con ogni mezzo: la Capannuccia per le galline è costruita con lo stesso materiale delle altre capanne (copertura con piccoli travi di legno e stramma), di forma conica, raggiunge altezza massima di 150 cm e ha diametro interno di 1 metro. La copertura con stramma è rinforzata da robusti vimini. Alla base presenta una minuscola apertura che consente il passaggio di una gallina alla volta. Spesso questa capannuccia è circondata e protetta da un fascio di pungenti rovi. Di giorno le galline stazionano nell'aia, ma la notte venivano rinchiuse nella capannuccia al sicuro dall'attacco di volpi e faine. Le famiglie che possedevano numerose galline avevano necessità di costruire due/tre capannucce, che sui Monti Lepini avevano base fatta da un robusto muro a secco di pietra: la piccola porta, durante la notte, veniva chiusa da una pesante tavola. La capannózza o capannella è una capanna stabile fatta alla bisogna, pure fatta con gli stessi materiali (legno di castagno, stramma, code di ginestra o lupini), veniva costruita negli uliveti e sui terreni distanti dal capanno-abitazione del proprietario, come riparo di fortuna durante la giornata lavorativa, in caso di pioggia o improvvisi temporali. Nelle grandi tenute agricole della pianura era sempre presente i capannóno di grandi dimensioni, a volte fin 150 mq di spazio interno. Celebre è rimasto il capannóno di Aiuti, il più grande di tutta la pianura Pontina: a pianta rettangolare, lungo i lati perimetrali si conficcavano nel suolo a distanza regolare robusti pali di castagno, tutti della stessa altezza nei lati lunghi, progressivamente più alti nei lati brevi per consentire la copertura a due falde spioventi. La copertura richiedeva il supporto di almeno tre altri pali allineati al centro, l'interno si presentava pertanto composto da due navate, molto alte e spaziose, divise dai pali. La copertura a due falde era fatta sempre con la stramma o radici del grano che poggiavano su armatura di assi di castagno. Le quattro pareti laterali della struttura erano fatte con alti steli di granturco (stavi), con code di ginestra o con paglia di lupini. Nel capannone si custodivano il fieno per le bestie, attrezzi agricoli (aratro, erpice, zappe, forche, pale, vanghe, ecc.) e generi alimentari (grano, granturco, fagioli, ed altro), riposti in appositi contenitori dalle pareti realizzate con canne intrecciate in modo che avessero buona aerazione e fossero difesi dall'attacco dei famelici topi; la piccola camera a canne, di forma cilindrica, veniva chiusa con un coperchio fatto con vimini intrecciati.


Olivo albero

Sotto un albero di ulivo, Seba parla di OLIVETO del tempio: "qui, ogni albero di Olivo fu dimorato nel tufo con pala e piccone, senza escavatore, poi venne zappato e ingrassato con sovescio di fava ogni anno, quindi potato a evitar che chiudesse a bosco.. Emilia lo gestisce tutt'ora con l'inerbimento permanente.. per aumentar la sostanza organica e la ritenzione idrica, a prevenir così l'erosione del vivo suolo. Lo sfalcio delle infestanti nell'oliveto-asparagiaia a volte lo fa introducendo avicoli al pascolo, consociazione tra colture e animali, che aumenta biodiversità, stabilità e sostenibilità agro-ambientale, oltre a creare condizioni per produrre alimenti di qualità: nell'oliveto-consociato i polli distruggono qualsiasi vegetazione tranne l'asparago pungente, poi spandono eventuali mucchi di letame o altro materiale organico apportato; il pollame si ciba della criocera degli asparagi e appetisce larve e pupe della mosca dell'olivo (Bactrocera oleae); l'animale va comunque gestito, a lungo andare, finito l'alimento preferito, finisce per danneggiare la coltivazione e/o compattare il terreno; l'oliveto intercetta il 55% della luce entrante, infittendo l'oliveto aumenta la produzione di olive ma scende la percentuale d'olio nei frutti; così il 45% della luce disponibile, inutilizzata, può essere usata dall'asparago che, nell'ombra parziale, trova condizioni ideali di crescita: l'Asparago selvatico è una perenne di lunga vita e, una volta impiantato, chiede solo sfalcio della vegetazione spontanea. Nel passato, l'oliveto era consociato a colture erbacee (fave, ceci, piselli, lupini) e colture arboree (vigna, fruttiferi), poichè il gelo poteva danneggiare l'olivo.. poi venne la meccanizzazione e scomparve la manodopera. Oggi la nuova monocoltura specializzata si sta facendo vecchia, e fatica a mantenersi economica, così si torna all'azienda polifunzionale e policolturale, dove la vendita diretta di più prodotti diviene strategica. Nel piccolo oliveto italico a coltivazione diretta, crescono piante eduli spontanee come Borrago, Ortica e Rucola, Buglossa, Pimpinella e altre erbe da misticanza, condite con limone e olio di oliva; agriturismi locali, oltre al prodotto cucinato, vendono la lezione sulle erbe spontanee (il servizio), così nella mente del consumatore queste sensazioni legano il piatto al ricordo dei luoghi visitati e alle esperienze fatte, rendendolo unico e diverso.. i futuri agricoltori, oltre a produrre dovranno imparare a vendere meglio le verdure spontanee di campagna, benefiche come l'olio extravergine di oliva, utile per le sue proprietà antiossidanti e salutistiche dovute ai composti minori come i polifenoli; nella dieta mediterranea (patrimonio dell'umanità), le verdure spontanee sono un cibo costante delle persone longeve che la ispirarono;

Tra le cultivar dell'OLIVO, innestate su Olivastri, in Sardegna e Italia centrale, troviamo l'olivo Sargono (Sardanu) fà poco olio ma ben resiste al freddo; nella Tuscia vulcanica è diffuso il Canino, Maurino, Olivone di Viterbo, Crognolo, Leccino (dà olio leggero), Frantoio (più pesante e piccante), Moraiolo e Pendolino. Olivo Canino è varietà portata dai Rasna (o Etrussi del Mar Nero): è rustica, adattabile al terreno, di chioma ricca ed elevata produttività. I frutti piccoli, sono resistenti al distacco e maturano tardivamente a scalare. Olivo Leccino (o silvestrone), pur coltivata in tutte le zone olivicole del mondo, è albero vigoroso a portamento assurgente ed aperto, con andamento inclinato dei rami principali e secondari. La chioma è ampia, espansa, con molti rametti penduli, arcuati all'apice; foglie lanceolate e verde grigio; frutti riuniti a gruppi di 2/3 per infiorescenza, di media pezzatura (2-2,5 g), forma ellissoidale, apice arrotondato e base appiattita. Alla raccolta le drupe son nero–viola e si prestano anche al consumo da tavola. Il Leccino tollera le avversità climatiche (freddo, nebbia e venti) e alcune patologie (rogna, occhio di pavone e carie), mentre è sensibile alla fumaggine; è autosterile e si impollina con Pendolino, Maurino, Frantoio e Moraiolo. Matura precoce e in contemporanea, dando molto: resa al frantoio 15-18%, olio di buona qualità, dolce ma senza picchi aromatici. Olivo Piangente (Pendolino o Maurino fiorentino), ha trovato larga diffusione nel centro Italia; ha portamento pendulo e dimensioni modeste; chioma folta e ricca di foglie lanceolate, strette e lunghe, di medie dimensioni e colore verde-grigio scuro. Il frutto è medio-piccolo (1,5 g), nero con superficie pruinosa, forma obovata, asimmetrica e apice arrotondato. Produce molto polline ed è compatibile con molte cultivar da olio e da mensa; tuttavia è sensibile all’occhio di pavone (cicloconio) e alla rogna e ha media resistenza al freddo. La maturazione dei suoi frutti è mediamente precoce e contemporanea: resa media al frantoio 13-18%, olio di gusto delicato e molto gradevole. Olivo Moraiolo (Morello, Morellino) è pianta di media o scarsa vigoria con branche a portamento assurgente tendenti a divaricarsi e rami fruttiferi diritti. La chioma, raccolta, è ricca di foglie a forma ellittico lanceolata, verde grigio e di medie dimensioni. Tollera bene la siccità ma ha media resistenza al freddo, alla carie, occhio di pavone e alla rogna, inoltre è sensibile a ristagni di umidità atmosferica e del suolo. Necessita impollinatori. Frutto medio (1,5 2 g), rotondeggiante, sferoidale, simmetrico: alla raccolta le drupe sono nero violaceo opaco. La maturazione è precoce e contemporanea: resa al frantoio 18-20%, olio fruttato, armonico, amaro e piccante. Il Frantoiano (correggiolo, gentile, infrantoio) è varietà Toscana, diffusa in tutte le zone olivicole del mondo. Albero di media vigoria, ha rami principali molto tortuosi e inclinati e rami fruttiferi sottili, flessibili, penduli. Foglie lanceolate e verde lucente. Frutto ovoidale (2-2,5 g), allungato, dal verde chiaro al nero violaceo, con rade ma visibili lenticelle. Si adatta bene ai vari tipi di terreno ma ha scarsa resistenza al freddo e all’occhio di pavone. Autofertile, si avvantaggia della impollinazione incrociata con Leccino, Maurino e Pendolino. Molto precoce nella messa a frutto (anche in piante in vivaio), matura scalarmente e tardi, produce molto e rende al frantoio fin 18-22%, olio di ottima qualità fine, sapido, fruttato. Olivo Ascolano (od Oliva dolce), dono dei Piceni di Ascoli, coltivata qua e là, pianta mediamente vigorosa, cresce assurgente, chioma densa frutto grande, polpa tenera e bianco latte, destinato alla mensa, resiste a freddo rogna e occhio, poco alla mosca, necessita impollinatori, matura prima e dà molto. In ogni paese oleario, si dà nome locale a ciascuno, così nel Regno di Napoli, nostrale e vallecorsano lungo e sanlorenzano, fonnanello e moschettini, celina di Peucezia, e gaetano Olea cajetana; aurino e licinia, ulivo corto e ulivo di Spagna; resciola urcelluto, gliannata e Oleaster selvaggio. Più è calcareo un suolo, più gli ulivi prosperano mentre sui colli e nelle argille, subiscono scolore; fuor dei litorali, han tronchi rivestiti di Licheni, piantagione fa coi succhioni, alzati da ceppaja detti pure Piantoni, o innesti sardi resistenti.

Olivo albero

( vedi quartine )

Raccolta di Olive: Seba, dopo aver raccolto le olive assieme a Pamela, Emilia, Kinaciau e Raseno, va al frantoio (olive mills) e attende che il processo di molitura e spremitura delle olive termini.. nel frattempo narra miti e storie dell'albero di olivo, che, nella penisola italica, si concentrano sopratutto nel meridione, dove vari popoli (lucani, calabresi, messapi, siculi, sardi, etrusci, arabesci, etc) già coglievano le olive, da olio e da tavola, in epoche di gioia e di sofferenza, come ricorda un documento sulle coglitrici di Calabria. Tali popoli hanno usato le presse per olive da almeno 1000 anni, alcune sopravvivono al Frantoio di Tazlida in Marocco, e seguono 4 fasi di estrazione dell'olio: olive defogliate, lavate (per ottenere una pasta oleosa), frantumate (con nocciolo s'ha più drenaggio in pressatura), gramolazione (mesciate per 20 minuti), pressatura manuale e con torchio (uso telo canapa/juta ad estrarre il mosto olio/acqua), separazione dell'olio (riposo e decantazione naturale, l'olio è più leggero dell'acqua), raccolta con mestolo (fermezza di mano) dell’olio affiorato. Dopo circa un’ora, da 4kg di olive si ottennero 400ml di olio extravergine di oliva. In Abruzzo, le foglie di olivo sono usate contro i foruncoli mentre, l'unzione di olio ferrato rovente è usato contro i morsi di vipere.


Nel trappeto Sebastian parla del villaggio dei suoi antenati calabro-lucani, poi ha un sussulto e intona i versi di Leonardo Sinisgalli, poeta della Val d'Agri (provincia di Potenza) che, sebbene emigrato per lavoro al centro-nord, cantò spesso la Terra dei Lucani, fonte di cibo e identità per i suoi abitanti. Vari canti di Lucania ricordano l'amara nostalgia (saudade) di emigranti in Sudamerica.. Al pellegrino che s'affaccia ai suoi valichi | a chi scende per la strette forre degli Alburni | o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra | al nibbio che vola all'orizzonte con un rettile negli artigli | all'emigrante e al soldato | a chi torna dai santuari o dall'esilio | a chi dorme negli ovili | al pastore, al mezzadro, al mercante | la Lucania apre le sue lande | le sue valli dove i fiumi scorrono lenti | come fiumi di polvere. | Lo spirito del silenzio sta nei luoghi della mia terra | Da Elea a Metaponto | divora l’olio nelle chiese | mette il cappuccio nelle case | fa il monaco nelle grotte | cresce con l’erba dei vecchi paesi franati. | Il sole sbieco sui lauri | il sole buono con le grandi corna | il sole avido di bambini, eccolo per le piazze! | Ha il passo pigro del bue | che sull'erba e le selci lascia grandi chiazze di larve. | Terra di mamme grasse | di padri scuri e lustri come scheletri | piena di galli e di cani | di boschi e di calcare | terra magra dove il grano cresce a stento (carosella, granturco, granofino) e il vino va con menta (dell'Agri) e basilico (del Basento) | dove l'oliva ha il gusto dell'oblio e il sapore del pianto. | In un'aria vulcanica molto carica | gli alberi respirano con palpito inconsueto | querce ingrossano i ceppi col mana del cielo. | Cumuli di macerie dei secoli | e un ragazzo che sporge sugli orli dell'abisso | per coglier nettare tra cespi di zanzare e tarantole. | Io tornerò vivo sotto le tue piogge rosse | tornerò senza colpe a battere il tamburo | a legare il mulo alla porta | a cogliere lumache negli orti | udrò fumare le stoppie, le sterpaie, le fosse | udrò il merlo cantare sotto i letti | udrò la gatta cantare sui sepolcri? Sinisgalli visse l'infanzia in una casa a strapiombo sul fosso di Libritti, una intricata boscaglia sacra, rifugio di briganti e luogo di saudade. Il padre, tornato dal sud-America nel 1922, ritornò agricoltore e vignaiolo fino alla fine, mentre Leonardo fu convinto a continuar gli studi a Caserta, Benevento, Napoli e Roma.. sebbene preferisse andare a bottega dal fabbro, si laureò in ingegneria ma coltivò sempre la poesia e la nostalgia per la sua Terra natale. Seba recita una sua poesia: A mio Padre: L'uomo che torna solo | a tarda sera dalla vigna | scuote le rape nella vasca | sbuca dal viottolo con la paglia macchiata di verderame | L'uomo porta fresco terriccio sulle scarpe | odore di fresca sera nei vestiti | si ferma a una fonte | parla con un ortolano che sradica i finocchi | è un piccolo uomo che io guardo di lontano | è un punto vivo all'orizzonte | forse la sua pupilla si accende questa sera presso il falò | o accanto alla peschiera dove si asciuga la fronte.


La Sierra di Montemurro, verso est scivola in numerose collinette tondeggianti, fra cui la Serra della Monache e la zona più montuosa a nord, chiamata Serra, con le cime del Monte Agresto (1285 m) e l'altopiano di Santo Jaso (1299 m), dove è sorto un parco eolico di 36 aerogeneratori allestito da una società di Bolzano (produzione annua di 60 milioni di KWh); nella Sierra, già Santuario lucano, sorse la chiesa-santuario di Maria santissima di Servigliano, distrutta dalla frana, mentre il castrum Montis Murri, distrutto da ricorrenti terremoti come tutta la regione, risentì delle influenze migratorie paneuropee (franco-normanni, visigoti, vandali, longobardi, ispani, albanesi, bulgari, saraceni, gregoriani, angioini, aragonesi) e relative baronie feudali (sanseverino, montesano, borbone, savoia), che influenzarono lingua e credenze dei pre-esistenti popoli italici, Lucani ed Osci, dediti alla caccia-raccolta nelle selve, alla pesca nella marina e sui fiumi, e alla pastorizia sulle serra. Il villaggio iniziale vide poi il presidio-convento dei domenicani, la chiesa francese di san Rocco, la chiesa di Santa Maria del Soccorso annessa al cimitero e al canapaio e infine il municipio moderno. Montemurro fino al grosso terremoto fu centro per la concia delle pelli ed esportazione di cuoio, tessuti, funi in canapa e vasellame in ceramica, mentre oggi rinasce la coltura dell'ulivo e permacultura su piccola scala: la debole economia locale è trainata dalle numerose aziende boschive, sebbene il paese sia raggiunto dal gas metano. Il 16 dicembre 1857 il paese venne raso al suolo dal terremoto che ebbe epicentro in Montemurro (dai 7500 abitanti si giunse a 3655), evento che tardò di tre anni l'insurrezione lucana (o rivolta antiborbonica) capeggiata dal carbonaro Giacinto Albini, mentre il pastore Antonio Cotugno (Culopizzuto) fu a capo di una banda di briganti montemurresi che aderirono alla protesta antisabauda.. poi arrivò la frana del 1907 e il Terremoto dell'Irpinia del 1980, disastri che provocarono un'altra emigrazione transoceanica, svuotando il paese come tutto il sud Italia. Negli anni sessanta venne costruita una diga idroelettrica a sbarramento delle acque del fiume Agri che, sommergendo parte del territorio di Montemurro, Grumento e Spinoso, diede origine al Lago del Pertusillo, confluito nel Parco nazionale della Val d'Agri e Lagonegrese. Seba, tra i personaggi di Montemurro ricorda i contandini, i pastori mulattieri, i pittori napoletani, Giuseppe Capocasale detto Albionio Tagetano, precettore del re Ferdinando, famoso perchè rifiutò diversi vescovadi, ritenendo di dover operare in povertà la sua missione senza contaminazioni di potere; Maurizio De Rosa, capitano dei veliti a cavallo in Russia con Napoleone; Giacinto Albini, originario di Sarconi, fondò a Montemurro un comitato antiborbonico tra i commercianti montemurresi, per diffondere le idee di Mazzini in tutto il Regno di Napoli (Lucania, Puglia, Calabria, Cilento) e, sebbene condannato tre volte dalle corti borboniche di Napoli, Potenza e Catanzaro, riuscì sempre a evitare la cattura, rimanendo nascosto nella masseria della famiglia Marra, anche durante il terremoto del 57, quando sopravvisse sepolto dalle macerie per oltre 24 ore.. la caccia dei Borboni contro i rivoluzionari lo costrinse a trasferirsi a Corleto Perticara e, dopo dodici anni di cospirazioni, i rivoluzionari lucani insorsero contro i Borbone e annessero la Grande Lucania al Regno di Sardegna, Garibaldi lo nominò prodittatore della provincia di Basilicata con poteri illimitati, poi fu eletto parlamentare del Regno d'Italia; Leonardo Sinisgalli fu ingegnere, pubblicitario, poeta, collaboratore di Pirelli, Finmeccanica, Olivetti, ENI ed Alitalia (fondò la rivista Civiltà delle Macchine), Enrico Fermi lo voleva tra i suoi allievi, ma egli preferì la poesia all'atomica; Maria Padula, pittrice e scrittrice; Pascoal Ranieri Mazzilli, politico brasiliano. Montemurro confina con i comuni della Val d'Agri: Sarconi (7 km), Tramutola (13 km), Viggiano (14 km), Grumento (16 km), Spinoso (17 km) e Marsicovetere (18 km). Sarconi (Sarcùni in lingua lucana) ha valorizzato la sua secolare coltura del fagiolo (20 varietà diverse), celebrato nell'annuale Sagra del Fagiolo di Agosto: la leggenda narra che i villaggi di Moliterno e Sarconi nacquero dalle genti raccolte attorno alla torre longobarda, per poi divenire feudo di altri popoli nord europei (Normanni, Svevi, Angioini), fino agli Aragonesi Sanseverino di Salerno. La stessa linea di dominatori europei e successive baronie, possiede Grumento (780 m slm), paese sorto presso i resti di un antica città gregoriana (grumentum).. dopo la conquista francese, Tommaso di Saponara fu nominato da Giuseppe Bonaparte ministro del Regno di Napoli e, dopo il terremoto del '857 che provocò 2000 vittime, il suo nome si accosto a Grumento (Saponara di Grumento). Il paese di Armento sorge sulla via Galasa (greco Γάλασα), coinvolta nelle saghe della guerra di Troia: ha resti di antiche mura, templi dedicati divinità greche e una necropoli; poi, monaci basiliani si stanziarono in Val d'Agri, e Armèntos (Αρμέντος) divenne gregoriana, bizantina, poi dominio svevo, angioino e spagnolo.. nell'ottocento seguì le vicende dei moti carbonari, l'insurrezione lucana e infine la piaga dell'emigrazione. Corleto Perticara è un altra comunità lucana sorto su un colle, soggetta nei secoli a conquiste e colonizzazioni di vari feudatari, quindi finita nelle saghe e leggende dell'imperatore Barbarossa in rivalsa coi Normanni, a cui succedettero i Suebi, Angioini, Aragonesi e Riario, fino alla fine del sistema feudale. Corneto, suo primo nome, ricorda un sacro Bosco di Noccioli, mentre Perticara richiama le rovine di una colonia gregoriana, un massiccio fortino cinto da un profondo fossato con funzione difensiva contro le incursioni esterne. La roccaforte, che campeggia sul paesaggio circostante, fu distrutta dai bombardamenti statunitensi durante la ritirata tedesca del 1943.. oggi resta solo una cisterna sotterranea e sui ruderi fu costruito il nuovo Municipio: ancor oggi i corletani indicano la grande Piazza del Plebiscito, come la Piazza del Fosso. Negli anni successivi al dominio borbonico, Corleto fu un centro dell'insurrezione lucana contro quella dinastia che, dopo una lunga cospirazione, fu dichiarata decaduta il 16 agosto 1860 in Piazza del Fosso, rinominata quel giorno in Piazza del Plebiscito.. tuttavia, dopo quella data, il brigantaggio postunitario, finanziato dagli oppositori del processo di unificazione dell'Italia, trovò in Corleto irriducibili delusi. Allevamento e agricoltura (vini, latticini, tele, camicie e lenzuola in lino e canapa) si affiancano alla lavorazione della pietra, del legno e del ferro, alla carpenteria, produzione di calce e calcestruzzo, fino al 1989, con la scoperta di un vasto giacimento petrolifero su 30.000 ha di terreno boschivo già sfruttato nella produzione di energia eolica, che fece sfumare l'ipotesi di un Parco Nazionale dell'Appennino Lucano. Tra i corletani è diffusa la consapevolezza che il petrolio è causa diretta del declino demografico, dissipazione delle risorse, elargizioni clientelari di privilegi e favori senza fine: l'estrazione di idrocarburi a pieno regime comportano 50 mila barili di greggio al giorno, gas naturale per 250.000 m³, GPL e zolfo. Viggiano, un altro paese della Val D'Agri, ospita insediamenti preistorici databili al IV millennio, capanne della transumanza e necropoli dell'età del bronzo con tombe ricoperte da cumuli di terra e piccoli tumuli posti a semicerchio intorno ad essa: la capanna, ad est, possiede grandi contenitori interrati usati come depositi di bevande, mentre nella parte occidentale serbava derrate solide. Già da allora, sulle alture che dominano la Val d'Agri si sviluppò una fitta rete di fattorie rurali con associate piccole necropoli, l'attività economica prevalente era lo sfruttamento del territorio con terrazze di vite, olivo e graminacee dove possibile: in località Masseria Nigro, un grande fabbricato in pietra, provvisto di cortile centrale e diversi vani disposti lungo tre suoi lati, fu probabilmente un dormitorio neolitico simile ai puebla dei nativi americani, adibito poi a monastero nelle epoche successive, quando altre due comunità di monaci basiliani, si insediarono sulla vetta di uno sperone roccioso a picco sul torrente Casale (contrada santa Barbara), in fuga da Costantinopoli assediata dai saraceni. La leggenda vuole poi che il borgo passò di mano tra i feudatari normanni, longobardi, svevi e angioini, fino ai sanseverino e alle baronie francesi e spagnole: nel 1806 una rivolta filo-Borboni fu repressa con la fucilazione di 57 civili da parte delle truppe francesi al seguito di Gioacchino Murat.. il paese venne anch'esso distrutto dal terremoto del 1857 e poi ricostruito, poi ricolpito da quello del 1980; dopo l'unità d'Italia esplose il brigantaggio filo-borbone che, con lo spegnersi di ogni speranza, portò i capibanda a cercare l'espatrio, sulla scia dei molti migranti verso le Americhe, Australia e Sudafrica, che dimezzò la popolazione da seimila a tremila.. a fine 800 venne fondata a Viggiano la loggia Massonica della Val d'Agri, che affiliò più persone di quella di Potenza, mentre nel 1889, la nascente Banca Mutua Popolare divenne una delle più prospere della Lucania, ma durò solo due decenni, a causa dell'alto numero di morosi che si erano resi irreperibili con l'emigrazione all'estero. Da metà anni novanta iniziò lo sfruttamento petrolifero del territorio da parte dell'ENI, con la costruzione di 42 pozzi petroliferi e del Centro di prima raffinazione, dando vita alla più grande piattaforma petrolifera dell'Europa continentale: associazioni agricole e ambientaliste criticano royalties ed estrazioni che, secondo le loro denunce, impattano poco sull'occupazione e gravano molto su salute ed ecosistema. Viggiano, oltre che per i giacimenti di petrolio, è nota per l'Arpa italica, strumento musicale in legno di pero selvatico, usato per accompagnare i riti religiosi, i funerali e le feste dei lucani.. l'ultimo suonatore di Arpa di Viggiano, l'anziano Luigi Milano, racconta momenti pieni di emozione, di quando si guadagnava da vivere suonando l'arpa portatile per le contrade e le case lucane, nei periodi natalizi, durante le novene e in altre feste, accompagnato da un violino, voce e zampogne. Già nel 700 molti viggianesi si dedicavano al suono dell'arpa, tanto che il motto era: ho l'arpa al collo, son viggianese | tutta la Terra è il mio paese.. suonavano sotto il freddo ma si sentivano liberi come tanti arpaioli che, negli anni dell'emigrazione in Sud America, Australia e Sud Africa, in cerca di fortuna, portarono quest'arte in giro nel mondo, incontrando a volte nel loro percorso, rituali simili che provocavano negli arpisti sorpresa e scambi, di ritmi e motivi, come nel caso dei Buitisti e dei Pigmei della west Africa, dove l'arpa a otto corde e antropomorfa è detta Ngomo, ed usata ugualmente nei riti di passaggio, feste e funerali. Francesco Miglionico, arpista e violinista alla corte di Pietro II, Re del Brasile, racconta degli ensamble orchestrali che ebbe con suonatori di pluriarco e berimbau, sia brasiliani sia giunti dai regni filoportoghesi di Angola, Congo e Loango.. altri arpisti viggianesi giunsero alla Chicago Orchestra e altre città del mondo, dall'Austronesia al Giappone, Cina e Russia. Viggiano è adagiato sui fianchi scoscesi del Monte Sant'Enoc, il suo territorio include il Monte di Viggiano (1725 m, già Lucus dei Lucani, ospita il Santuario della Madonna Nera o africana), i Monti della Maddalena, il monte di Enoc (1476 m) con crinali punteggiati da dirupi ricoperti da boschi cedui poco accessibili (e pendici che ospitano i maggior pozzi petroliferi), il monte Volturino e un paio di affluenti del fiume Agri: qui i ruderi di diversi mulini costruiti nel tempo, testimoniano l'antica forza delle acque di questi odierni ruscelli, che alimentavano le Fontane dei pastori. I boschi coprono il 35% del territorio e son costituiti da varie specie di cerro (Quercus cerris, quercus delechampii, quercus lanuginosa), farnie e, nei luoghi più umidi, pioppo, salice ed acero. Sopra i 1000 m prevale il faggio associato all'abete bianco, rifugio di una ricca fauna come lupo appenninico, volpe, lepre, riccio, scoiattolo, daino, cinghiale, nibbio bruno, nibbio reale, poiana e gheppio. Il popolamento delle aree rurali è influenzato dalla quota altimetrica, al salire dell'altitudine descresce la popolazione: a fondovalle, pianeggiante e irriguo, sta un fitto reticolo di fattorie e masserie abitate, con case coloniche in pietra provviste di porticato e una torre colombaria a pianta quadrata; ad altitudini fino a 1000 m sta il centro abitato, vigneti, uliveti, prati e boschi cedui, mancano le masserie, e le case coloniche sono simili ma più piccole di quelle a valle; oltre i 1000 m stanno i pascoli, i boschi cedui o ad alto fusto (più in alto), i suoli improduttivi, rare coltivazioni sui terreni meglio esposti e scarsa o assente popolazione, fatta di qualche eremita e pastori di ovini, bovini ed equini. Come tutti i paesi situati in una conca intermontana appenninica, quale è l'alta val d'Agri, Viggiano ha un clima continentale, cioè inverni freddi e ventosi ed estati calde e siccitose, in quanto poco esposta all'influenza marina; le piogge abbondano nelle zone montane e decrescono rapidamente fino a fondovalle. La stagione secca inizia a metà luglio e termine a metà settembre ma, negli anni siccitosi, può protrarsi da metà giugno a inizi ottobre, aumentando il rischio di incendi. Da metà ottobre a fine maggio la pioggia è frequente, il terreno resta fangoso e melmoso nelle zone montane, con rischi di possibili smottamenti e modeste frane, inoltre in questa stagione, vi sono foschie dense al mattino e banchi di nebbia fitta nelle ore notturne. Sopra i 1200 m, durante l'inverno e nei mesi di maggio e novembre, possono verificarsi nevicate di breve durata, mentre in montagna lunghe tempeste di vento o pioggia, rare tormente, e il terreno può risultare in permanenza ghiacciato nelle zone a nord; frequenti sono le gelate invernali, più intense in montagna, con brina che persiste anche molte ore dopo l'alba nei punti non battuti dal sole.

La Madonna Nera di Viggiano è una statua in legno d'olivo di incerta datazione, interamente dorata eccetto nel volto, raffigura una Madonna in costume greco con in grembo un bambinello: data la sua antica connessione ai feticci sacri d'Egitto e dell'Africa in genere, fu incoronata Regina e Patrona delle genti Lucane (cioè abitanti dei boschi) dal papa Giovanni Paolo II, nel 1991, durante la sua visita in terra lucana. La prima domenica di maggio è traslata dalla chiesa Madre con una solenne processione attraverso un percorso di 12 km e mille metri di dislivello, fin sulla cima del Sacro Monte Viggiano, dove ha sede il Santuario-tempio; la prima domenica di settembre la Madonna percorre il tragitto inverso con identiche modalità, la festa dura tre giorni, dal sabato al lunedì, con migliaia di pellegrini lucani e campani, un grande mercato e concerti di musica d'arpa e flauti Pan. I suonatori d'arpa viggianesi sono rappresentati nei presepi di Napoli e rivivono oggi nella scuola dell'Arpa Popolare Viggianese (azienda Salviharps, leader mondiale nella costruzione di arpe), e nel festival d'agosto di arpe e flauti. Il paese Lauria deriva il suo nome dai boschi di Lauro, santuari naturali di slavi e lucani, in cui venne edificato il primo castello, mentre i bizantini (grecoromani, gregoriani) chiamarono laurion il contenitore per l'olio posto sotto il torchio. Lauria nacque dunque attorno al santuario dei Lucani (poi laura basiliana, monastero), finchè i Saraceni, stabiliti nel rione Ravita (arabo Rabit, zona annessa), costruirono il Castello con borgo, divenuto in seguito sede di un feudo normanno, e centro di artigianato e commerci. La sua storia si intreccia con l'impero gregoriano, quando Michele, imperatore di Bisanzio (Istanbul), diede alla città il simbolo del basilisco con la scritta Noli me tangere (nome pur della pianta-fiore balsamina, detta begliuomini).. distrutta dai Visigoti, Vandali e Turcomanni che presero l'impero di Costantino.. venne così abbandonata dalla popolazione che si spostò nel quartiere Ravita, ai piedi della torre costruita dai Saraceni per sorvegliare le incursioni e, in seguito, sostituita dal castello dell'ammiraglio aragonese Ruggiero di Lauria. Fu così che Lauria divenne centro politico ed economico della Valle del Noce e della Grande Lucania.. si susseguono leggende e saghe di capostipiti di baronie normanne, sveve, aragonesi, angioine, fino a Guglielmo d'Altavilla, che aggiunse un Lauro sullo stemma a fianco del basilisco, e fece insediare una laura di monaci basiliani sulla sommità del colle Armo, al fine di formare il popolo alla sua nuova politica e religione: tale chiesa sarà poi distrutta dalle truppe napoleoniche del generale Andrea Massena, e poi ricostruita come santuario della Madonna dell'Armo.. le bolle dei papi autorizzarono altri monasteri durante il dominio dei Sanseverino, poichè naturale centro di transito per scambi commerciali e flussi migratori tra Campania e Calabria, divenendo sede vescovile de facto; subì una battuta d'arresto con la peste del '600, dove morì un quarto della popolazione, poi col massacro di Lauria del 1806, dovuto alla resistenza borbonica contro l'avanzata napoleonica, conseguenze di questa repressione furono l'incendio dell'archivo cittadino e il trasferimento di tutti i presidi statali (ospedale, tribunale e caserme) a Lagonegro. Durante la Seconda Guerra, Lauria subì il bombardamento di aerei statunitensi, per la distruzione del comando tedesco, ma perirono molti civili.. sempre qui, nel 1973, avvenne il pagamento del riscatto e successivo rilascio, del nipote del petroliere Jean Paul Getty, allora l'uomo più ricco del mondo, operato dalla 'ndrangheta. Oggi Lauria, per sua vocazione, è centro principale e più popoloso dell'area, con territorio rurale più popolato del centro cittadino; simbolo del comune resta il basilisco aggrappato a una pianta di lauro con la scritta 'Noli me tangere (non mi toccare), avviso ai forestieri sulla fierezza antica dei suoi abitanti. Nel territorio lauriota s'innalzano le vette del massiccio Sirino (2005 metri), innevate buona parte dell'anno, le fresche sorgenti del Sinni, due laghi e giacimenti petroliferi.. il dialetto lauriota nasce dalla fusione delle lingue dei monaci bizantini (gregoriani) e delle genti slave autoctone, divisione sociale che si rispecchia nel rione castello (u castiddu) e nel borgo (u burgu). Piatti locali sono la polenta con salsa di pomodoro, le variopinte minestre rustiche a base di verza, costine di maiale ed erbe di campagna, oppure il capretto alla brace o al forno, con contorno di funghi, asparagi e cime di rape. Infine, prodotti dei pastori del monte Sirino sono i formaggi, ricotte fresche e stagionate, salumi e salsicce. Nelle varie stagioni arrivano poi i Taralli, focaccia bianca o al pomodoro (pizzàtulu), dolce invernale di riso, cioccolato, uva passa e sanguinaccio.