Mistico Persiano, il Vino lo fa grande
Visioni e sogni ora, di allievi delle Piante
Muchomor e i funghi, terapia importante
come Yanomami, nell’Amazzonia grande
sommario quartine


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mistico Persiano, il Vino lo fa grande

 (Ruba’iyyat, Omar Khayyām, Persia 1100, Jalaladdin Rûmî, Konya, Anatolia, Dîvân-e Shams el Tabrîzî, Massimo da Zevio)

 

O Hayyām, se sei ebbro di vino, sta' lieto

Se te la spassi con belle di luna, sta' lieto

Poi ch'ogni cosa del mondo, al nulla finisce

Pensa che sei nulla, e già che sei, sta' lieto 

 

Quel ch’ora son vecchi, quel giovan ancora

Ognun ansioso affanna, correndo alla Mèta

Ma a quest’antico mondo, nessuno rimane

Andarono andremo, altri verrann andranno 

 

Mai l'intelletto mio si distaccò dalla scienza

Pochi segreti non mi sono ancor disgelati

Notte e giorno ho pensato per 72 anni

seppi una sol cosa, che nulla ho mai saputo 

 

Ero goccia d'acqua, e mi confusi col mare.

Ero granl di polvere, mi mescolai alla terra

Che fu mai il tuo passaggio nel mondo?

Un moscerino comparve, e sparve di nuovo

 

Cuor fà conto d’avere, ogni cosa del mondo

Fa conto che tutto, ti sia giardin delizioso

Fa conto d’esser rugiada, su alberi in fiore

Colata nella notte, e all’alba svanita 

 

Salutando il suo corpo, l'anima tua e la mia

due mattoni porranno, su tomba tua e mia,

e per fare mattoni, pei sepolcri degli altri,

si getterà nel forno, la terra tua e la mia.

 

Noi siamo burattini, il Cielo è il burattinaio

Vero questo lo dico, e non per allegoria

Sull’Esser in scena, giochiam piccolo gioco

uno ad un ricadiam poi nella cassa del nulla

 

Puri venimmo dal Nulla, e impuri andammo

Lieti entrammo nel Mondo, tristi partimmo

acces un Fuoco nel cuor, l'Acqua degl’occhi

vita al Vento gettammo, ci accolse la Terra

 

Bevi Vino vita eterna, è questa vita mortale

è tutto quel che ch’hai della tua giovinezza

or che c'è vino, son fiori e amici d'ebbrezza

sii lieto un istante ora, questa è la Vita.

 

Bevi bevi ché nulla sai, donde sei venuto

stà lieto ché nul sai, dove un dì tu andrai

mettimi calice in man, che mond è na fiaba

porgilo in fretta, vita passa a ogni istante.

 

Su dal centro terrestre, sette porte

passando io, di Saturno al trono uscìa:

molti nodi discior seppi per via,

non potei quello dell' umana sorte.

 

Venivano i Profeti, a cento a cento

ragionavan di luce, al mondo attento

e ad uno ad uno poi, chiuse le palpebre,

dileguavano via dentro le tenebre.

 

È il vino che con logica assoluta

d'ogni Profeta la ragion confuta

lui l'alchimista dalla mente acuta

che il greggio ferro in oro trasmuta.

 

Esser, non esser, salvezza, destino,

cielo, inferno e misteri... Oh parolai!

Con tutto il mio studiare io non trovai

che una cosa quaggiù profonda: il vino.

 

Gettato il libro un dì, chiesi alla coppa

il segreto fatale, del viver mio;

e labbro a labbro, sussurrommi: Poppa!

L'ombra è il tuo regno e prossimo è l'addio!

 

Tutto tu vedi, e ciò che vedi è nulla

ti parlan tutti e ciò che ascolti è nulla

l'orbe percorri e ciò che impari è nulla

t’apparti e pensi, ed anche questo è nulla!

 

Al mondo io venni, e il perché non so.

Donde? Sa l'acqua quale origine abbia?

Per andar dove?... Il vento nella sabbia

soffiar pur deve, ch'egli voglia, o no.

 

Come il sale, diffuso nel gran mare

Tu sei davanti agli occhi e nessun Ti vede

Ti cerca ognun, né sa che Ti possiede,

e Ti chiama, e Tu sei nel suo chiamare.

 

Un pentolaio maltrattava un vaso

Disse questo, voltandosi ribello:

O smemorato, qual furor t'ha invaso?

non sai ch'io vissi e ch'io ti fui fratello?

 

Se la coppa, rispondere potesse

ti direbbe: Anch'io vissi i tuoi minuti

e le mie fredde labbra, calde anch'esse,

quanti baci han già dati! E quanti avuti!

 

A un briaco che uscìa dalla cantina

portando un bariletto in sulla groppa,

chiesi: «E tu non temi l'ira divina?»

Rispose: «Iddio perdona, empi la coppa!

 

Ber del vino davanti a un caro viso

val certo più che battersi lo sterno

oh! se chi cionca od ama va all'inferno,

non vi sarà una mosca in paradiso!        

 

Avvicinati, mia bella, per la gioia del cuore

illumina vorrei, la chiave al mio problema

Presto, portami del vino perché presto,

con la nostra argilla, faranno orci da vino.

 

Non biasimar colui, che vedi s’ubriaca

Tu che non bevi vino, orgoglio d’impostura

Guarda tuoi peccati, peggior di vin essenza

Non esser fiero, della tua astinenza

 

In moschea, madrasa, chiesa e sinagoga

temon fuoco dell’inferno, e cercan Paradiso

Seme di tal preoccupazioni, mai germoglia

In teste di chi beve, il Vin d’Onnipotente

 

Fugge il tempo, già l'attimo in cui scrivo

più non è! trinca e sciala allegramente...

La fortuna?... un bel sogno fuggitivo!

La giovinezza?... l'acqua d'un torrente!

 

Dalla taverna, all'alba, esce un richiamo

per il viandante: Avanti, avanti, avanti!

La clessidra ti scema, accorri o gramo;

empi il bicchier di vin, l'aria di canti.

 

Quando l'Eterno, m'impastò a sua guisa

la mia sorte, l'aveva già decisa

il bene o il mal, lo feci a suo servizio,

or perché dunque, giorno di un giudizio?

 

S’io mi ribello, ov'è l'onnipotenza?

s'io pecco o svio, dov'è la prescienza?

E se il cielo si deve all'obbedienza

dov'è che val, Signor, la tua clemenza?

 

Chi non peccò? La vita o Dio che vale

fuor del peccato? E se vendichi poi,

tu punisci il mio male col tuo male,

qual differenza esiste fra di noi?

 

D'acqua e di terra, mi formasti tu,

E s’io mi vesto, i panni son pur tuoi.

Il bene e il mal, ch' io faccio tu lo vuoi...

Qual mai colpa è la mia, Signor, quaggiù?

 

Una lanterna magica è il creato,

e nel bel mezzo, il sol fa da lumino;

noi vi passiamo, e Dio ride da un lato,

nani ubriachi d'orgoglio, o di vino.

 

Perché mai, tanta foga di sapere

l'avvenir, d'indagarne il sen profondo?

Sta' allegro e bevi! Per formare il mondo

nessuno ha domandato il tuo parere.

 

Stolto, o amico, chi spera di risolver

gli alti problemi, e tenta l'argomento

Accorda l'arpa, amico, noi siam polvere

porgi amico la coppa, noi siam vento.

 

Per questo mondo, alcun matto s'affanna

altri sconta l'attesa del futuro;

ma tu vivi il tuo giorno, ama e tracanna,

godi da lungi, il rullo del tamburo.

 

Chiedi un parere?... Io preferibil trovo

un bicchier di vin vecchio a un regno nuovo

Un consiglio vuoi tu?... Scansa ogni via

che non ti meni, dritto all'osteria.

 

Non servire al dolor, sordo a memoria

cercati una fata, che in dote abbia...

la bocca inzuccherata, godi e godi

e non gettar la vita, sol al vento!

 

In una coppa c’è del vino, c’è chi si fissa,

sol sui suoi valori, e non sul contenuto

C’è chi s’interessa solo al vino

e della coppa, non gl’importa niente

C’è chi sdegnato, ritien vino sia proibito

E chi non s’accorge, né di coppa né di vino.

 

L’uomo di Dio è ubriaco senza vino

è sazio senza pane, è perduto, sconvolto

non mangia e non dorme, re sotto il saio

non è fatto d’aria, di terra di fuoco e acqua

 

L’uomo di Dio possiede lune soli e stelle non è sapiente grazie ai libri,

Egli ha cavalcato di là dal Non-essere

per esso, giusto e ingiusto son simili,

 

va’ e cerca l’uomo di Dio dentro te stesso.

Che fate lì seduti davanti alla porta?

Il tempo dell’attesa è passato;

entrate nella casa, se avete intelligenza!

 

Il sole della bellezza si è esposto agli sguardi

toglietevi i vestiti davanti ai suoi raggi.

Le usanze dell’amore ignorano le convenzioni

per la comunità dell’amore Amore detta legge

 

Il vino dell’amore

riduce a nulla buon-nome e onore

non restano né prìncipi, né mendicanti.

L’amore, pieno di gioia sempie lo spirito

come signori che van mescolarsi agli schiavi.

 

O innamorati!

E’ giunto il tempo dell’unione e della visione!

Dal cielo è giunta una voce: salute a voi!

Il vino infuocato è versato,

vattene lontano, demone della tristezza.

O anima che temi la morte, allontanati.

Vieni, coppiere eterno, Salute a Te

da cui dipende la nostra esistenza.

 

O menestrello dall’alito soave,

agita ad ogni istante la Tua campanella.

O gioia, sella il tuo corsiero!

O brezza del mattino, soffia sulle nostre vite!

O suono del flauto dalle belle storie,

nel tuo canto c’è la dolcezza del miele.

 

Silenzio! Non strappare il velo;

vuota la coppa dei Silenziosi,

sii discreto, e impara la pazienza da Dio.

 

L’anima di cui notte e giorno Dio è l’amico

si trova di fuori dal giorno e dalla notte.

Il capo coppiere è Beneamato magnanimo:

Coppiere, coppa, il vino sono tutti eterni.

 

Che fare, musulmani?

Non riconosco più me stesso.

Non sono cristiano, né ebreo, né musulmano.

Non sono dell’Oriente né dell’Occidente,

né della terra né del mare,

non provengo dalla natura,

né dai cieli nella loro evoluzione.

 

Non appartengo alla terra, acqua, aria, fuoco;

non sono dell’empìreo né della polvere;

non dell’esistenza né della non-esistenza.

 

Non sono indiano o cinese, bulgaro o altro,

non appartengo all’Iràq, né al Khorasàn

Non sono di questo mondo, né dell’altro,

non del paradiso né dell’inferno,

e non vengo da Adamo, da Eva,

dall’Eden o dal Rizwan.

 

Il mio posto è d’essere senza posto,

la mia traccia è d’essere senza traccia;

non ho corpo né anima perché appartengo

all’Anima del Beneamato.

 

Ho rinunciato alla dualità,

ho visto che i due mondi sono uno solo

e Uno solo cerco, Uno solo so,

Uno solo vedo, Uno solo chiamo.

 

Egli è il Primo, l’Ultimo,

il Manifesto e il Nascosto

non conosco altro che CoLui che E'.

Ebbro di questa coppa d’amore,

che me ne faccio dei due mondi?

Ho per scopo sol tal ebbrezza e l’estasi.

 

Se in questo mondo

ottengo un solo istante con Te

calpesterò con i piedi i due mondi

e danzerò in trionfo per sempre.

 

sono così ubriaco del mondo ormai

che conosco solo esaltazione e ubriachezza.

E se il fuoco bruciasse il contenuto,

sappi che è per cuocere, non per bruciare.

 

È abominevole e condannabile

dare un ordine a chi è incapace di obbedire,

e incollerirsene sarebbe ancor peggio,

soprattutto da parte del Signor misericorde

Un bue è picchiato se rifiuta il giogo,

ma sarebbe mai picchiato perchè non vola?

 

Sforzati a ottener grazia della coppa di Dio

allora diverrai distaccato

e senza una volontà propria

Allora ogni volontà, apparterrà a questo vino,

e sarai del tutto scusato, al pari di un ubriaco

Picchierai qualcuno?

 

Sarà stato il vino a batterlo!

Caccerai via qualcuno?

Sarà stato il vino a cacciarlo via!

L’uman che ha bevuto Vino dalla coppa di Dio

non potrà compiere che azioni giuste e buone

 

Ieri giardino e roseto sono sorti dai boccioli,

perché dall’alba hanno ricevuto da bere

da quelli che sono ubriachi.

Chiudi le tue labbra come un’ostrica.

Tu sei ubriaco, non andare più oltre

affinché siano le anime risvegliate all’invisibile

a venire da questa parte.

 

Coloro che sanno, e che a volte

vengono detti ubriachi o veggenti,

per essi il vino, la festa, coppier e menestrello

magi, monastero, campana, fuoco, mezzaluna

e via e via... designano segreti nascosti

che si esprimono per mezzo di simboli.

 

Se penetri il loro segreto

saprai che l'essenza di questi misteri

è l'Unità del Di-vino,

e null'altro esiste, tranne Lui.

 

 

 

mimosa


 

[1] Marcel, per sua nonna, s’incolpò di non averla visitata quan malata, nello stesso tempo aveva accumulato sofferenze per maltrattamenti e punizioni immeritate da altre persone, evidenziando disaddamenti

[2] Mallendi passa davanti ad ogni specchio, lancia una polvere bianca su ognuno e ci spalma il viso con bianco Caolino

[3] Ciò che la radice non ha guarito l’ho vomitato, la conoscenza di Sé non si dà facilmente, prendere coscienza dei nostri schemi ripetitivi in una psicoanalisi condensata, fa di noi degl’iniziati (Thomas Fisch)

[4] filastrocche e formule incantatorie risalgono a offerte rituali dei Pelagi, per gli animali totemici del mediterraneo. Parole di forza sono sostituite da circonlocuzioni, allusioni velate, metafore, antifrasi specie nelle malattie mortali (es.“male del secolo”); poiché la parola è la cosa, si preferisce il silenzio. Monachella di volta in volta è: un fungo mangereccio (helvella mitra), pianta toscana (Nigella damascena), lappola spinosa di Cesi (xantium spinosum), bacche di biancospino, castangne secche bollite in acqua sale e vino, scolopendra, serpe, coccinella a sette punti, innocua taranta di Blera, lucciola Lucia, libellula, farfalla, falena messaggera di novità imminenti, vortice spiritello.

[5] Nihachiro Sasaki, micologo giapponese, ha scoperto come coltivare il maitake grifola frondosa officinale, difficilmente confondibile con altre specie per le dimensioni ragguardevoli che può raggiungere. gymnopilus junonius, commestibile dopo prolungata cottura, di taglia mediamente più piccola, potrebbe essere confuso, dai meno esperti, con forme di armillaria mellea, la cui carne però non è amara come lo spectabilis o, quando è giovane, con il congenere gymnopilus penetrans, che è di taglia più piccola e non sempre cespitoso.

[6] Consuma preferibilmente esemplari giovani, meno coriacei e amari. Elimina quasi tutto il gambo troppo coriaceo, cuoci molto a lungo (anche 1 ora) in acqua bollente, scola sotto acqua fredda e lava bene con altra acqua leggermente salata, lascia riposare un paio d’ore. Diventa dolce con retrogusto amarognolo; nelle varietà non italiane, può produrre sindrome psilocibinica. In alcuni paesi, oggi, il consumo di tale specie, potrebbe essere vietato dalla legislazione locale.

[7] Il suo nome deriva dall’unione delle due parole giapponesi Shii = quercia e Take = fungo, poiché cresce spontaneo sui tronchi di tal albero. Appartiene alla tradizione culinaria orientale, che da sempre associa ai piaceri del palato una funzione curativa del cibo. 90 grammi di questi funghi al giorno, per una settimana, abbassano il tasso di colesterolo del 12% in media nelle persone sane e neutralizzano i danni derivanti dalla massiccia introduzione di grassi saturi. Shiitake contiene 18 amino-acidi (7 dei quali essenziali) e minerali come silice, calcio, magnesio, zolfo, ferro, sodio, potassio, fosforo, alluminio, vitamina B1 (thiamine), B2 (riboflavin) e B3 (niacin) e, quando seccato al sole, sviluppa molta vitamina D.

[8] Il Ganoderma lucidum, classificato come adattogeno (medicina che aiuta il corpo nella resistenza verso un ampia gamma di stress psicofisici) e antitumorale nel trattamento di varie forme di cancro, è detto Ling Zhi in cinese, Reishi in giapponese e Pipa in spagnolo. Nei più antichi erbari cinesi, come il Pen Ts'ao di Shen nung, compare come medicamento panacea per molti disordini: capace di prevenire malattie vascolari e cardiache, aumentare la resistenza a fatiche (stress) da malattie, infezioni virali e avvelenamenti da altri funghi. Nei secoli è stato chiamato con molti nomi tra cui: erba del qi; erba dell’auspicio; olio del drago dell’armonia.

[9] Mahu è uno, orakabe due, orakataue tre, tutti gli altri sono bruka (molto)

[10] polvere di color cenere-verdastro che gli Yanomami inspirano attraverso il mokohiro, un tubo di canna di bambù sottile e fragile, lungo mezzo metro. Un indio appoggia a una narice l'estremità del tubo in cui si trova la polvere, mentre un altro soffia all'estremità opposta, immettendo la polvere nelle vie respiratorie del compagno. L'assunzione è fatta diversamente da esperti o novizi: si usa il mokohiro oppure si annusa un pizzico di polvere, stretto tra pollice e indice. Gli  uomini adulti la usano tutti i pomeriggi e in varie ore della giornata, talvolta di notte, in occasione di riti e cerimonie, oppure alla vigilia di lotte tradizionali e imprese guerresche. Si conoscono due tipi di epena: uno preparato con strisce raschiate dalla parte interna della corteccia del genere Virola (elongata, punctata, rufola, theiodora, calophilla), lasciate seccare al sole e mescolate con altri vegetali, e un secondo ottenuto dai semi di Anadenanthera peregrina raccolti nei mesi di agosto e settembre. I baccelli di questa leguminosa vengono sgranati, pelati i semi, e messi su foglie a seccare al sole. Vengono poi abbrustoliti a un metro di distanza sopra le braci del focolare, poi li si impasta con cenere bianca ottenuta dalla scorza dell’albero Elisabetha princeps, nelle proporzioni desiderate a seconda della forza enteogena che si vuole ottenere. Tribù diverse usano vegetali locali e preparazioni differenti. I pagé più esperti, magri e vecchi, assumono epena solo durante l’estro; chi è poco preparato, a seconda della quantità o intensità del soffio, talvolta può svenire e restare a terra una o due ore.

[11] Le voci dei colloqui ritmati si tramutano in riti primordiali, mentre nell'estasi collettiva è raggiunto il superamento dell'io in una fiamma che annulla i corpi e avvicina l'uomo ai misteri del cosmo.

[12] Evasione innocua da millenni, l'uso dell’epenà se viene tolto agli Yanomami per assimilarli ai nostri costumi, li porterà a cercare nell'alcool lo scampo e lo sfogo, con conseguente fine della loro cultura e mondo spirituale. La Televisione, erede dell’oppio, è moderno surrogato che immerge nei mondi immaginari, soddisfa l’istinto di trascendenza, ma è gestita e guidata da un elite separata

[13] In sogno o durante una caccia, un uomo proverà una sensazione di claustrofobia, gli sembrerà che la foresta che lo attornia si chiuda su di lui e che gli animali che caccia scoppino in una risata demenziale. Presa la decisione a divenire pagè, è posto sotto tutela dei  migliori pagé della comunità che s'incaricano di iniziarlo al mondo degli spiriti e a inalare l'epena, l'ossigeno spirituale per contattar gli hekurà.

[14] i Yanomami cremano i loro morti, ne macinano le ossa seguendo schemi severi e scrupolosi,  consumano poi le ceneri defunte in cerimonie familiari e rituali feste collettive tra amici intimi dove si stringono legami di parentela e amicizia, affinché l’essenza del defunto rimanga nel loro corpo e il suo spirito cessi di errare e vada a ricevere il premio di Yaru

[15] l’ombra delle donne, risiede in una lontra mentre quella dei bambini, in un piccolo coniglio. L'anima vivente (nobolede) risiede nel cuore, fiato e sangue.

[16] tabacco e cenere provocano PH basico nel cavo orale, ritardando lo sviluppo batterico e la formazione della placca. Matses e Yanom. hanno dentatura invidiabile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Visioni e sogni ora, di allievi delle Piante

- Maestri alberi e purghe totali

- canto di Adijatou e Gerard

- Savia e circumnavigazini

 

Emette suoi fotoni, il DNA della radice

Mescola a emissione, fotòn centri spinali

Arricchisce mio pensiero, nutre più legami

Se l’autorizzo saltan, blocchi e muri vari

 

Lasciare far la pianta, è lasciarsi andare

Dimenticar le angosce, timori e le paure

Appuntamento giù, alle 10 in sala bona

Preparati con doccia, indossa perizoma

 

Cucchiaio da caffè, bicchier tisan’amara

Chiave per riuscire, è andar oltre paure

Mallendi si prepara, pitture bianche rosse

Musica accompagna, costume sue risorse

 

Al quarto cucchiaio, al centro sala vado

Dissipan miei dubbi, come ubriaco d'alcol

Saltare noi possiam, e radice ringraziare

Lei inizia lavorare, tuo corpo a vomitare

 

Vomito sporcizie, e stress e nervosismo

Ogn’aggressività, nascosta ed inespressa

Noto un fil di luce, emanar dalle candele

Decido a concentràr, su loro luce flebe

 

Di notte raggi laser, vengon verso me

Diretti sul mio plesso, provo caldo amor

Alle 8:00 di mattina, possiamo coricarci

Cervello déprogramma, a riprogrammarsi

 

Seconda notte assumo, mescola col miele

Moltiplica gli effetti, si passa ad altre cose

Comincio concentrarmi, specchio fronte me

Guardare per passare, nel subconscio in sé

 

Mallendi sullo specchio, getta polver bianca

Dobbiamo concentrarci, sulla nostra imago

Comincio col fissarmi, mi vedo tutto bianco

Mascher con 2 buchi, tengo l’occhio stanco

 

Chi sono io mi chiedo, sta viso mio sparir

In vita mi sentivo, schiacciato ed umiliato

Comincio ora sdoppiarmi, vivo ora due io

Fianco fianco sono, curioso mi avvicino

 

Comincio parlar loro, ma nessun risposta

son Ming imperatore, vestito in cuoio nero

Con una banda rossa, lisiera sulla giacca

L’esercito comando, di uomini a migliaia

 

Mi sono vendicato, rispetto alle altre vite

Facendo massacrare, migliaia di persone

Provo smarrimento, e una vergogna pùr

Mi vidi in faraone, mummificato orsù

 

Agitazion visuali, e vedo nello specchio

Cose in formazione, le luci van muovendo

Concentro poi su punto, là sul terzo occhio

E vedo per mezz’ora, nulla d’un pidocchio

 

Ad angolo di bocca, su montatur d’occhiali

Spunta poi d’un tratto, finestra che si apre

Lente dell’occhiale, è ora un video schermo

Sfilano le imago, una donna è nell’interno

 

Mallendi un pigmeo, l'umano più europeo

Mi pare di sentire, francese nei suoi canti

Suoi canti come danze, ritman meditazio

Nelle mie visioni, tracciano uno spazio

 

Tutt’imago viste, rapportan mio passato

Smatasso mio cervello, emozio-rettiliano

Iboga preme il cuore, in onda di calore

Da basso verso l’alto, cresce con ardore

 

Una barra orizzontale, si fa sentir al petto

Calor continuo cresce, freccia m’attraversa

Fuoriesce da cervello, contemporan’esplode

Il cuore col respiro, par si ferm e muore

 

Poi istintivamente, respiro molto forte

Pressione si rilassa, per fermar la morte

Paura or si trasforma, in calmò coraggio

Fiducia sicurezza, l’amico tocca braccio

 

Poi prendo bacinella, per vomitar la bile

Specchio vedo me, una mascher africana

Iboga fa gli scherzi, mi dice son Renato

Nome che in francese, signiifica rinato

 

Sfilan personaggi, esperssion di libertà

Sento un cuore nuovo, uscito da prigione

Invitan or ciascuno, le danze di Mabounza

A far un gir di pista, e la notte si prolunga

 

Iboga dentro disse, guarda quind’apprendi

Mio turn in perizoma, per corpo meditazio

La pianta poi mi dice, portami a passeggio

Smetti lavorare, per quell’azien falseggio

 

Provoca insegnarmi, d’osservarm’intorno

Seduto fuor su panca, vedo la sua pioggia

Pare un suo disegno, e piove veramente!

M’alzo a ripararmi, e smette nuovamente

 

Difficil giudicare, capisco a suon di scherzi

Dopo mezzogiorno, riuniamo a raccontare

Ognuno il suo percorso, capto l’attenzioni

Infin diciam bassé, cioè grazie complimè!

 

Fatìco nel lasciare, castello e nuovi amici

Ho paur della reazione, di chi non crederà

E radice pur mi disse, che l’appetì di vita

Si nutre dagli amici, che ver simpos’invita

 

Scopri pur vampiri, che mangiano per fame

Riscopro amor di figlio, un anno s’é passato

Radice mi ha cambiato, son fiducioso in più

Calmo e indipendente, surrogo non ho più

 

Vita sessual fluisce, corrente assai felice

Giudico assai meno, ho smesso pregiudizi

Sensibile ora sento, sincroniche storielle

Crescono nel tempo, coincidenze belle

 

- Maestri alberi di Alain Marcel

Posso sentire, i messaggi di piante

Primule e viole, cosparse nei prati

Mi parlan colore, malgrado la neve

Incontro fratelli, in querce e pinete

 

Querce d'inverno, m’istruivano tosto

I più giovani danzan, burlando di me

Poi osservo stupito, e gioioso il fiorire

Mi vedo assai vecchio, vicin a morire

 

Mi vedo piccino, ancora un poppante

Ho preso tal bimbo, nelle mie braccia

L'ho riscaldato, coccolato ed amato

Nganga suon’arco, in musica e fiato

 

L'aède or suonava, e l'iboga parlava

Racconta la terra, è storia ancestrale

Triste e affettuosa, e miliardi formiche

Pulivan mie celle, danzando musìche

 

Paur d’invecchiare, e paur di morire

Vedo allo specchio, assieme un amico

Di prim’infanzia, fràgil timido e nudo

Attend’apparire, a mio cèn compiuto

 

Grazie mio dio, per segreto africano

Ben custodito, tra schiavi e colonie

Terra è ora vecchia, necessita cure

Radice conferma, l’istinto mio pure

 

Nostra coscienza è prato mal cresciuto

Lasciai la famiglia, quando ho potuto

Ho aperto le ali, con calma ho volato

Grazie agli amici, marito ho trovato

 

Educaziòn ricevuta, di ansia d’assillo

Impacciavan mia vita, o istin positivo

Alcuni mesi dopo, il decesso di nonna

Mi sento leggera, più forte più donna

 

Una piccola voce, mi dice di prender

Una carta e matita, e scriver d’istinto

Messaggi da nonna, gradual’invadente

S’apre una porta, e la vedo apparente

 

Cuore mio piange, mi guarda e sorride

Radiose sue braccia, diventan delle ali

Vol verso me, e m’abbraccia emozione

Grazie oh radice, d’aprir tal visione!

 

Sparisce la scena, asciugo miei occhi

Di nuovo la porta, s’apre su specchio

Una piccin persona, abbassa la scala

Cugin deceduta, contenta mi chiama

 

Mia nonna sta bene, cugina è rinata

Poi parlo a Gerardo, e son rassicurata

Senso colpa scema, or sono perdonata

Mio cuor ha fatto pace, con natur’innata

[1]

Candela come vento, molto si muoveva

L’altre eran più calme, venne sostituìta

Più volte nella notte, radice mi mandava

Lampi avvenimenti, e tristezza riparata

 

Ho visto risalire, dimentiche avventure

Ogni volta chè, chiedevo di sopprimer

Sentivo grosso peso, salire a vomitare

Umilianti trattamenti, al fine di curare

 

Tutto risaliva, e usciva ad ogni viaggio

Com un ascensore, per carichi portare

Durante poi le pene, vedo tempo e data

Ricordo avvenimenti, per fare sviscerata

 

Son ultima al mattino, a uscire dalla sala

Vomitavo ancora, ma fuori e soleggiato

Mi sono stesa all'erba, appaiono visioni

un aereo pilotavo, sui monti superiori

 

Mi sento più leggera, come liberata

Segue poi la notte, della ricostruzione

Radic’avvolta in miele, caoline le visioni

Davanti d'uno specchio, aiutan soluzioni

[2]

Vedò sfilar dei visi, famiglia intera vedo

Visi e ancora visi, d’epoche e ogni regno

Dimmi bello specchio, quest’oppure quello

Mio figlio e genitori, nonna e mio fratello

 

Mallendi vien vicino, ciascuno ad aiutare

Chiede di visioni, presenti negli specchi

Riposo senza sonno, m’alzo piena forma

Calme passeggiate, simposi alla rotonda

 

Di ritorno a casa, mi sento una rinata

La pian lavora sempre, usa pur i sogni

Stappa varie scene, ricord’infanzia triste

Se negative dico, cancella dall’hardiske

 

Pianta dopo mesi, sento ancor pulisce

Manual artigianato, ritrovo amici e bici

Or vedo avvenimenti, diversi della vita

In luce positiva, che tutt’accoglie invita

 

- la purga di Tommaso

Digiun 24 ore, e purifico in un bagno

Mangio la radice, un amico mi sorveglia

Un cucchiain di scorza, radice grattugiata

Veramente amara, l’inghiotto poi tritata

 

È amara come fiele, decotto pure forte

Riesco ad inghiottire, unà decin cucchiai

Mi stendo sul divano, e sento di fluttuare

Vedo le mie braccia, e gambe riposare

 

Sento la coscienza, in un angolo di testa

Deve lasciar corpo, in cerca di antenati

Stomaco ribella, nausea ed apprensione

Inghiott’altro cucchiaio, amara profusione

 

Vomito ogni cosa, pur latte di mia madre

Gli spasmi son violenti, lo stomaco straluna

Vado ad allungarmi, nei tendini e nei nervi

I muscoli sono tesi, com i pensieri interni

 

Vedo irromper lampi, con line orizzontali

Riparte una visione, locòmotiva vecchia

Che tira dei vagoni, di merci avant a me

Ogni vagon un tema, della mia vita in sè

 

Amici e avvenimenti, famiglia e militari

Vagoni apron le porte, mostran contenuti

Son film riassuntivi, mi parlan di soggetti

Rivelan dei segreti, in rapidi concerti

 

Incass’ogni pensiero, simile ad un razzo

Colman le lacune, vuote su alla testa

Cervello ricompila, simil a un hard disk

Ritrovo sensazioni, d’infanzia sino a qui

 

Sento mio disgusto, piango con singhiozzi

Son marmocchio perso, ritorno sotto doccia

Osservo l'acqua calda, sensualità riscopro

Scorrer su mie braccia, prana io ritrovo

 

Vomitàr purificare, gli effetti della pianta

Agitazion fluttuante, rallentamento tempo

Chiudo gli occhi e, comincio nel viaggiare

La notte passa lenta, e luna ad aspettare

 

Fluttuo su mio corpo, pneumatici ora sento

Clacson mormorii, e automobili su asfalto

Lucido io sogno, io so che sto sognando

Mamm’accanto me, m’innervosisce tanto

 

Vado ad impicciolirla, or posso contenerla

Cresco e allor gli grido, lasciami tranquillo

Gusto il carpe diem, della mia vì presente

Al mio risveglio ho, ricordo persistente

 

Mi sento pur gioioso, pien di gran fiducia

Strangolar mia madre, sogno pur mi cura

Sogni più importanti, avvèn dopo visioni

Finestre su ferite, profonde di anteriori

 

Ganga Mallendì, m’invita un bagno piante

Di perizom mi veste, assieme belle piume

Su musica di bwiti, concentro la memoria

Mi siedo avanti a lui, e inizia cerimonia

 

Musica qual corda, seguo sopra al vuoto

Su essa io cammino, mentre ganga danza

Tutt’intorno a me, per celebrar il viaggio

Filan miei pensieri, a velocità di razzo

 

Mi stimol camminare, mi sento nauseante

Mi tende bacinella, mio addome si straluna

Purifico me stesso, da spasmi po mi stendo

Ganga parte notte, sorveglia e mi distendo

 

All'alba in dormiveglia, cado ho le visioni

Gran supermercato, ritrovo esser bambino

Miei genitori avanti, spingono un carrello

Davanti a scala alta, salgo al cielo bello

 

Mio padre autoritario, mi vieta di salire

In prigioni d’anatema, resto ora bloccato

Incapace a movimento, discendere da pioli

Mi sveglio poi neonato, nganga cur amori

 

Dialogo con nganga, per digerir vissuto

Due giorni da iniziazio, lascio i var buitisti

Saltati son dei schemi, miei comportamenti

Che ostacoli da sempre, facevan ricorrenti

 

Grazie alla radice, ho fermato una spirale[3]

Insuccessi permanenti, visti sotto ai sogni

Con amici e con famiglia, ho saldato i conti

Or ho fiducia in me, senza paur dei mondi

 

Ascolto più miei istinti, mi parlano nei sogni

Coscien sceneggiature, su storia personale

Possiam digèrir meglio, i traumi e fare lutto

Radice apre finestra, su nostro laten frutto

 

- canto di Adijatou e Gerard

Radice grattugiata, estrazione col limone

Bevuta con del vino, ed ebò mi da visione

Sen fruscio di cicale, dentro e fuor palazzo

Sangue corr in testa, è dormiveglia spazio

 

Ritrovo me in villaggio, là nel Camerùn

Vedò casà del babbo, precisa come mai

Mamma sta in cucina, seduta su sgabello

Io con mia sorella, giochiamo col tinello

 

Femm Adjatou io sono, dell’Africa riviera

Mio papi l’infermiere, un dispensario avea

Con tetto di lamiera, la porta una finestra

Dietro ad esso c’era, estesa una foresta

 

Un’arancion catena, di anel rettangolari

Sviluppa da sinistra, come un arco in ciel

Sento che mi pone, domande su mia vita

Io rispondo ad esse, e il dialogo m’invita

 

Caten che mi raggiunge, con delle visioni

Mi sdoppia come in due, in abito di rosso

Mi vedo con la testa, grossa della mosca

Corpo con 2 zampe, 3 dita a tinta fosca

 

Buco che somiglia, a pozzo aranciorosso

Al fondo suo scavavo, e vidi testa umana

Una pelle scorticata, che fondo tappezzava

Sempre col d’arancio, del sangue lì colava

 

Agitati globul rossi, mi svegliano in paura

Visione che ritorna, più volte ugual fattura

Duràn vision parlavo, molto e facilmente

Capisco esprimo tutto, paradossalmente

 

La testa scorticata, era quella di Nzamé

Che un ordin ricevuto, avea da Mebeghè

Corpo suo smembrato, sangue ne colava

Materia dei viventi, lui integro forgiava

 

Un mondo vuoto, piatto e molto scuro

Veloce attraversato, da destra fin sinistra

penso ad un aereo, l’aereo appare sopra

Penso al mio natio, villaggio che rivela

 

Mama sulla strada, lungo fium appare

Ma subi recinzione, villaggio mi nasconde

Con un'iscrizione, è impossibile passare

Penso alla mia nonna, nulla pur appare

 

Rinuncio e vad a vuoto, vers’una parete

Fatta della gomma, color rosso-marrone

Parete s’avvicina, somiglia a uno sfintere

Comincia pur aprirsi, e nulla mi trattiene

 

È buco circolare, di rosso striato in nero

Diametro quaranta, centimetri che apre

Su galleria scavata, percorso irregolare

Par fatta da lombrico, dell’Africa solare

 

Una luce bianc’appare, a fin di galleria

Molto forte sì, senz’essere abbagliante

Il buco si richiude, parete pur sparisce

Arriva ùn e un’altra, quindi poi svanisce

 

Gèrard smette bere, aperti e digestivi

Beve sol vin rosso, due bicchieri ai pasti

Seguon sue visione, pur cinque anni dopo

Quand’aiuta nganga, a svolgere suo ruolo

 

Boccon’iboga prese, a star la notte sveglio

Alle cinque del mattino, si corica distende

Vede delle teste, rossastre in una grotta

Pareti bruno-rosso, e su soffitto fluttua

 

A centro della grotta, su zoccolo di terra

Sta una statuetta, che cambia le sue forme

Da stile byeri Fang, divièn cristian romana

Buddha Shiva e altre, in religion fiumana

 

Tuttè rappresentate, scorron l’un nell'altra

Trasformazion-fusione, degn’ammirazione

Arretro nella grotta, a un luogo sen pareti

Flutto l'attraverso, poi mi ritrovo in piedi

 

Davanti la visione, di cinque anni prima

Muro cuoio-gomma, marron con apertura

Suolo e le pareti, han segni in tutte lingue

Scomparse conosciute, tutte ben distinte

 

- Savia e circumnavigazini

Visitan Sestier, ogni cittadella etrusca

Bacio donna nera, entro d’uno specchio

Assieme col fratello, scendo coi bambini

Si visita una rocca, pè insegnamenti fini

 

Giù si va insegnare, piuttosto che salire

Una voce fuori campo, racconta divenire

Scappo dal camino, buco verso il basso

Cunicolo più stretto, e libero passaggio

 

Mentre nos compagni, salgono la rocca

Per far i loro club, ciascun ha la sua fuga

Cunicoli dei gatti, o marmotte con le dighe

Scendèn tra peccatori, si va fuor superficie

 

Fai liberazione, salendo oppur scendendo

Educare dal latino, vuol dir far partorire

Tirar fuor da persona, innato suo talento

Si che tale vita, possa sembrar portento

 

Spallanzani ashram, d’amore di silenzio

Malati ed infermieri, dottori commedianti

Alcuni van sannyasin, lenti sulla spiaggia

Altri penitenti, fan fila a far l’assaggia

 

Guardati con guardiani, tutt’ugual vestiti

Un angolo riflette, una sala da convitto

Adulti con infanti, tutti il grembiul blu

Su tavola imbandida, fanno su e giù

 

Animator coinvolge, gli ospiti cantando

Tra giovan divertiti, lui va comunicando

Inscena triste nenia, che parla d’un di lor

Infelice abbandonato, d’infanzia sen color

 

Vede la sua morte, e scenografie spaziali

Non è così mi dice, porge un mazzo chiavi

Intuisco aprono luoghi, vecchi dell’infanzia

Più non c'è bisogno, accorcio la distanza

 

Ognun segue percorso, entro tale mondo

Io m’imbarco a largo, a cavalcion di tronco

Nel mar dall’acque alte, e penso sia la fine

Entro in una baia, e scorgo il negro alfine

 

Spazza sulla riva, io lo vedo lui mi vede

Riconosciam vicenda, è il servo della villa

Rinasco dalla gioia, felice corre incontro

Tutto si ravviva, è idilliaco sullo sfondo

 

Or in villa entro, cancello vecchie tracce

Che legan alla guerra, e siedo sui gradini

Rifletto a cominciare, una nuova attività

La villa dei progetti, può riconfiguràr

 

Vedo ultime elite, lasciar da impurità

Seduto sulla sedia, sta l’astronauta papa

Morente Dalai Lama, coperto su lettiga

Cerco di salvarlo, se vuol la vita invita

 

Arrabbia ma prolunga, poco la sua vita

Ma poi se ne diparte, così voleva infine

Un giorno tornerà, sulle ali d’altra vita

Siam tutti compagni, sempre ciò confida

 

Lungo mar mi trovo, groppa ad elefante

Seguo nel suo gioco, mon frere itinerante

Con cosce stringo pur, orecchio d’elefante

S’accorge infastidisce, naso suo fa grande

 

L’occhio suo sul mio, scendo le sue scale

Nel raggio del suo naso, sento respirare

Gigante emette molta, carbonica anidride

Se la respiro è tardi, risolvo allor l’attrite

 

Faccio passeggiata, con un sereno cielo

Sul lungomar follato, da molta varia gente

Arrivo in casa amici, d’attesa d’uno strappo

Per l'entroterra ma, vedo in ciel un tappo

 

S’oscura minaccioso, ed odo suono cupo

Vedo nubi scure, poi gocce alla finestra

Violente tintinnati, m’affaccio per veder

Cielo già oscurato, il mare và accoglièr

 

Altissim onde copron, sole di ponente

S’abbattono su costa, erodendola via via

Grossi pezzi spiaggia, inzian scomparir

La costa e i casolari, allor si vann offrìr

 

Spettacol’oscurante, drammatico eseguìr

Sviluppasi la cresta, s’ode un suono miccia

D’immediato scioom, l’acqua giung a costa

Abbatte con violenza, ed ogni cosa sposta

 

Prò chiudèr finestra, nebulizzata d’acqua

Da quell’on prodotta, gigante nell’impatto

Nube assai veloce, fin quaggiù è di stanza

Pressione si fa alta, finestra par stramazza

 

Chiusa con fatica, or amici fuor di stanza

Li invito via da lì, in quanto tra non molto

Marea che avanzerà, erompe in maremoto

Spettacolo grandioso, terrifico suo scopo

 

Medi e sacerdote, in un lazzaretto/scuola

Incontro muchumor, arrangio gli strumenti

Nessun appar presente, capace d’aiutare

Fardello ora mi porto, non posso rifiutare

 

Mangio in un collegio, disagi ed angherie

Uscito fuor mi porto, un essenzial fardello

Uno zaino con vivande, e fogli di cultura

Viale poi percorro, in leggera salitura

 

Alzo le mie carte, e il vento mi solleva

Mandandomi veloce, volo e arrivo prima

Assieme ad altri due, che volano con me

Arrivo cima a strada, discesa avanti c’è

 

Meglio or atterrare, di là del montarozzo

Vedo un mar smeraldo, dei tropici cristallo

Da riva vogl’andarci, nòn caderci in mezzo

Scendo di tra i sassi, mar mi da lo sferzo

 

È splendida ma penso, nuotare non saprei

Fardello zaino ho, assieme carte in mano

Strumenti prim’aiuto, per librarmi in aria

Ora qui nell’acqua, intralcian mia nuotata

 

Mollarli od affogare, è l’amara decisione

Abbandonar conquiste, frutto di ricerche

Ritrovo sulla riva, assieme due compagni

Sopra e sotto me, cerco orgasmi affanni

 

Scomodo agli sguardi, in letto mi ritrovo

Nulla ho più con me, ma noto avanti a me

Una borsa incustodita, avanti la mia branda

La prendo dico è mia, contiene la bevanda

 

Non riesco defecare, mi sento disturbato

Decido andar in cima, comunità castello

Uscito vedo tracce, d’unà bufèr passata

Fango dappertutto, scelgo un altra strada

 

Sentiero-scorciatoia, traversa tutto parco

Mi porta a quel castello, in pace a defecàr

È inizio d’avventura, Eneide od Odissea

Entro nel locale, com un novello Enea

 

Salgo poi nel retro, chiocciola inferriata

Arrivo sul passetto, assiem ad altri audaci

M’avvisan scorciatoia, e ardua con perigli

Predico che uomo, può ùscir da scompigli

 

Giovani fan gruppo, mi seguono cantando

A prim difficoltà, sparpaglio a posto blocco

Io con un fanciullo, nascòn dietro muretto

Fingiamo una fanzina, davanti al caporetto

 

Mucchian tutti quanti, fuòr dai nascondigli

Sentier avanti a noi, nessun pur prosegue

Siam in stato fermo, fanciullo può scappàr

Urlando lo inseguiamo, riusciam a superar

 

Passiam più peripezie, fino ad approdàr

Dietro mur passiamo, sentiamo pur sparar

Una fabbrica di pesce, vediam innanzi a noi

Il passetto par finito, e fingiàm lavoratori

 

Scopriamo che uno d’essi, buco muro fece

Sì da passàr sul retro, e proseguir passetto

Da quel buco anfratto, passà or la libertà

Per fuoriuscir dobbiamo, finire d’allargàr

 

Tutto sempre cambia, muta e ti trasmuta

Trasmigra, nei ricordi, miti sogni e scene

Una cosa sola resta, l'essenza del ver sé

Impulso del glorioso, bello audace in sé

 

Cerebro evoluzio, com anse intestinali

Accolgon l’ingerito, e i vari assimilanti

Eliminan le scorie, a mezzo var canali

Legate son sensazio, ai vari addominali

 

Le feci come i sogni, son brillàn gioielli

Rivelano profondi, il tuo stato di salute

Mentale e fisiologi, via dalle apparenze

Rivelano messaggi, o cibo per coscienze

 

Una Verità buddista, 3 tentazioni madri

Avidità con ira, e illusion manipolazio

Se scen tonò emotivo, scendon le difese

Demon parassiti, instauran loro offese

 

Fai come i Balinesì, offri lor d’offerte

appaga loro spinte, o natural profferte

Fuoco poi sprigiona, centro di tuo ventre

Trov’entro te stesso, armonica sorgente

 

Parola è forza, non solo un etichetta

Parte dell’oggetto, ha forza evocatrice

Attiva presenza, linguaggio ridondante

Allude indiretto, nome più importante

[4]

Donnola è frattarola, ramarro verdone

L’orso è il bruno, rispettoso inoffensivo

Chiamato pur il vecchio, gloria di foresta

zampa di miele, formiche mangia a festa

 

pronuncia vero nome, prudente sottovoce

Fragore del tuono, impaurisce i bambini

È nonno che bussa, o sciacqua la botte

Spacca a legna, o nocciole e noci rotte

 

Coltivator del cielo, preparano il terreno

Spagliano semenze, di preceden raccolto

A macchia di leopardo, su tutta superficie

Annaffiano concime, in modo che sufficie

 

Ispirano intuizioni, in artisti ed inventori

Attendon che pazienti, raccolti fan maturi

Vicenda uman si svolge, sotto loro occhi

Colture e civiltà, e guerre tra pidocchi

 

Tutto andato bene, fruttan le semenze

Incrocian a vicenda, crescono coscienze

Attingon le radici, sempre più profonde

Risorse del pianeta, fin che tutto fonde

 

Quan coltura giunge, al limite del vaso

Tosto vien potata, oppure è trapiantata

I giardinier celesti, scendono con falci

Mietono raccolto, sovesciano i restanti

 

Parte del raccolto, serban in semenza

Per viaggio successivo, di gruppi di tribù

L’abbondan raccolto, dà loro nutrimento

E la loro immaginazio, fa rifornimento

 

Vivono su olimpo, cinema all’aperto

Tra le vette al cielo, iperuranio vero

Pioggia tutto fà, Gaia è il nutrimento

Tempo a loro è, millesimo momento

 

Monaca di Dresda, su Roma profetò

Vede processione, di vescovi in litigio

Molti mangeranno, assiem a malfattore

Al tempo della fine, di Cristo redentore

 

Eroe dai mille volti, viaggia con coraggio

Entro le leggende, è cuore di messaggio

Parla ai suoi Avatara, con codici di miti

Mappe e pian azioni, semina in suoi lidi

 

Ricerca di certezze per colmare un vuoto

Le incontri nella vita, oppur ne fai ricerca

Vuoi giustificare, ciò ch’è in fondo al cuor

Ideal che creder vuoi, forma che non muor

 

Le piante fan radici, su tombe di antenati

Attingon la sostanza, o poteri sotterranei

Trasmetton loro qi, saggezza e conoscenza

Devot’accettan foglie, allargan la coscienza

 

Mente come creta, model certezze e fede

Il Buiti adatta danze, a Gaia umanamente

Organizzar la festa, con totem di porchetta

E a gente bisognosa, offri a dai una fetta

 

Un raduno allor sarà, e la gente confluirà

Capisce di portare, bicchiere con coperta

Un atto di catarsi, poi libera un momento

Un tocco di empatia, farà cuore redento

 

il Vento è il mio respiro

l'Ombra è il mio corpo

la Polvere è il mio mantello

nell'Oblio è la mia Gloria

 

la Parola si fece Carne

Sangue e Seme ovvero

da una potenzial Teoria

divenne Senso e Prassi

 

Parola e aria, seme e turbolenza

Seme e sangue, antenata conoscenza

Ne porta farfalla, leggiadra porporina

Veicol semi-verbi, svolazzan divina

 

La savia pur bisbiglia, a volte pure grida

O ti dice di cantar, e si prende la tua voce

Cammina via e ti lascia, radicato senz'occhi

Col genere di voce, che a una pianta tocchi

 

Balla la vecchia, pioggia a ciel sereno

Duran primi fragori, dei primaverili

Rotolarsi a terra, guadagna benefici

Balla la vecchia, negli estivi offici

 

Quan luce acceca, e regna il silenzio

Pan percepisci, misteriosa presenza

Dio vita agreste, pomeridiano riposo

Tremolar dell’aria, nell’afa sen moto

 

Siamo noi che dobbiamo, salvare gli Dei

Siamo noi che dobbiamo, diventare divini

Siamo uguali, alla Salvadora de los sabios

Somos nosotros que debemos ser divinos.

 

Ska Maria Pastora, idrofita e squadrata

Rischiari la bocca, alba sorgi verso oriente

D’un anima ha bisogno, vicina che le stilla

Tuo corpo è l'alambicco, da sola si distilla

 

Né person o animal, nascon con coscienza

L’acquistan mangiando, di piante l’essenza

La coscienza emerge, da luce ed energia

Che nella fotosintesi, la vita crea ed avvia

 

Far nuove amicizie, è vedere nuovi posti

Programmar computer, bene le assomiglia

Forma un’alleanza, attraverso mari e monti

Dovunque essa vada, ricrea invisibil ponti

 

Pastorella in cerca, di greggi da guidare

Simbionte creature, in cerca animazione

Oracolo in attesa, di corpi da abitare

T’accetta Divin ora, se la vuoi curare

 

In molte epifanie, timide o irruente

Qualcuno incontrò lei, la savia pastorella

Vestita da gigante, immensamente antico

Indosso avea cintura teschi umani al dito

 

Il gigante fissò, negli occhi la persona

Voleva ben sapere, perché lui fu evocato

Come genio uscito, da vecchio lucernale

Sentir non vuole certo, una rispò banale

 

La Mantide o fungo, è un vortice d’aria

Schiusa madonna, del papà rosolaccio

Buco befana, che trema aria sbornia

Caval delle streghe, o gnomo sen noia

 

Gnomo della casa, lo chiaman coboldo

Genius loci che ama, rider a tutto tondo

In comunitari scherzi, ravviva monotòno

folletto di Petrolo, che paragon in tono

 

Il gatto maone, è il gatto mammone

Uomo rustico lupo, è primo selvaggio

Nonno lombrico, è pur fungo porcino

Processionaria pelosa, mamma del pino

 

Un poeta blu cobalto, un frattale Uroboros

Mulino a vento augure, Mater Dei su dune

leggera atassìa, accompagna inebriamento

Non è un’esser sballati, è pratico momento

 

Fuor dalla ribalta, per quattrocento anni

Pastora del paese, dell’ombra della nebbia

Lei fu sempre là, durante tutto il tempo

La visiti e la vedi, riscopri suo portento

 

Sala a specchi labirinto, Iside turchese

È identità giardino, o rombo del terrore

Amante vulcaniana, in parallelo mondo

Poeta di veggente, e Luna sullo sfondo

 

Ama parlare all'oscurità, luce le fa pausa

sospen la lezione, intensa oppur profonda

Così da riportare, l’allievo al quotidiano

Accendi le tue luci, e svolgi piano piano

 

Qualcuno parla, canta oppur salmodia

Nessun si meravigli, di risa continuate

Fu amica la pastora, di gruppi marginali

Ama andare oltre, le interazion sociali

 

Un'insistenza lunga, sopra l'assoluto

Potrebbe diventare, una certa scortesia

Di giorno tu hai il lavoro, e opere da fare

Lei fa Zen di sera, quan tu puoi riposare

 

Non vedi nessun io, neppure un tuo non-io

Ubriaco si ma chiaro, la kava è sua sorella

Siamo noi un tessuto, di interconnessioni

Sommatoria intera, di nostre relazioni

 

Siam ch’incontreremo, pur già conosciamo

Non siamo nel tessuto, esso stesso siamo

Dovunque sarai, ti dà sol ciò che sei

Se sei oscurità, il tuo buio riattraversi

 

La luce e le facce, mentali che vedi

Sono quelle che porti, sempre con te

Un posto nascosto, alle foglie non c'è

intonazion e suono, tessono per te

 

Un sogno lucido, volontario interattivo

Visibile alla mente, nò al bulbò oculare

Sorgono i pensieri, li vedi nel formare

Diventano persone, discorsi da rifare

 

Savia verde-paglia, sottil soffio pulito

Se dice che ti ama, divieni innamorato

Non fare l'asociale, và a lavoro in tempo

Pelle di lucertola, cresce in cambiamento

 

Nonna rospo è, innocua in Tuscia terra

Tarantola dai punti, rossi a sfondo nera

Sardin Argia che balla, è monaca vera

Aleggia su a Petrolo, da mattin e sera

 

Usala a trovare, dove siede il disagio

Se stai con chi ami, ben stimola adagio

In posizione sessuale, ama forbici tantra

tutto lei può amare, lussuria e temperanza

 

Se sei pronto a, camminar con l’alleata

Fà il Sentier di Foglie, o nebbia traversata

Poi non te la prendere, se verrai arruolato

Da verdi follettini, che te pur han cooptato

Muchomor e i funghi, terapia importante

(al medico Batista Grassi di Rovellasca, 1880 e J Allegro)

 

Grifola frondosa, o Polyporus frondosus

Fungo Berbesin, in dialetto piemontese

Pare pien di foglie, apprezzato localmente

In autunno cresce, a fronde gradualmente

 

Su radici di castagni, o di acero ceppaie

Giungere esso può, sin fino ai dieci kili

Dopo bollitura, mantiene il suo sapore

Gusto di nocciola, sott’olio sta migliore

 

erbesin sott’olio, lo cercan buongustai

Mentre è trascurato, dagli altri occasionali

Ha lunga storia d’uso, in Giappone e Cina

Adatta corpo a stress, in cucina e medicina

 

Adattogeno del corpo, funzioni normalizza

Contien un polysaccar, beta-glucano detto

I tumori cancerosi, è capace ad inibire

Uccider aca-i-vu (HIV), e l’immunità istruire

 

Maitake nippo nome, buon contro diabete

Per croniche epatite, e più sindromi fatiche

Obesità e pressione, efficace quan mangiato

Fresco oppure secco, in polvere o mischiato

[5]

Gymnopilus spectabilis, Pholiota o Junionus

Maitake molto grande, con cespo pur 1 metro

Cappello giallo-arancio, da fibre brun coperto

Dai 6 ai 20 centime, asciutto espan convesso

 

Spesso tièn umbone, residui pur di velo

In età è color marrone, squame fibre brune

A lamelle decorrenti, dentin color giallastro

Legnosa base gialla, gambo robusto e alto

 

L'anello è membranoso, prim è color giallo

Dopo la sporata, divièn marron brunastro

Carne amar compatta coriace ocra nel gambo

Odor fungino buono, e sapor amaro tanto

 

Cresce spesso in gruppi, su ceppi marcescenti

Di conife e latifoglie, eucalipto leccio e pino

Da tard’estate sino, all'autunno già inoltrato

Può esser preda larve, nel gambo rosicchiato

 

Amarissimo da crudo, lessato è men amaro

Dopò lunga cottura, par luppol buono amato

Emette molta schiuma, tu scola in leggèr sale

Cucina in vario modo, sott’olio a conservare

[6]

S’adopera in Giappone, rallegra i commensali

Fungo risata è detto, è come un frizzo vino

Sa sciogliere le risa, invitàr corpi a ballare

Grifolà è il maitake, che Orièn sa coltivare

 

Shiitake della Cina, conosciuto prim del riso

È pilastro della dieta, in longevi del Giappone

Ha sapore e proteine, e curà tumore al seno

Amante della quercia, suo nome dice intero

 

Lentinus edodes detto, e antivirale forza ha

Il colesterol riduce, e ben rafforza immunità

Glicemia pur abbassa, aminoacidi consegna

Assiem ai minerali, armonia salute insegna

[7]

Reishi è Ling zhi, o Ganoderma lucidum

Applanatum in Europa, tsugae valesiacum

Pfeifferi e carnosum, son diffusi in Calabria

Japonicu e sinense, gli fan l’eco fuori patria

 

Fungo ben diffuso, in ambièn mediterraneo

Altrove è coltivato, in Oriente sempre usato

Accresce il qi vitale, da terra sugge e sale

Il vigore giovanile, mantiene e sa donare

 

I cinesi usan bollire, quattr’ore lentamente

Poi berne l’acqua oppur, s’è tenero mangiare

Fan polvere s’è secco, l’aggiungon a minestre

Mischiano col miele, 5 grammi un tè riveste

 

Se pensi farne cura, 3 volte al giorno assumi

La prima settimana, fa cinque grammi a volta

Seconda settimana, aumenta a dieci a volta

Da terza fin ottava, son quindici alla volta

 

Ancor tre settimane, scendi sino a dieci

Infin le ultime tre, di nuovo cinque a volta

Tal cura sia efficace, per le allergie di pelle

Infezion infiammazioni, esterne com interne

 

Ipertension e diabete, stipsi ed emorroidi

Catarro tosse insonnia, respirazion difformi

È potente antiossidante, protegge il Dna

Da mùtazion tangenti, dei liber radicàl

 

In Giappone e Cina è, potente medicina

Che stimola integrale, lo spirito col corpo

La Spagna pure l’usa, molto a Barcellona

A promuover la salute, esterior ed interiora

 

Fresco oppure secco, a mollo per mezz’ora

Dolce Tien sapore, in tintura è pur venduto

In Cina è molto usato, a trattar croni epatite

A poter rigenerarlo, ripar per nuove vite

[8]

-muko di Siberia, agarico d’Italia

Il fungo Muchomor, allegro fa cantare

Lo usano gli ostiachi, koriachi e gli jakuti

In terre di Siberia, ha storia millenaria

Sia umani che animali, sventola per aria

 

Fratello del vino, visionario ed inebriante

Bollato velenoso, fa da cura e d’alimento

Cresce dappertutto, in foreste di betulla

Nelle pianure secche, della Siberia brulla

 

Sciamani di Siberia, prima di cercarlo

S’ingrazian la natura, al fine d’invitarlo

In un fuoco rituale, gettano più offerte

Di dolci pane e foca, o ciò che da la feste

 

Quando vien trovato, dimostrano la gioia

Con canto e più moine, come coi bambini

Poi delicatamente, come fa un folletto

Fanno la raccolta, a mezzo d’un rametto

 

Attenti a mantenerlo, bene tutto integro

Allegri siano pure, per viverlo a vantaggio

Quelli più piccini, d’intenso color rosso

Hanno più narcosi, di giga e di colosso

 

Lo lasciano seccare, almen due settimane

Altrove fan bollire, in aceto a eliminare

A forma di una palla, a lungo è masticato

In un sol colpo, inghiottito è consumato

 

Per bene prevenire, i disturbi digestivi

Assunto viene in dosi, di numero non pari

Uno e mezzo o tre, cinque oppure sette

E via su questa linea, la scelta li consente

 

Gli effetti canterini, arrivano in mezz’ora

Con sensazioni gioia, incanto che visiona

Lo stato dell’ebbrezza, riflette il precedente

Durante la raccolta, con balli di scoperte

 

Se la raccolta fai, in compagnia d’un canto

La stessa melodia, uscirà dal nostro labbro

Si avverte desiderio, di muoversi e danzare

Più moduli di danza, si lascian modellare

 

L’assumono sciamani, per forza di visione

Preparano se stessi, prima di assunzione

In modo rituale, poi fan richieste al fungo

Avranno poi responso, dall’amico muko

 

Le visioni indotte, guidan lo sciamano

Nelle guarigioni, che aiutano pian piano

Anche in cerimonie, e per trovare i ladri

Fare previsioni, per figli e per i padri

 

L’effetto può durare, anche alcuni giorni

In cerimonia batte, continuo sul tamburo

Con foga salti e danze, poi col ritmo lento

Segue melodia, del muko suo portento

 

Segue giorno e notte, al centro della tenda

In compagnia di amici, e Spiriti Antenati

Cerca la sua via, per sé e per il suo clan

Attorno al fuoco sacro, gruppo può curar

 

Fungo Amàn muscaria, ama pur l’Italia

Molti contadini, conoscono da sempre

Mangiata in alimento, in tempi di più crisi

Previà preparazione, per toglierne i principi

 

Agarico raccolto, giù nel tardo autunno

Messo poi a purgare, in bacinelle d’acqua

Che viene ricambiata, nei dieci giorni tutti

Ammannito è infine, come tutti i frutti

 

Tutti i villici, della tosco-ligure riviera

Lo preferiscono, come fungo di conserva

Usavano cibarsi, del tenero ovo bello

Togliendogli la manta, rossa del cappello

 

Mangiato pare buono, come cesarèa

Specie se stagione, avrà fredda livrea

Consuman conservato, bollito sotto sale

Tengono per sè, e famiglia a consumare

 

Venduti son porcini, alla piazza di Firenze

Per sè non rimaneva, che tenero ovolaccio

Mai vi fu un decesso, sebbene è denigrato

Raccolt a maggio ottobre, la su Garda lago

 

Ricorda il Mantegazza, nel milleotto e 71

Sempre noi studiato, l’abbiam come veleno

Eppur com’alimento, nervino inebriamento

Salvò la vita pure, nei campi internamento

 

L'ebbrezza non è vizio, oppure una partita

È gioia che vivifica, e ritempra la tua vita

Degli alimen nervosi, nuov’uso crescerà

Finché la terra l’uomo, ancor calpesterà

 

“Agarico Moscario, è bello a più non posso

Ha zucchero in granelli, sul cappello rosso

Lo chiamano dorata, tignosa o mattacchion Bianco ovolo di cocca, fratel del Cesarion

 

Terrestre e solitario, delle ombrose selve

All'uggia di aghifoglie, ama pur le querce

In luoghi pure aperti, vegeta da estate

Fin a tard’autunno, lontano dalle strade

 

Il nostro agarico, produce ebbrezza

Eguale al vino che, spesso va in rincari

A causa delle vigne, uccise dagli insetti

Come Fillossera, o Perònspora funghetti

 

In Liguria i contadini, nelle Cinque Terre

Provano l’ebbrezza, a vincer depressione

Ben sappia chi ha paura, dei principi attivi

Si espellono da sè, in diurèsi da sportivi

 

Chiediamo che igienisti, insegnino il valore

Del fungo alimentare, al popolo in bisogno

I medici fan prove, per vincer depressione

Il popolo ha bisogno, di funghi e di calore

 

Bastan due piccini, a dare una svinazio

Purchè sian trangugiati, senza masticazio

Centocinquanta grammi, pesa un ordinario

Qui calcola Batista, gran medico italiano

 

1 grammo funghi secchi, sta 22 di freschi

Varia le tue dosi, da dieci a centotrenta

In un solo giorno, duecento per chi è duro

Chi esagera di più, calmate col vin puro

 

Contadin di quarant'anni, molto robusto

A mezzodì d’ottobre, dopo la minestra

Mangia duecen grammi, d’agarico recente

Fritto con il burro, poi riposa e attende

 

Dopo una mezz'ora, vertigine da vino

Sente su arrivar, si sdraia calmo al suolo

Per un paio d'ore, ha immagini svariate

Là davanti agli occhi, allegre e pure vaghe

 

Vive suoi fantasmi, poi s’alza grida e canta

Schiamazza in movimenti, isterici portenti

Sempre tal paziente, quando molto vuole

Può tenere in sesto, suo cervello e cuore

 

Dopo cinque ore, è ubriaco ma sta bene

Mentre i suoi parenti, un emetico gli danno

Vomita un pochino, sempre pien di gioia

Ride e fa schiamazzi, alle 9 s'addormenta

 

Ben dorme di filata, tutta una nottata

A mattina mi racconta, d’aver goduto assai

Come mai quel giorno, tristezz era passata

Felice m'insegnò, che fungo è un toccasana

 

Un’altro giorn invece, mangia quello fresco

Masticando molto, due grammi la mattina

Seguono altri due, il giorno ben si sente

Infine tre e ancor tre, benessere s’estende

 

L’umore è calmo gaio, limpido il pensiero

Sensazioni in luce, lavora e parla allegro

Pranza in appetito, poi ride fa schiamazzo

Con muscoli erculèi, lavora con sollazzo

 

Poi visita ammalato, diviene quindi serio

Uscito poi riprende, a ridere e a vociare

Normal temperatura, con pupille dilatate

Normale il suo respiro, guance accalorate

 

Alle nove d'un tratto, ogni sintomo taceva

Giorno dopo ancora, allegria ben resisteva

Batista ora descrive, una prova sulle donne

Che soffron depressione, dolori tipo doglie

 

Gentile signorina, che è solita ber vino

Ventotto anni e sana, con corpo gracilino

Ingoia ben due grammi, d’agarico seccato

Fa colazione a pane, nel cappuccino alato

 

Poi vengono i tremori, di correr tien voglia

Ha lievi capogiri, balbuzie e rosso in volto

vertigine vuol pianger, perde la vergogna

Tutto poi le passa, emerge ciò che agogna

 

Dop un paio d’ore, prende altri 2 grammi

Con acqua accompagnati, inizia a fare salti

Crede d’esser brilla, come se ha bevuto

Dice che negli occhi, ciò è ben conosciuto

 

Comica scollaccia, e deplora l’imbarazzo

Recita alla piazza, e grida a squarciagola

Sgridata sta a suo posto, poi mi fa osservar

Ripete ch'è ubriaca, e gran bene le può far

 

All’una par s’acquieta, quindi s'addormenta

Ma prima delle due, nervosa si ridesta

Torna far schiamazzi, salti e dir scemenze

Con libertà fa scherzi, senza interferenze

 

Sonnecchia e poi ripiglia, a dare simpatia

Poi pranza frugalmente, e i sintomi van via allegra in gran piacere, resta fin le sette

Prova un pò vergogna, al mattin seguente

 

Signorin due Rovellasca, vent’anni robusta

Tre grammi del secco, misti a zabaglione

Fa delle confessioni, senza alcun pudore

Solleva la legna, con forza e con amore

 

L’orina guarda e dice, ho tentazione a berla

Passa una serata, allegra e mi ringrazia

Al mattin seguente, serba un buon ricordo

L'allegria rimane, e perdura tutto il giorno

 

Murator di Rovellasca, tiene trent’otto anni

Da sei mesi è preda, di profon malinconia

Prostrato da più lutti, decide di provare

Ingoia un grammo secco, poi va continuare

 

La cura dura e dura, per una settimana

Ma già dopo due ore, arriva il buon umore

Comincia lui a provar, benessere ed affetto

Torna alla famiglia, allontana ogni sospetto

 

Dichiara di sentirsi, l'uomo di una volta

Mi assicura che, le idee ben fanno svolta

Il polso ora gli prendo, è più fortificato

Dopo dieci giorni, perdura questo stato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

come Yanomami, in Amazzonia grande

(a Padre Luigi Cocco e gli indios dell’Amazzonia)

 

- sapo dei Matses

 

Giunser yanomami, ven mil’anni or sono

dall’Asia manciuriana, dal passo siberiano

Con altre popolazio, migrarono d’intorno

Pragmatici creativi, creano loro mondo

 

Imitando gli animali, scopriron nuovi cibi

Tra di essi quello base, divenne la manioca

Il dono dell’epena, piumaggio sulla faccia

Poi collezion veleni, e l’arte della caccia

 

L’indios conoscenza, evolve progressiva

Già il bambino inizia, ad ascoltar la madre

Di giorno e pur notte, legato a lei vivendo

Prim come lattante, imita apprendendo

 

Ciò che fa la madre, e nonni biblioteche

Dan la continuità, qual lor sopravvivenza

Trasmettono a dovere, tutto il lor sapere

Miti e tradizioni, e ciò che può accadere

 

Tra fiume e foresta, amore fanno bello

S’accoppiano d’istinto, avvinti dalla terra

Bagnano nel fiume, poi escono parlando Affetto e desiderio, trasmettono guardando

 

Ai bimbi è permesso, osservare ascoltare

Qualunque discorso, si va a conversare

Non esistono limiti, a natural curiosità

Dei bimbi gioiello, dell’inter comunità

 

Privi di strumenti, di tipo musicali

Usano i rumori, umani ed ambientali

La nota prediletta, pare sia la pioggia

Credon dal mare, mond’intero sboccia

 

Il tempio è la foresta, oracolo di vita

Le meteo previsioni, accurate dei pagè

Annunciano l'arrivo, di piogge o siccità

Tempeste e vari eventi, più calamità

 

Lor numerazione, da uno ferma al tre[9]

Uguale alla cinese, concenzion del Tao

l'Un produsse il due, due produsse il tre

La moltitudin poi, segue il numer tre

 

Eccelle arte plumaria, taglio delle piume

Ornamenti al capo, braccia orecchie e viso

Linguaggio singolare, ruolo oppur casato

Tucani e pappagalli, allevano a mercato

 

Fiori della selva, profumano le donne

Curan malattie, con tuberi e più foglie

Sfregan sulla cute, per reumi e parassiti

Ferite spennellate, al sol dan cicatrici

 

Diventano di tutti, presso i vincitori

Le donne catturate, al nemì sconfitto

Sfogo degli istinti, stimola la guerra

In var comunità, presenti sulla terra

 

Amicizia alleanza, preserva comunità

Dal mal decadimento, e cur le malattie

Necessita entrare, in contatto con natura

Ecco gli hekurà, o ponte infrastruttura

 

Spiriti immortali, invocati a interferire

Nelle uman faccende, nuocere ai nemici

Abitano i monti, i dirupi o il petto d’uomo

L’invocano i pagé, per medicin del luogo

 

Son spirito giaguaro, tapiro o d’anaconda

Dell'armadil gigante, o scimmia marimonda

Dell'ara e pappagallo, tucano e tartaruga

Giaguaro sopra tutti, l’altri mette in fuga

 

Hekurà maschili, sposati a bel fanciulle

Di giovinezza eterna, aiutan caccia e cura

Invoca i femminili, per parto e per travaglio

E spiriti di piante, per cibo e semin spaglio

 

Rapporto uomo-pianta, cicla l’un nell'altra

Hekurà del clima, del vento tuono e sabbie

Lavoran su dal cielo, diversi indipendenti

Fausti oppur’infausti, cagionan ricorrenti

 

Li possono invocare, i pagé duran sedute

Con piante di potere, tra polver d’epenà[10]

L’epenà accompagna, yanomami loro sorte

Per fare i loro riti, e dar coraggio in lotte

 

 

 

yanomami nel ritò dell’epenà

 

Provoca l’ebbrezza, eccesso dà incoscienza

Un estasi di gruppo, dà agli uomini maturi

Assunta in solitaria, o a risolvere contese

In colloqui ritmati, raggiunte son l’intese

[11]

Un di fronte all'altro, stan uomini diversi

Stringono alleanze, scambiano gli oggetti

Organizzano battute, di caccia oppure festa

Quan celebrano i morti, riordinan la testa

 

Endocanniba riti, onor memoria morti

Dando loro pace, con canti e danze forti

Cerimonie di preghiera, o feste collettive

Per maturazio frutti, cereali oppure sfide

 

Donne affaccendate, son poco interessate

Giocano i bambini, con archi frecce e cani

Adulti in pennichella, sull’amaca dondòl

Presenza dei pagé, dà sicurezza indòl

 

I Pagè sono richiesti, per gran necessità

Duran le malattie, guerre oppure tempeste

Un esser superiore, è Yaru ovvero il tuono

Terrore loro dà, se romba col suo suono

 

Il cielo si scurisce, con vortici di vento

Ululano i cani, si sollevan le capanne

Pagé riuniti in piazza, iniziano il rituale

Per vincere paura, di pioggia torrenziale

 

Duran la loro ebbrezza, cantano poesie

Imitano il passo, cinghiale oppur giaguaro

Lacrime e saliva, più tosse e irritazione

Gran senso di calore, inizia la visione

 

Visioni d’epenà, nel mondo di poesia

In estasi di volo, camminano col Sole

Cammino della Luna, vola sui nemici

Propizia le battute, di caccia e vari cibi

 

L’Indio è trasportato, nel mitico reame

Cambia corpo e mente, unisce alla foresta

Or cantano i pagé, e dialogan danzando

Imitan gli uccelli, e il giaguar felpando

 

Seduti a terra, s’abbracciano due a due

Sussurrano storielle, miti a bassa voce 

Pilastro di cultura, che porta a rievocar

Battaglie d’antenati, ed effè collateral

 

Elogio di epenà, pur Padre Cocco fà

Alcolismo e droghe, riesce a contrastar

Comporta tosse e sputi, novizi a vomitare

Porta a far sberleffi, leggero scimmiottare

 

Non porta assuefazione, o crisi d’astinenza

Usata nel rituale, ha sociale conseguenza

Supporta nella fame, a scopo preventivo

Porta a costruire, sciabono collettivo

 

La lor letteratura, è grazie all’epenà

È psichica evasione, o lor televisione

Dà loro l’equilibrio, mentale sia sociale

Realizza poi unione, col trascendentale

[12]

Epena scalda dentro, libra la materia

Mentre luce scende, inverso fuoco sale

Fa d'asse che collega, i paralleli mondi

Pagè sa come fare, ad attivare i ponti

 

Rafforza nel bisogno, cura l’ammalati

Compie pur magie, a danno dei nemici

Interpreta presagi, e i sogni dei presenti

Scopre furti e vede, d’uomini gli intenti

 

Padre buon che lega, assiem comunità

Mistico e poeta, psicopompo e sacerdote

Comunica coi morti, suoi demoni non teme

L'estasi conosce, e la stimola in chi freme

 

Veggente e sognatore, molto guaritore

Moltiplica raccolti, pioggia e selvaggina

Dirige canti e danze, alle feste dei mariti

Facilita i neonati, organizza nenie riti

 

Sapori vien chiamato, lo yanomam Pagè

Là nel Venezuela, sull’acque d’Orinoco

Mentre nel Brasile, vien detto l’Hekurà

Presso i fium Macava, Siapa e Maragià

 

Nuoce oppure cura, potere è ambivalente

Canta sbuffa e grida, risucchia e sputa via

Colloquia oppur combatte, fin a sfinimento

Rantola per terra, e cambia atteggiamento

 

L’atteggiamen teatrale, divor’ogni tensione

Passano in rassegna, antenati e narrazione

L'esaltazion di gruppo, visibili or li rende

Poter di guarigione, tutti può sottender

 

Nei villaggi yanomami, molti son pagé

A volte quasi tutti, gli uomini più adulti

A seguito d’un sogno, o caccia in solitaria

Senton la chiamata, e lo spirito va in aria

[13]

 Duran l’iniziazione, detta thaamamou

S’adorna e si dipinge, con cura l'aspirante

Astien da cibo e sesso, inizia epena viaggio

Fa vita dura un mese, isolato dal villaggio

 

Avrà una zucca d'acqua, legna per il fuoco

Un'amaca per letto e il suono di quel luogo

Tutori pres epena, l’imboccano uno a volta

Invocan gli hekurà in petto aprir sua porta

 

Ballando e cantando, l’arrivo poi mimando

Femmina del rospo, invocano se ha febbre

Debol per la fame, confuso o spaventato

Scappa ora in foresta, tutto frastornato

 

Privo delle forze, oppur di conoscenza

Sbavando e vomitando, si rotola su terra

Anche se non scappa, è preda d’emozioni

Intense dell’ignoto, e accede alle visioni

 

Lunga iniziazione, intensa è l’esperienza

I sol riferimenti, a sensazion che incombe

Son belle ed incessanti, le nenie dei tutori

Tutt’attorno a lui, hekurà cantàno in fiori

 

Sfilano man mano, presentano se stessi

Son come dei neonati, pronti ad abitarlo

Mentre lui ripete, e si sforza a contattar

Invita gli hekurà, al suo petto dimorar

 

Dopo iniziazione, gradual ritornerà

Integrato qual pagé, sarà in comunità

Inalar col mokohiro, potrà e poi canterà

Fermo o deambulando, ogni suo hekurà

 

Successivamente, prosegue formazione

Aumentano col tempo, hekura d’adozione

Per spaventar nemici, di notte or canterà

Con voce vigorosa, e non più vomiterà

 

Febbre e raffreddori, diarree lui curerà

Eccessi sesso e cibo, e gli sforzi eviterà

In acqua non s’immerge, usa precauzione

Simil donna in cinta, d’hekur fa gestazione

 

Per essere pajè, beve àcqua da cascata

Avverte pian cantare, sonora bassa voce

Segue ad alta voce, ripete ciò che sente

Fuori e dentro l’eco, è suono ricorrente

 

Mistica iniziazio, raggiunge col digiuno

Difficil sacrificio, fa in lungo isolamento

Invita gli hekurà, a far sfrenate danze

Grazie alle parate, canti e le sostanze

 

Mi trovan gli hekurà, giorno di silenzio

Lor figlia s’avvicina, danzando verso me

Mi fa cadere a terra, m’apre gola e petto

Sangue mio pulisce, morto steso a letto

 

Strappa la mia lingua, mette le sue penne

Sento quel che canta, la figlia di hekurà

Per aiutar le donne, durante il loro parto

Invoco io tapiro, grazie al nuovo canto

 

Arari è ucello ara, armadillo è Wakariwe

Hekur dell'anaconda, ha nom Waikugnariwe

Lui con tremenda forza, gli alberi sorregge

Durante le bufere, poi ragno tel distende

 

Presso yanornami, la luna è un antenato

C’andiam con l’epena, e gl’USA con l’Apollo

Noi da lì veniamo, qui al mondo manifesto

Li poi ritorniamo, mutan forma e contesto

 

Peripòri hekur di luna, il sole è Motokari

Banana è Kurateyo, Magnebita ai tucani

Scimmia è Pascioniwe, giaguaro è Irariwe

Kumar pappagallino, caimano sia Wariwe

 

Il tuono è Taumiriwe, il vento è Watoriwe

Poter d’ogni pagé, vien da calore intento

Fuoco interno sale, al mondo spirituale

Se epena brucia dentro, vita a generare

 

Dominar il fuoco, collega al mondo sogno

La danza è susseguirsi, di voci di animali

In disordine mentale, pagè compare morto

Purifica col ritmo, e infin torna risorto

 

Il canto del suo volo, viene da lontano

Con l’ali del pensiero, sangue sovrumano

Il viaggio sarà lungo, un zigzag cadenzato

Su scala immaginaria, fumo o palo alzato

 

Con ritmi ripetuti, monotoni e sfibranti

Turbina energie, sul palco e tra gli astanti

Il fuoco nell’attore, in ascoltator stupore

Fa canti del giaguaro, a vincere terrore

 

Mantiene la cultura, in clima d’ipnosi

Rivivon le credenze, d’origini del clan

Rito è imago gioco, fantastico racconto

Che incide su memoria, tradizio resoconto

 

Usà fumo tabacco, con foglie fa sventaglio

Il fuoco col calore, nel quarzo fa signore

Intravede ora il pagé, ci spiega le visioni

Cerca le risposte, in canti e invocazioni

 

Aspira l'epenà, e lo invasano hekurà

Dipinto con disegni, tatuati col carbone

Chiede d’incarnar, serpente o scimmiottino

Per salire al cielo, a recuperar bambino

 

Cammina ora pagé, avant’indietro và

Guarda nel malato, sull’amaca disteso

Urla più minacce, a uno spirito ribelle

Insediatosi nel corpo, sotto la sua pelle

 

Gli intima la fuga, sennò lo taglia a pezzi

Che buttera nel fuoco, senza troppi mezzi

Con sapienti tocchi, massaggia il paziente

Spinge con le mani, l’hekurà incosciente

 

Verso estremità, testa, mani o piedi

Al fin succhiarlo via, da corpo del malato

Stremato cade a terra, varie varie volte

Amici e conoscenti, rianiman più forte

 

Spruzzano dell'acqua, su viso battagliero

Lo incìtano a riprender, la cura del foriero

Rialza e inala epena, riprende a dialogar

Con l’hekurà s’infuria, sputa a vomitar

 

Per gravi malattie, tregua lui non dà

Al povero paziente, né giorno né di notte

Suo intervento poi, ne accelera la morte

In casi terminali, abbrevia dolor sorte

 

Convincere il malato, è l’arte del pagé

Vincer le intrusioni, ovver guarire da sé

A prendere l’aiuta, in mano la sua sorte

Con immaginazione, lo fa sentire forte

 

Lo yanomam pagé, gran poeta attore

Quando si prepara, all’estatica seduta

Chiama gli ausiliari, spiriti di hekura

Parla agli animali, lui imita natura

 

Ora gli hekurà, dimorano suo corpo

Grida urla e implora, muovesi contorto

Parla con la voce, dell’hekurà presente

Doppio uccider può, lui è ambivalente

 

Pagè nel pomeriggio, dopo l’assunzione

Con versi degli uccelli, fà pure la lezione

Passa il suo sapere, ad astanti interessati

Con narrazion di miti, vissuti e riattuati

 

Ratto delle donne, episodi di guerrieri

Fughe la in foresta, di fronte a epidemie

Fondar nuove colonie, andar peregrinado

Tal scuola della vita, distende ricreando

 

Tutti già conoscon, la trama del racconto

Vedono commossi, commentan ogni punto

Si crea complicità, tra page e suoi astanti

Esplode meraviglia, e ilarità costanti

 

Dipinto corpo nudo, sfondo della selva

Rivela la bellezza, dell’hekurà che serba

Soltanto vita sana, mantiene gli hekurà

Radici di cultura, millenni a perdurar

 

Piangon gli hekurà, alla morte del pagè

Lasciano suo corpo, quando è moribondo

Mentre se ne vanno, il cielo divien scuro

Piove tuona e scaglia, folgori con fumo

 

Danze in frenesia, attorno a moribondo

Fratèl tutti lo chiaman, figlio e pur papà

Gli mostrano gli oggetti, di sua proprietà

Imprecano gridando, la sorte che verrà

 

Acqua a inumidire, e tabacco tra le labbra

Piangon a dirotto, donne e maschi insieme

Cadaver è abbellito, con piume di sparviero

Dipinto poi di rosso, su pira e fuoco vero

 

Da varie abitazioni, tizzoni s’accatastan

Su legna incenerisce, l'amaca col corpo

Acre odore e fumo, di color grigiastro

Unisce al crepitio, d’interiora strazio

 

Parenti danno vita, ora strazianti balli

Lanciano sul fuoco, le frecce sue faretre

Ceste ed altre cose, oggetti del defunto

Esprimono il dolore, senza disappunto

 

Dopo qualche ora, è cadaver consumato

La cener raffreddata, raccolta con le ossa

Entro d’una cesta, son prese dai parenti

Saranno consumate, in rituali ricorrenti

 

Morte yanomami, evento di passaggio

Lascia ai discendenti, le cener delle ossa

Per far la comunione, osteofagico rituale

A superar paure, e far l’anima librare

[14]

Ogni yanomami, due anime possiede

La prima è nobolebe, o nuvola di fumo

Al momen di morte, dal corpo si solleva

Duran la cremazione, verso il cielo leva

 

Anima che umana, bimbo non possiede

I non bruciati morti, e ossa non mangiate

Così pure i dispersi, e gli uccisi dalle fiere

Errano in foresta, soli oppure a schiere

 

Altr’anima è monise, detta anima ombra

Duran tua vita alberga, nel totem animale

In aquila o giaguaro, o in ragno a dimorare

Uccide yanomami, se uccidi un animale

[15]

L'animal-totem, che porta anima d’ombra

Non va nel territorio, del cacciatore figlio

Uccidi gli animali, e uccidi i tuoi nemici

Caccia e guerra sono, similari offici

 

Duran la cremazione, s’uniscono le due

L’ombra ovver di sogno, l’altra è la vitale

Nell'altro mondo vanno, da Wadawadana

Giudice dei morti, che smista la fiumana

 

È giaguar vorace, mangia molta carne

Nello sciabon cercava, girava casa a casa

Rubava cacciagione, e cruda la mangiava 

Yoawe scopre un dì, l’epena che fiutava

 

Vennero hekurà, a frotte verso lui

Divenne gran pagé, ebbe suo potere

Si mise a far l'amore, e odore vaginale

Fuggì tutt hekurà, lui smise di cantare

 

Il vento soffiò forte, altrà epenà inalò

Scopre coi compagni, causa di tempesta

Cantàr or ricompone, ritornan gli hekùra

Il vento ora si calma, folgore spegnerà

 

- sapo dei Matses

Lungo Rio Galvez, Brasil Perù amazzonia

Terra di caimani, serpenti e pur giaguari

Malaria e febbre gialla, parte di quel ciclo

Vivono i Matses, fier del mon contiguo

 

Cacciator-raccoglitor, migliori d’Amazzonia

Fieri indipendenti, si muovon com il vento

Fanno palafitte, che pioggia spesso inonda

Duran stagione propria, in tropicale ronda

 

Caldo e appiccicoso, umido è l’ambiente

Coltivano la yucca, zucchero e banane

Per poter cacciare, devon comunicare

Con spiriti di piante, come di animale

 

Pablo è uno sciamano, capo di villaggio

Fatto da due mogli, assieme coi suoi figli

Dorme con le piante, e sogna il loro uso

Si da poter scoprire, lor curativo infuso

 

Gli spiriti di piante, confidano i segreti

Se a genio tu gli vai, fuor di libri appresi

Mezzo caccia e pesca, e medicin umana

È il secreto sapo, da un arborea rana

 

Polvere nù-nù, verde e visionaria

Foglie di tabacco, con cener mescolata[16]

O con la corteccia, dell’albero macambo

Al tramonto infuoca, cielo a tutto campo

 

Cercano uno spazio, ai margin di foresta

Danno inizio al rito, del sapo come festa

Grattan bastoncino, su cui è depositato

Mescolan saliva, e un braccio è ustionato

 

La pelle vien spellata, da ramoscel rovente

E il sapo liquefatto, è applicato sulla piaga

L’ustionata zona, è ugual capocchia spillo

Corpo arde a scaldarsi, suda fa zampillo

 

Brucia dall’interno, cuor martella e corre

Ogni vena e arteria, si sente aprir nel corpo

Per permetter corsa, al sangue burrascoso

Vulcan s’è ridestato, corpo erutta acquoso

 

Van fuor di controllo, funzioni corporali

Sbavare e lacrimare, orinare e defecare

Sommerg’ogni rumor, la corsa martellante

Sangue accelerato, dolor divienta grande

 

Desideran morire, respirano affannosi

Lo stomaco tien crampi, e inizia a vomita

Poi tutto affievolisce, esausto cade al suolo

Perde conoscenza, risveglia qual dio tuono

 

La forza muscolare, erculea in ogni posto

Visione approfondita, nel buio senza sforzo

Sopporta senza cibo, a rincorrer gli animali

Per vari giorni vede, ha intuito magistrali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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