Kariri do Sertão, Torè e vino Jurema
Konso e Wirarìka, in sussistenza agraria
Semina-raccolto, di mais Hikuri azzurro
Sardi e Latini, gran legumi dappertutto
sommario quartine


  a

Konso e Wirarìka, in sussistenza agraria

  b

semina-raccolto, di mais hikuri azzurro
(mito raccolto da Marino Benzi)

  c

Sardi e Latini, gran legumi dappertutto

  d

... Sardi e Latini, graminace e legumi

 

 

I Konso contadini, portan la terra in loco

In lor terrazzamenti, entro muretti in gioco

Gli steli mais e sorgo, dopo raccol di spighe

Tagliati son disposti, a fasci messi in righe

[1]

Muri a secco Konso, interrompono corrente

Di fiumi assai veloci, e permetton sedimenti

di materie trasportate, nei giardini terrazzati

che annaffiano d’estate, orti ormai assetati

[2]

Legumi di ogni tipo, cereali sorgo e miglio

Il mais dove c’è l’acqua, assiem kat e caffè

Poi i tuberi preziosi, permetton sussistenza

In caso siccità, manioca è new presenza

 

Avvien la sussistenza, prima d’altra piena

Ch  spazzerà via tutto, il lavoro a canti lena

In canali fra terrazze, dirottan acqua eccesso

per uomini e animali, son pure vie d’accesso

[3]

Donne fan corvèe, marciando di fra i pozzi

Ogni sorgente ha un Ela, ch’abita e protegge

Che a una famiglia umana, concede dialogare

Inquinamenti e abusi, denuncia e fan pagare

[4]

Wiràrika o Huichole, o indio della Sierra

Tra gole aridi piani, arrangian loro festa

2 son le stagioni, la secca e quel di piogge

Adoran molti Dei, nuove e antiche fogge

 

Derivan loro storia, da nomadi alla caccia

Cervo lor emblema, s’accosta a trina faccia

Poi Ikuri del deserto, a sfuggir nemici assai

Li stanzia in nuove terre, e li sposa al Mais

 

Insegna a loro guide, a far pellegrinaggio

Ogn’anno a Wirikòta, a rinnovar passaggio

La caccia a hikuri cervo, rinnova mais e fior

Con riti a garantire, ogni cambio di stagion

 

Fratello Kauyumàri, ci guidi e fai sciamani

Insegnaci altro canto, a curarci oggi e domani

Fuor lusso e depressioni, pronti a sussistenza

Rinnova la memoria, e insegnaci a far festa

[5]

La casa è pietra e paglia, la porta è piccolina

Al centro è il focolare, con stuoia a lei vicina

Un piatto in terracotta, per cuocere tortillas

Polenta e fagottini, e zucche per stoviglia

 

L’indio Huatakàme, ci insegna a coltivare

Mais bimbe divine, tra sterpi da spiazzare

Dividi campo a croce, a debbio centro e lati

Azzurro Mais al centro, gli altri ai cardinali

 

La coltura a Debbio (incendio che libera il terreno dal soprassuolo spontaneo), è agricoltura di rapina o pratica di sfruttamento sostenibile delle risorse naturali. I Maya applicavano una rotazione colturale che prevedeva la coltivazione degli appezzamenti sottratti alla foresta pluviale ad intervalli di pochi anni, al termine dei quale gli appezzamenti venivano restituiti alla foresta e spostati in altre aree. Questa pratica, permette di ridurre l'impatto del debbio sulla produttività dell'ecosistema fornendo, al contempo, terreni costantemente fertili per l'agricoltura.

Yanomami e altri popoli nativi , applicano il debbio ogni 2 anni allo scopo di reintegrare in forma minerale parte dei nutrimenti immobilizzati. Negli ambienti tropicali soggetti ad elevata piovosità, costante o stagionale, i suoli sono sterili e la conservazione degli elementi nutritivi è garantita dall'immobilizzazione nella biomassa vivente. I resti degli animali e dei vegetali morti sono soggetti a rapida decomposizione e mineralizzazione e gli elementi nutritivi sono prontamente reintegrati dall'organicazione grazie alla biocenosi autotrofa. L'incendio, evento a forte impatto, agisce riducendo drasticamente la popolazione degli organismi autotrofi, e nel contempo, lasciando nel terreno una quantità eccessiva di elementi minerali. Il risultato è un temporaneo innalzamento della fertilità chimica del suolo che il dilavamento prodotto dalle piogge tropicali, nel tempo, sottrae all'ecosistema riducendone la potenziale produttività. Nei clima freddo-umido su terreni torbosi dove il tasso di mineralizzazione della sostanza organica è molto basso e gli elementi nutritivi tendono ad accumularsi nella sostanza organica indecomposta, il debbio allora, ottiene il risultato di ridurre la sostanza organica e mobilizzare gli elementi nutritivi rendendoli in forma minerale disponibile alle piante. Negli ambienti mediterranei come Sardegna e Grecia, l'incendio dei pascoli (sfruttato a cicli di quattro anni) ha lo scopo di arricchire la percentuale di copertura in leguminose per aumentare il tenor proteico dell'erba pascolata e limitare gli effetti negativi dell'interramento di residui colturali ad alto rapporto carbonio/azoto. Le leguminose foraggio spontanee, (mediche annuali e trifogli) producono spesso un'elevata percentuale di semi duri, il cui fine biologico è garantire la sopravvivenza della specie e una pronta copertura dopo il passaggio di un incendio. Questi semi restano in dormienza per un numero indefinito di anni, finché non sono sottoposti all'azione dell'alta temperatura. Le leguminose soffrono la competizione delle graminacee, i cui ritmi di accrescimento e di diffusione sono più intensi in aree difficili come le steppe e praterie delle regioni tropicali e subtropicali a piovosità stagionale. Il passaggio di un incendio provoca un temporaneo vantaggio per le leguminose, in grado di esprimere il loro potenziale riproduttivo, a scapito delle graminacee. Dopo i primi anni, la competizione tende a riequilibrare la composizione floristica a favore delle graminacee e delle composite, perciò si rende necessario il ritorno dell'incendio. L'incendio dei residui colturali invece, ha scopo fertilizzante dove la massa organica residua ha un rapporto carbonio azoto eccessivamente alto, per cui la biomassa tende ad accumularsi nel terreno in forma indecomposta come nel caso della paglia dei cereali, degli stocchi del mais, dei residui di potatura. Una parte del materiale organico viene umificato sfruttando l'azoto minerale presente nel terreno e ciò comporta una riduzione temporanea dell'azoto prontamente disponibile a scapito della coltura in successione. tale inconveniente giustifica la fama di coltura depauperante attribuita ai cereali. Il debbio è usato pur come pratica fitoiatrica, per l'eliminazione di organismi nocivi alle colture, presenti in residui o in strati superficiali del terreno come forme quiescenti (spore, uova, pupe)

 

 

 


[1] I Konso alle pendici meridionali dell’altipiano etiopico, sviluppano un agricoltura di sussistenza sui terreni ricavati, mediante terrazzamenti,dai fianchi scoscesi delle colline. L’integrazione col bestiame allevato in stalla, fornisce loro il necessario letame acceleratore. Qui la variabilità climatica è tale che qualsiasi regola fissa per l’agricoltura diviene inutile e controproducente. Solo un modello fluttuante dà frutti e permette di sopravvivere. Neanche l’imperatore Menelik riuscì a imporre l’aratro di legno tirato da buoi poiché ciò produceva il crollo dei muretti, la perdita del terreno e la carestia. La costante cura permette a tali strutture a secco di sopravvivere e funzionare nel momento del bisogno; spesso i muretti cascano per mancanza di erbe (bruciate dal sole in regioni aride) e radici in gradi di imbrigliare la terra; le radici dei cespugli che sopravvivono alla siccità, non bastano a trattenere tutto il fronte del muretto. Oggi il governo federale post Menghistu, permette ai villaggi di ristabilire il sistema tradiz. defraudato dei poteri autoctoni, nella conduzione della cosa pubblica, nonostante le rotture provocate dall’economia di consumo introdotta a forza dall’esterno. Le credenze negli Spiriti delle acque si perdono e l’acquedotto cittadino non paga del prezzo. L’acqua di ogni polla e fonte è preziosa e gli spiriti son ancora lì a regolarne il flusso in base alla preziosità della devozione che parla al mormorio delle loro acque.

 

[2] Dove il terreno è alluvionale e non vi sono sassi, il contadin Konso, pone steli di mais a monte dei muretti e vi sparge sopra terra per farne collinette ed innalzare il livello d’acqua nel terrazzamento, mentre nella sabbia dei torrenti, pianta rami per consolidare un argine temporaneo che convogli una parte d’acqua verso una chiusa in pietra che regola la portata: quando il terrazzamento è riempito, la chiusa viene sbarrata con fango, sterpi e sassi in modo che il livello d’acqua non salga sino a livelli che comprometterebbero la tenuta degli argini che lo delimitano. Ogni contadin conosce dove l’acqua si accumula e permette ad alcune piante di resistere a lungo. Inoltre, poiché l’esposizione al sole durante i periodi secchi renderebbe sterile il terreno, i Konso proteggono le plantule con alberi di alto fusto (oipatta) le cui radici consolidano terreno e muretti e le fogli sono usate come foraggio per gli animali da stalla.

Duran le stagione delle piogge si semina, il fogliame non viene tagliato e le plantule riescon sopravvivere perché ombreggiate. Superata la fase critica posson  spogliare gli alberi delle loro foglie a favore degli animali.

Il Ginepro d’alto fusto, delle foreste originarie, sopravvive protetto dalle famiglie capiclan, che lo tagliano solo per le cerimonie sacre.

[3] Qui l’acqua scorre impetuosa 1/2 ore dopo pioggia battente

 

[4] Per i Konso, acqua e divinità son circolari, loro Dio supremo è dispensatore d’acqua, cantato e invocato in canzoni e cerimonie, affinché doni l’acqua e appiani i conflitti tra gli abitanti sull’accesso alle risorse idriche.

Per ogni fonte esiste una famiglia custode che dialoga con lo spirito Ela (spirito protettore della sorgente), fuor d’ogni proprietà, essa ha compito di ascoltare le lamentele del folletto e riferirle alla comunità. Il modo di comunicazione è il sogno, di notte, dove il custode della fonte può ricevere la visita del folletto che ha urgenza di denunciare un abuso delle regole che gli uomini si sono imposte per convivere e ricevere il dono dell’acqua presso el loro abitazioni.

Gli spiriti hanno fobie tutte riconducibili all’inquinamento, così le scarpe, nessun che si avvicini all’acqua, può tenerle ai piedi. Se la famiglia trascura il rapporto con lo spirito dell’acqua, quello invia dei segnali come prosciugamento, alghe, cambio di colore, animali e insetti presso la fonte, al fine di avvisare il custode a rendersi disponibile a un contatto con lo spirito che gli comunicherà quale interdizione è stata infranta e come la comunità possa rientrare nelle grazie dello spirito. Se la comunità si mostra insensibile agli avvertimenti, appaiono le condanne su fanciulle e bimbe frequentatrici delle acque (annegamento ecc.), a volte ci si ribella allo Spirito gettando vecchie pignatte nella fonte affinché esso vada via e la smetta di esigere un prezzo: il conflitto con la comunità ha imposto allo spirito di andarsene, per trovarne un’altra più disponibile. Se l’Ela lascia la sede, la polla spesso si esaurisce o si sposta in altro villaggio il quale, per riconoscenza, gli darà lo stesso nome..

La fontana che ogni pochi anni rinasce in diversi luoghi, è detta dagli antichi latini, Fons Nemina, cioè anemine, non collocabile in alcun luogo preciso. Così è Turania, polla periodica, capace di comparire e scomparire, attenuarsi o crescere, durante la stessa giornata, indipendentemente dal meteo o flusso maree.

[5] Il pellegrinaggio dei Wiràrika alla ricerca della pianta della vita, ripete le gesta di Marra Kwarri, primo loro legislatore e guida. Il nostro-fratello-maggiore Tamàtz Kauyumàri ha dimora ai piedi del grande albero fiorito (Hikuri-Mais albero della vita) nella sacra Montagna del Sole. L’amaranto era il mais degli antenati. Sotto forma di ghirlande di fiori e vortici d’aria, Dei e Dee si manifestano ai Wiràrika iniziati, essi hanno conservato l’agguerrita natura e insaziabile appetito delle antiche divinità dei cacciatori delle steppe; per nutrire, far crescere il mais e accordare abbondanti raccolti, reclamano sangue animale, hikurì, riti e feste. Hikuri, come i suoi cugini, è altamente sensibile alla musica e al ritmo, nell’atmosfera nel tokipa, satura di fumo e incenso, trova riuniti tutti gli elementi per poter manifestare le sue ipnotiche virtù. Il rustico oratorio è rischiarato dagli improvvisi bagliori delle fiamme che sembrano dirigere il carosello di ombre danzanti sul muretto circolare e fra i nodosi rami del soffitto di paglia, ciò è molto propizio all’estasi sciamanica, favorita dal costante consumo del medicinale

[7] Quando il fumo dei fuochi incontra il serbatoio delle nubi, allora cadono le prime piogge. Il mais prima della semina è asperso con acqua, i grani scelti, son seminati in spazio ritualmente delimitato, indirizzando preghiere, omaggi d’offerte, digiuno, sonagli, canti e musica ai numi tutelari del campicello, a pachamama e agli spiriti delle bimbe-mais, per aiutarne il misterioso risveglio come la nascita di un bimbo. Quan la pianta nutrice sboccia alla luce del giorno, è fragile e delicata, specie nei primi 5 giorni, la sua anima può venir ferita da vari nemici. Le bimbe-mais, allora, appaiono nei sogni dei nativi sotto vari nomi (nomi dati poi ai figli) e questi, trepidanti, seguono ogni fase dello loro sviluppo e le vedono con folte capigliature già adolescenti (pannocchie), entrare nei templi magazzino tokipa.

[8] Lophophora williamsii, piccolo cactus a forma di carota che cresce spontaneo lungo il Rio Grande, viene ingerito fresco od essiccato al sole (bottone). Masticato produce temporanea confusione, sinestesia, visioni e sensazioni cinestetiche sul senso della vita specie se in gruppi rituali. Dalla pianta è stata isolata la mescalina, principio attivo antipiretico, capace di abbassare le febbri

[9] INEYARÌ è la caccia, MARRA il cervo da sacrificare unito al mais, HIKÙ e il cervo celeste il cui cuore è HÏKURI cactus

[10] Una pentola di bronzo, rame o ferro, parzialmente riempita d’acqua e coperta da una pelle di daino tirato

[11] Molti canti sono privi di significato letterale

[12] Il Roadman espone le ragioni dell’incontro, cura di un malato, esequie od omaggi, nascita, nozze o altro evento di passaggio. Lui Possiede il sacchetto di incenso di cedro in polvere con 44 bottoni di peyote, accende le sigarette e il fumo sale trasportando i convenuti.

[13] lo spirito non è immaginario ma sentito in sinergia col tuo sentire. L’assunzione rituale porta la mente alla ricerca di una sospensione da ogni crudeltà della vita e visioni facilitan l’ingresso nel mondo senza tempo dove si può parlare con defunti e antenati vicini e lontani 

[14] dopo l’offerta rituale della medicina, il Capo della Via avvia il canto di mezzanotte, ogni partecipante che sente, canta 4 canti del peyote ispirati nelle precedenti sedute, così tutt’insieme, confondon le voci sin all’alba tra luci scoppiettanti e grida di animali lontani

[15] gli accessori, le regole e le strutture che verranno scelte saranno il risultato di due fattori: _risorse che può offrire l’ambiente locale, _ostacoli che si desidera rimuovere (blocchi emozionali, empatico-relazionali, paure individuali e condizionamenti socioeconomici). Le strategie consisteranno poi, nell’accettare tal strumenti e relative entità, distinguerli da altri possibili strumenti o vie; se efficaci, saranno poi codificate e protette da var lignaggi e tradizionalizzate

[16] Quanah Parker, dei comanche Kwahadi, nacque da Cinzia Ann Parker, prigioniera bianca. Eloquente e istruito indiano della riserva dell’Oklahoma, istituendo il culto del peyotl per la cura e il recupero dele identità culturali delle tribù delle pianure, sfidò i voleri e poteri delle organizzazioni Ecclesiastiche e delle Società Missionarie USA che pilotavano l'Ufficio per gli Affari Indiani

[17] nel 1869, Capelli Grigi, sciamano Paiute, rivelò l'avvento di un Messia indiano che avrebbe donato l'immortalità agli esseri umani cancellando ogni distinzione tra le razze in una cerimonia collettiva (danza degli spettri), durante la quale si entrava in trance e ciascuno poteva comunicare coi propri cari. Tale potere avrebbe protetto gli indiani da un imminente olocausto causato dai bianchi. John Slocum annuncio agli indiani d'essere morto e risorto, grazie alla devozione di sua moglie Mary che per tutto il periodo del suo coma, aveva danzato accanto a lui, cadendo preda di frequenti convulsioni e stati di trance. Nacque il movimento degli Shaker (i tremolanti) sincresi di tradizioni nord-indiane ed elementi cristiani. Nel 1890 Ghost Dance riprese slancio grazie a Wovoka, carismatico sciamano Piute, ma fu il pretesto per l'arresto, e poi la morte del capo hunkpapa Toro Seduto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Duran comunitaria, Festa dei Primi Frutti

Canta lo sciamano, leggèn di Watakàme

che incontra la Ragazza, del Mais-Azzurro

scoperta di pianta, che porta nuovo frutto

 

Tal mito Wiràrika, segna un passaggio

dalla nomade vita, allo stanziale villaggio

Watakàm cacciatore, è l’errante antenato

Del popol Huichole, che ad esso è rinato

 

I contadin della Sierra, seguono tuttora

I magi rituali, della Ragazza-Mais-Azzurro

Per semina e raccolto, del mais cibo base

Marino Benzi narra, il ciclo intera fase

 

Watakàme viveva, dentro una capanna

Sui fianchi soleggiati, d’una gran montagna

Insieme a una vedova, che l'aveva adottato

Nomade cacciatore, d’arco e frecce armato

 

Percorre ogni giorno, serpeggian sentieri

Fra le gole dei monti, a cercar selvaggina

Incontro un bel dì, una giovan forestiera

Riceve bevanda, in zucca ciotola piena

 

Bevilo sii sazio, è una Pianta della Vita!

Insieme genitori, io sto in Collina Azzurra

indomani Watakàme, prega aggiusta l'arco

con la faretra in spalla, va cercar incanto

 

Ai due lati sentiero, che saliva a zigzag

Sui declivi del colle, vede alber quà e là

E distese coltivate, di mais più differente

Sulla cima una casa, dal tetto spiovente

 

Watakàme osservò, con stupor le pianticelle

alla brezza della sera, giunse presso il rancho

gli venner incontro, gli anzian Signor del Mais

che gl’offrirono scodella, di buon bevanda sai

 

vorrei comprar, un po' del vò alimento...

ho solo per pagarvi, mazzetto di frammenti

di pino resinoso che uso a mo' di torcia

le notti buie assai, con arco alla tracolla”

 

il vecchio gli rispose “disseta alla sorgente”

e agitò lo scettro, di penne in sue casette

dove uscì ragazza, che venne lor incontro

Yoawìme Mais-Azzurro, nome tien da conto

 

seguir ti piace Figlia, tal giovan cacciatore?

Padre se tu lo vuoi, allor pur io lo vorrò 

Così che Watakàme, iniziò la nuova vita

Divin compagna inizia, il rude cacciatore

ai mister d'agricoltura, semin raccoglitore

 

Gli insegna preparare, atole bevanda mais

Con le gallè granturco, ovvero le tortillas

gli mostra ornamento, per case magazzino

e propiziar le sacre, pannocchie mais divino

 

Watakàme liberato, da nomade incertezza

Segue suoi consigli, e disbosca var pendii

con la sua scure in pietra, accende poi falò

nel centro dello spiazzo, dei punti cardinali

a ridur velocemente, in cenere i boscagli

 

con fertile tappeto, di cenere or è pronto

perfora Mais-Azzurro, il suol col suo bastone

depon granelli mais, in terra mentre invoca

benedizion di Gaia, per ogni seme ancora

 

Di lì a poco spuntavan, tener pianticelle

Wata ringrazia, Madre-Terra Sol e Fuoco

Assiem le capricciose, Divinità di Pioggia

affinchè proteggan, la pianta dal vento

da insidie invisibi, del tenebroso tempo

 

Al tempo raccolto, trasporta pannocchie

Nelle orator-casette, a mezzo mecapal

Una banda pelle posta, su fronte e spalle

su cui sospeso è, cesto in bambù canne

 

ma Watakàme infine, perse compagnia

di Mais azzurro pupa, e rimane contadino

che duro ancor lavora, con gesti e le parole

ciclo inter del Mais, la fame ancor rimuove

 

Rivivon l’epopea, antica di Huatakàme

Nei campicelli sparsi, sassosi con calcare

A Giugno prime piogge, semin si può fare

assiem fagioli e zucche, màis può legare

 

Un piccolo cratere, è a centro campicello

Raccoglie varie offerte, e sangue di animali

Con musiche più canti, rallegran gli antenati

Il fumo di sterpaglie, s’unisce a nubi strati

[7]

Santa Rosa Veracruz, è la madre del mais

Abbandon suo bimbo, che sarà il signore

Di forza della pioggia, tuono e dei serpenti

Protettor di terra, del cervo padre intendi

 

Dea Hatzimouika, tutelare del peyotl [8]

Stella del Mattino, dipinta nei suoi piedi

Peyote pur maschile, Tamaz Kallaumara

È cervo blu signore, li tra i Tarahumara

 

Cervo celestiale, è chiamato Káuyümari

sacerdote huicholes, sarà un Maràkame

Raccon di Káyümari, sviluppano l’huichole

L'anima del cactus, mette il vero in cuore

 

Káyümari col suo sangue, feconda la terra

da cui rinascerà, nel mais ovver granturco

Il cuore da cui sgorga, suo cibo della vita

Hïkuri è chiamato, o cactus che confida

 

Comunità d’Huicholes, popol pellegrin

Parton da montagne, Jalisco e Nayarit

Van a Real Catorce, San Luis de Potosì

Al deserto Nirikuta, a cacciare l’hïkuri [9]

 

La caccia del cervo, detto in loco Marra

S’offre a Madre Terra, Tàtei Yurienaka

Dove il cuor rinasce, in forma d’hïkuri

O come granoturco, ovvero mais di lì

 

Cacciano per questo, cervo con peyotl

Per aiutar il mondo, a rigenerar ogn’anno

L'uomo con la donna, e il bambin huichole

A mezzo loro cuori, cervo nasce e muore

 

Peyote Cervi e Mais, cuore degli Huicholes

E del viven pianeta, che invisibile sorregge

Forze che latenti, dan vita a tutto il mondo

Sazian desideri, del cuor uman profondo

 

Coglimi qual pianta, a mezzo di tue mani

Mangia la mia forza, e sete e fam evadi

Io sai ti guiderò, fin dentro la tua casa

Porta me qual pace, a tua tribù rinata

 

Luce del gran fuoco, brilla gran teepee

È il capo della via, aspettan sedeva lì

Fummo i benvenuti, seduti sul terreno

Nel circolo dei canti, nativi e forestiero

 

I canti del Peyote, ricevon accompagno

Da tamburo ad acqua, in rapi percussioni

Suo tono allor risuona, di spiri risonanza

Canti son preghiere, offerte nella danza

[10]

Cantati son in gruppo, fuor di significato[11]

Con ritmo ton accento, da tutti conosciuto

S’aggiunge suon sonaglio, scosso da cantor

Ciascuno avrà suo turno, nel cantar ancor

 

Peyote è benedetto, e in circolo passato

Così com il tamburo, a turno vien sposato

Ognuno può mangiar, liber quanto vuole

Gli effetti del rituale, salgon col calore

 

Guida vocalizzo, che salgon e fan l’eco

Acqua del tamburo, energia di pelle daino

Ritmo del sonaglio, e piume a spirar vento

Sottile verso il fuoco, in lento movimento

 

Inizia medicina, a parlare al tuo sistema

Ti purga nel bisogno, in vomito esternare

Dopo ti senti meglio, ritorna l’attenzione

Sparisce l’ansia vana, è vital ristorazione

 

La medicin tepee, ci riunisce nella notte

A trovar significati, nel cuore di ciascuno

Intuito rivelato, realizza ogni esperienza

Cresce l’empatia, amicizia consistenza

 

L’incontro di peyote, lo guida il roadman

Uomo del sentiero, aiuto apprendimento

V’è pur l’uomo fuoco, l’uomo del tamburo

Donna madre acqua, a dissetar ciascuno

[12]

Il capo del Sentiero, panno avanti stende

Allinea oggetti sacri, ventagli pium fagiani

Tambur sottil bastone, ornato con perline

Salvia fumigazio, e tabacco mais cartine

 

Digiun e solitudi, e calma contemplazio

Ingerita è medicina, secca infusa in tè

Vigili si resta, in attesa del messaggio

Spirito con corpo, ricevono un assaggio

[13]

È l’altar di sabbia, a forma lun crescente

Medicina al centro, che guida le preghier

Stessa appar la strada, della sacra via

I canti condivisi, accrescon l’empatia

[14]

A mezzanotte il capo, esce dal tepee

Soffia aquila-osso, alle quattro direzioni

acqua vien portata, benedetta e condivisa

Un pò versata a terra, per dissetar l’amica

 

Suono del fischietto va in ogni direzione

Dentro la testa, rimbalza contro il cranio

Nausea opprimente, angoscia della morte

liberan pensiero, da suo monopolio forte

 

Strumento per fischiar, un aquil ossicino

Piume qual ventaglio, tambur ad acquolin

Tabacco da fumare, e l’alcool da evitar

Ricerca di visione, in gruppo e solitar

 

Gioia e fede brilla, sul volto dei riuniti

E il godibile mattino, porta il ven Divino

Irrompe nel tepee, su fuoco scoppiettante

Eco d’esperienza, primaria ed importante

 

L’essenza del rituale, è cerimonia o festa

Nataraja nel tepee, ritrova la sua infanzia

Esperienza rigenera, imprinting duraturo

L’eco all’iniziando, disseta ancor futuro

 

La molla che lo spinge, è la motivazione

Un test d’ammissione, o prova iniziazione

Comunità fa scopo, in divine comunioni

Desider a riunirsi, a emozioni e visioni

[15]

Or Chiese dei Nativi, l’hikuri fa rinati

Costellazion di culti, autonom federati

Rituale medicina, destata da un nativo

Quanah Parker fu, Comanche curativo

[16]

In Messico guarito, da cactu medicina

Esporta in nord Ameri, pei popoli nativi

Uccisi d’alcolismo, vaiolo e sculturazio

In crisi identità, e senza sacro spazio

 

Raccolsero sfida, immane guarigione

Di spirito gruppo, facean rifondazione

Per alleviar curare, la crisi esistenziale

Trovaron medicina, nel medico cactale

 

Profeti tra i Paiute, Cheyèn Navajo pur

Fecero esperienza, del rito Tarahumara

Ideò la Danza Spettri, il mitico Wovoka

Annunci del messia, liberazion invoca

[17]

Un visionar Lakota, sognò una profezia

Animali torneranno, al ventre della Terra

Un pò vivrete tutti, in più steril case grigie

Finche nuova era, vecchi ego sconfigge

 

Tutti allor possiamo, iniziar a riparare

Il Sacro Cerchio Vita, visto d’Alce Nero

Salvar tutt’assieme, la Madre Terra Gaia

Che nutre intera vita, oltre egoica maia

 

Valori universali, son base di ogni rito

Entro ad ogni gruppo, empatico convito

Tambur e piante, non sono sacri a priori

Ma in quanto del giocàr, son facilitatori

 

Motivazione è ponte, verso trascendenza

Venere trasmette, tu accetti e ti fai danza

Poi il codice rituale, conserva a ogni tribù

Il mito fondatore, e il processo ludi pur

 

Lila del dio-bambino, gioca lo sciamano

Medium eremita, a coraggio consacrato

Fissa in intenzione, amor di propr’imago

Semplice il divino, gioca a esser rinato

 


 

[18] Pablo Picasso, nel’incontro con statuette dell’Africa tribale, mostrategli da Matisse, cambia stile: “a 13 anni dipingevo già come Raffaello, ma ho impiegato tutta la vita per dipingere come un bimbo”. Figlio d’arte, incontra l’africa essenziale e pregnante di significato; disimparò la tecniche d’accademia e approdò al cubismo quadrimensionale dove, ricalcàn l’artista africano, il messaggio, ritrova l’essenziale per veicolare un ideale generale nel prodotto particolare (maschera o feticcio) in tutta la  sua forza espressiva e ancestrale

.

[19] Il tagliaboschi è lavoro duro, individuati gli alberi da tagliare, si abbattono a colpi di accetta, poi si tagliano in tante piccole parti che, con un carretto o un asinello, si portano all’abitazione dove saranno sistemati sotto una tettoia; la catasta dello scorso anno viene preparata per fare il carbone.

 

[20] A Viterbo, l’appalto della panetteria a volte conviene a volte no, così la città introduce incentivi e sovvenzioni volte a garantire alla popolazione un minimo di pane a prezzo calmierato, onde evitare tumulti e insurrezioni. Il comune acquista grano che gira all’appaltatore a patto che garantisca il servizio quotidiano del minimo richiesto dalla città. Sono interessati all’appalto del pane anche gruppi estranei alla città, specie durante periodi di crisi, poi, quando il ritorno finanziario si fa più grasso, gruppi locali gestiscono il tutto. Le affollate botteghe-mulino delle città, di proprietà di poche famiglie che le danno in affitto a chi paga tassa macinazione. I cittadini potean fare il pane pagando una decima del pane, ma gli stranieri che abitavano in città, non erano autorizzati a meno che non avessero una loro casa e svolgessero un lavoro continuativo. Il divieto di fare pane e venderlo, era sospeso solo per la visita del vescovo o papa e durante le fiere.

[21] Per grave carestia e penuria di pane, tutti gli agricoltori e proprietari di terre coltivate, erborate o smacchiate, devono licenziare entro 8 giorni tutti i lavoratori non originari di Viterbo sotto pena di multe, mentre si ordina a Castellani, Aquilani, forestieri e vagabondi, di lasciare la città entro 3 gg. Nel 1648 la presenza dell’esercito pontificio, che muove nell’alto lazio nel timore di un attacco della flotta francese, tenta di limitare le scorribande di briganti e banditi che vagano per il territorio, e intima agli uomini di campagna di nascondere il pane che hanno. I soldati potranno acquistare solo una quantità di pane nei mercati o forni pubblici.

[22] Il frumentone dà un pane azimo, focaccia appena riscaldata sotto le ceneri. Veccia ha foglie pennate e fiori violacei ed è usata come foraggio. Il Panico è graminacea dalle pannocchie compatte e semi più piccoli del miglio. la spelta è il farro.

[23] Le graminacee, famiglia di 9000 specie vegetali, 635 generi, son tutte quelle erbe che hanno la foglia a forma di filo d'erba (prima di formare spighe e spighette), tutti i cereali coltivati nel mondo vi appartengono: riso, grano, mais, orzo, miglio, canna da zucchero, bambù, cedrina. Dotate di radici primarie fibrose e radici avventizie che fuoriescono dai nodi del fusto erbaceo, rigido o cavo, con midollo (mais) o legnoso (bambù) crescono in tutti gli ambienti a varie dimensioni: dal bambù gigante (40 m) alla fienarola dei prati (max 10 cm). Molte impollinate dal vento, non necessitano di corolle appariscenti per attirare insetti e uccelli impollinatori e hanno fiori piccoli e semplici, spesso riuniti in grandi infiorescenze a forma di spiga o pannocchia. Tutte le erbe da prato sono miscele di semi di graminacee e son tutte buone per alimentare conigli, cavie e porcellini (es. coda di topo e coda di volpe),  hanno alto contenuto in fibra e scarso in proteine e calcio.

[24] i punti di crescita (tessuti meristematici) di queste piante, sono alla base e non all'apice della pianta, pertanto non vanno perduti con il taglio dell'erba. Tra le specie più coltivate a tale scopo a varie latitudini: fienarola dei prati (Poa pratensis), i generi Agrostis, Festuca, Zoysia e Cynodon dactylon. Specie rustiche e arido-resistenti sono la Buchloe dactyloides, la Axonopus affinis (seminata su terreni scarsamente drenati), Agrostis gigantea (a crescita rapida, usata in prati veloci).

[25] Le infestanti a foglia stretta sono graminacee del tappeto erboso, a eccezion del pabio, Setaria, Digitaria Echinochloa, graminacee annuali a sviluppo estivo, tenaci quanto quelle a foglia larga. Le infestanti a foglia larga (piantaggini, denti di leone, trifogli) han efficaci sistemi di disseminazione e apparato radicale fittonante, competitivo nella ricerca dell'acqua ed elementi nutritivi.

[26] Nel mondo si producono annualmente oltre 550 milioni di t di riso su 150 milioni di ettari, prevalentemente nelle regioni a clima caldo e molto umido dei tropici e subtropici, dove gli altri cereali non prosperano. Quasi tutto il riso coltivato nel mondo appartiene alla specie Oryza, in Africa è originata e coltivata l'Oryza glaberrima. Oryza sativa è ricchissima di varietà in 2 sotto­specie: Oryza sativa indica e Oryza sativa japonica. I risi indica sono molto sensibili al fotoperiodo (brevi­diurni) e adatti ai climi tropicali (tra 0° e 25° lati), hanno ciclo lungo, sono rustici ma soggetti all'allettamento e la granella è lunga, stretta, appiattita, resistente alla cottura e non incollante. I risi japonica diffusi nelle zone temperate, poco sensibili al fotoperiodo, hanno esigenze termiche minori ma maggiori esigenze nutrizionali; la paglia è corta e robusta; ha produttività elevata; granella corta e tozza, poco resistente alla cottura e tendente ad incollarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In agrobuti caccia, rituale d’un posto

Arma è la forca, preda è il bioraccolto

Mappa è il calendario, sinergi fenologo

Totem i sostegni, aiuole alberi d’uopo

 

Linga e yoni, tra corridoi sentieri zen

Costumi sono le tute, guanti e calzater

Maschere su terra, orientan num divino

Con musica sonagli, fuoco argil caolino

 

È l’Uno per tutti, e il tutti per uno

Perenn filosofia, nel meditar gli archè

Forza di antenati, che forgia identità

Negli organismi dice , nulla vien e và

 

nell’Africa tribale, veicolan messaggi

Maschere statuette, d’antenà passaggi

Orientan loro Qi, muovendo fan lavoro

In danze e riti vari, forza con decoro

[18]

Maschera d’agguato, fa la formazione

Per educare i figli, a far l’emulazione

La tattica funziona, se resta nel segreto

gruppo nell’intesa, mantiene vivo il velo

 

Carota con bastone, inclusio od esclusione

rafforzano o dan freno, a fiato o condizione

Rispetto o canalizzo, del flusso dirompente

Nei corpi di natura, richiaman viva mente

 

Divino è percepito, pure ogni momento

Dono della grazia, spesso vien chiamato

Il poeta ci rivela, che ognì rivelazione

Vivila indiretta, resiste alla ragione

 

Sardo contadino, artigian della terra

Veste in fustagno, in velluto e cotone

Scarpe ha di cuoio, chiodati a stivaletto

Ditali cuoio o canna, pei colpi di falcetto

 

Ogni contadino, ha vigna orto e campo

L’olive l’api e un bove, e legname tanto

Vigna e messe, vendemmia e mietitura

Danno vino pane, spremur macinatura

 

Kurrènti de s’annu, è sistema di auspici

Rasna portan seco, per osservare il clima

Il mese di settembre, prevede tutto l’anno

Primi dode giorni, ciascuno mese danno

 

Gennàrgiu sikku, messàiu arrìkku

E Gennàrgiu pròiosu, messàiu tingiòsu

Inizia l’anno agrario, settembre cabudanni

Preparano i terreni, per semin senz’affanni

 

Sa bidda è villaggio, tra grandi campagne

Autosufficiente che, ha forme rotondine

Se sta sui monti, al territorio s’adatta

E la comunità, n’è padrona compatta

 

Sa bidda ha d’intorno, orti e Su sartu

Una fascia di vigne, di mandorli e olivi

Poi è terras abertas, proprietà dei nativi

Lo spazio comune, per pastor contadini

 

Bosco e pascoli, coltivo e allevamenti

Zona divisa, ogn’anno in due parti

È il bidazzone, con gran cereale

E il paberile, a riposo o con fave

 

L’anno seguente, s’invertono zone

Dopo il raccolto, si fa pascolazione

L’uso comunitario, delle terre aperte

Neanche si fermò, con leggi chiudende

 

Abitanti di bidda, sorteggian le abertas

Tra i capifamiglia, e sorveglian la terra

Assiem barraccellus, vigilantes pagati

Assicuran così, gli usufrutti assegnati

 

A metà di settembre, l’estate è finita

Tutto sia pronto, all’arrivo d’inverno

Sveglia nell’alba, per le stalle pulire

Legna smacchiare, spaccar e riunire

[19]

Una tazza di latte, e pan di 2 giorni

Maschi son fuori, a governar animali

La Lina riassetta, il letto e poi l’orto

Bada a galline, e ne coglie raccolto

 

Fa Lina conserve, fagiol e pomodori

Olive in salamoia, patate là al riparo

Poi carica la stufa, per pomi far bollìr

Tramonto rientran tutti, cena sa riunìr

 

Piatti terracotta, bicchieri una pignata

Patate sotto brace, formaggi e vino bon

Minestra farro e ceci, marmellata bolle pur

Dopo cen al caminetto, racconti d’avventur

 

A fine settembre, semina il trifoglio

novembre grano fave, dicèmbr’orzo voglio

lentì leguminose, raccogli a giugno luglio

Mieti avena e poi, l’orzo a fine giugno

 

Per semina autunnal, usan zappettar

Picconi pale e zappe, rompono le zolle

Puliscon campi avena, seminan Natale

Orzo e lenticchia, e zappano le fave

 

Semina gennaio, ceci qualche ortaggio

Cardi e cavolacci, li dà stagione intera

Maggio poni ceci, dà semenzai agli orti

La  fava favorisce, coltur cereali forti

 

Il Frumento affianca, l’orzo e la spelta

Così mais le zucche, e legumi con zuppe

Fagiolini e fagioli, ceci fave e lenticchie

Essiccate proteiche, di sclerosi nemiche

 

Un anno di spelta, un anno a maggese

3 quintal prodotto, in un quintal di seme

Laggiù nella maremma, l’aratro è di legno

Pratican sovescio, e delle stoppie incendio

 

Raccolto grano farro, all’aia vien battuto

Da pula separato, in granaio ammassato

Molito poi a mulino, lungo ruscelli d’acqua

Ruota aziona mola, che il chicco ti scassa

 

patron d’Agricoltura, dicon Trittolemo

che Cerere sua madre, culla ed accarezza

Lo incanta per 3 volte, disten sul focolare

Lo copre con la brace, al fin di farne pane

 

In tutt’Europa perdura, l’usanza di creare

origami con spighe, cavallo gallo e cane

Al 21 agosto si rifanno, tal spiriti cereale

Saturno Consualia, Consus nume tutelare

 

Produrre vender pane, industria alimentare

Da cui dipèn controllo, d’appalti e della fame

Poter per mantenere, social consenso e pace

Gestito da più gruppi, economi a governare

[20]

Duran le carestie, vietato era ai fornai

Di far biscotti vari, e agli osti ospizi vari

E bandi ai forestieri, che intima a partire

lasciar città in 3 giorni, sen pane far uscire

[21]

Sopravvivenza di ciociari, dipese da pane

ricavato da farine, di lupini veccia e ghiande

dal sapore forte-amaro, e difficil digerite

l’aiutan le cipolle, legumi e ortaggi pure

 

Tal pane sol riduce, fame insurrezionale

Frumenton per guerre, carestie calamità

Era mais mischiato, con cereal del posto

Legumi miglio spelta, veccia segal orzo

[22]

Graminacee son fonte, primaria di cibo

Di erbivori selvatici, e domesti ruminanti

Che brucano l'erba, nei pascoli o via fieno

Raccolto in insilati, assiem legum intero

[23]

Producon graminacee, miscugli semenze

Per tappeti erbosi, perenni in meristema [24]

Nel mondo diffuse, minuscole o gigante

Dai tropici ai deserti, fino al polo grande

 

Abbondan alla tundra, steppa e savana

Foreste e praterie, ed habitat dell’acqua

Vivon galleggiando, su acqua senza suolo

Giungon a deserto, coi venti del sorvolo

 

Infestanti divise, a foglia stretta o larga

Prato è graminacee, foglie lunghe strette

Segnala la presenza, di scarsa irrigazione

Invece foglia larga, disorde apparizione

[25]

Oryza sativa è, buon Riso antica pianta

Origina in sud-est, dell’Asia e d’Etiopia [26]

Acque a basso costo, fanno l’espansione

Fiore ermafrodito, autogàm fecondazione

 

S’alza per un metro, e toller saturazio

d’acqua nel terreno, e giunge a maturazio

In 5 oppur sei mesi, e fa la germinazio

Sui dodeca gradi, e sui ventitré fa sazio

 

Scende fabbisogno, durante granigione

Sensibile a escursioni, termo giornaliere

Fotoperiodo chiede, 20 ore luce giorno

Ai 15 s’adatta, sua varietà in contorno

[27]

I semi germinati, dentro acqua pulita

Là nei semenzai, per dar più pianticelle

Semèn selezionati, da donne spighe grandi

Che prima del raccolto, vagano fra i campi

 

Piantine trapiantate, raggiunte dimensioni

Mietute ad essiccare, sciolte od in covoni

Trebbiatur le sbatte, a terra o assi di legno

Son chicchi ricavati, spulati in ceste vento

 

Riso ben si adatta, a ogni tipo di terreno

Sabbioso od argilloso, neutr’acido alcalino

Purchè vi sia dell’acqua, per intervenire

Nei casi in siccità, o paludi a non finire

[28]

Seminato in aprile, giunge a maturazio

Secondo varietà, a settembre o fin ottobre

Poi fan l’essiccazione, artificio entro 20 ore

A industrie vien ceduto, della raffinazione

[29]

Riso ha sapor dolce, natura neutra fresca

A stomaco da tono, e pancreas pure nutre

Il suo qi calma la sete, leggèr stimola i reni

Ha effetto antidiarrea, se integro te le meni

 

Orzo Hordeum vulgare, più antico cereale

Fermenta e da la birra, grazie al cerevisiae

Già usato a preparare, una salutar tisana

Mischiato a grano nutre, hordearii romana

[30]

Economico cereale, sopperisce ogni spazio

È cibo delle masse, per carestie e disastro

Resiste ben al freddo, la varietà invernale

Da etiopico altopiano, diffonde suo areale

[31]

Hordeum spontanem, comprende var specie

Perenni od annuali, pionièr fin sulle sabbie

Incolti oppure prati, e ai margini di strade

In estiva siccità, tien ciglia assai ristate

[32]

Ci dice Columella, che l’orzo va piantato

In suolo fertil grasso, o povero assai magro

L’impero lo supporta, è strategico alimento

Cresce nella pace, se non può il frumento

[33]

S’accorcian le giornate, ritmo vita cambia

Or tutti si rincasa, alle 5 e alle otto a letto

Tutto muta e gira, in funzion del sole lume

Carbon e legna pronti, polenta al sugo pure

 

Famigl’adatta a clima, animal pure letargo

Camino sempre acceso, bracieri giran tanto

Raccolto andato bene, quest’anno generoso

L’inverno quel passato, fè l’orzo rovinoso

 

Terra nutre piante, piante creano suolo

Fan fertile attraverso, lor radicali essudi

Gli organici residui, assiem microrganismi

Attivano terreno, batter funghi lombrichi

 

Piante in terra ed acqua, formano la base

Piramide vitale, sostengon le altre forme

Sviluppano materia, organica e nutrita

Comunità di vita, nel suolo in sinergia

[34]

L'agro-sinergia, vien da osservazione

Processi naturali, e presa di coscienza

Della necessità, di mantenere il suolo

Autonomo organismo, etero autotrofo

 

Sa rigenerarsi, mettendo in relazione

Gli elemen presenti, sul selvaggio suolo

Senz’alcun lavoro, benesser si trasmette

A piante che su esso, crescono protette

 

Empatia sviluppa, con l’organismo suolo

Programmazion colture, pratica in rispetto

Degli organismi al suolo, dinamici e sensibi

Emilia insegna l’orto, dei semplici invisibi

 

Or prepara il suolo, che fu destrutturato

Coltura di patata, coperta in carton paglia

Coltivazion pacciante, mantiene umidità

Attirerà i lombrichi, a riportar fertilità

 

Perenne fertilizzo, è continua copertura

Di suolo che riaquista, l’organica fattura

Coltiva le annuali, qual complementari

Scorda l'aratura, e altrì disturbi vari

 

Niente fertilizzanti, diserbi od aratura

Non serve compostura, persino potatura

Gli insetti sono amici, di inter comunità

Controllarli bene, ma sterminar non dà

[35]

Alberi mimose, con pian leguminose

Lavorano terreno, concimano profondo

Trifoglio e cereali, invernali e primavèr

Semina in comune, dentrò pallin a sfèr 

 

Prima mieter grano, mese di settembre

Semina trifoglio, con orzo questo serve

Le pallin d’argilla, o i semi di tra i fiori

Badan roditori, e più passeri  ladroni

 

Spargi palle grano, prima di novembre

Tra germogli d’orzo, di semin precedente

Alla mietitur di marzo, trebbia e spulatura

Pagl’orzo torna al campo, simula natura

 

Preserva umidità, e riduce ben l’erbacce

Degenera più in fretta, in pollin di gallina

Così germoglia grano, tra la paglia d’orzo

Protetto cresce bene, con naturale sforzo

 

Osserva la tua terra, sole venti e piogge

Misura le tue forze, non muovere più ruote

Energia d’eccesso, confonde e spreca tutto

Non correre vai piano, natura porta frutto

 

Sufficiente bestiame, e sana rotazione

Alternanza di piante, e consociazione

Sovescio e concimi, piante scavatrici

Che più costipazioni, risolvono felici


[27] Il riso, pur non essendo una pianta acquatica, è adattato alle zone umide dei tropici e subtropici soggette a sommersione. La temperatura deve essere elevata e costante in quanto il riso risente grave danno degli sbalzi termici. Agli equatori si fanno anche 2-3 raccolti all'anno. Nei climi temperati l'unica stagione di coltura possibile è primaverile-estiva con l'ausilio di irrigazione termoregolatrice. Il riso può essere coltivato senza irrigazione (upland rice) solo dove cadono regolar.più di 200 mm di pioggia al mese per almeno 3-4 mesi. In Italia (clima è temperato e precipitazioni insufficienti), il riso è coltivato in terreno sommerso, si da soddisfare le elevate esigenze idriche della pianta e offrire scambio termico con l'aria, cedendo di notte e nei giorni freddi il calor accumulato nei periodi di insolazione. Con la sommersione l'escursione termica giornaliera di 10-15 °C vien ridotta a 3-4 °C. Nella coltivazione tradizionale del riso, l’acqua piovana è raccolta sui campi dall'ubicazione più elevata, l'acqua alluvionale è arginata con dighe di terra e l'acqua di fiumi, laghi e serbatoi, vien prelevata a secchi e portata ai campi. Durante i lavori di preparazione, nei semenzai germinano le pianticelle mentre i bufali indiani, in un lavoro estenuante per persone ed animali, tirano l'aratro nel terreno fangoso, incitati dai contadini, e le anatre affamate si nutrono di farfalle e larve parassite del riso

[28] Il consumo d'acqua nella risaia italiana dipende da minore o maggiore permeabilità del terreno e non c'è regola generale precisa. La flora infestante delle risaie è di tipo palustre: alghe verdi e azzurre, piante acquatiche, giavoni e riso selvatico. Le alghe verdi formano un feltro galleggiante che ostacola l'emergenza delle piantine di riso, le cui foglie, restando invischiate nel feltro algale trovano difficoltà ad uscire alla luce. Quelle azzurre formano il feltro prima sul fondo, dove le plantule di riso stanno compiendo il primo sviluppo, per poi sollevarsi diventando galleggianti, le plantule vengono sradicate e portate in superficie dove le aspetta il rischio di essere spinte alla deriva dal vento e dal moto ondoso, finendo ammassate nella parte sottovento del campo. I giavoni comprendono graminacee del genere Echinochloa e sono le infestanti più frequenti e invadenti. Il riso selvatico o crodo, dissemina granella (crodatura) presto, già dopo la maturazione lattea, determinando nel terreno una carica incontrollabile in mezzo al coltivato. Per entrambe queste specie la lotta si basa sulla tattica della «finta semina» e ritardare la semina del riso a dopo che siano emerse e controllate. Tra i parassiti: il brusone (fungo Piricularia oryzae), sindrome molto varia che colpisce precocemente le foglie, i nodi o il colletto, favorita da elevata umidità dell'aria, eccesso di azoto, semine fitte e abbassamenti bruschi di temperatura. L'impiego di varietà resistenti è la prevenzione più efficace.

[29] La lavorazione del risone (chicco integrale post trebbiatura), avviene via sbramatura (distacco dalla cariosside delle glumelle, che vanno a costituire la lolla); sbiancatura o raffinatura (si allontanano gli strati esterni del granello e l'embrione o gemma, con ripetuti passaggi alle macchine. Il riso raffinato, bianco e conservabile, può subire il parboiling per dar resistenza alla cottura, e trattamenti di oleatura e/o brillatura. Il riso raffinato, oleato o brillato, è venduto per alimentazione umana; quello sbramato per la fabbricazione della birra. La paglia è destinata alla fabbricaz. di cellulosa da carta. Da 100 kg di risone lavorato si ricavano 65 kg di raffinato. La lavorazione modifica la composizione del riso, oltre che della lolla, la cariosside viene privata del pericarpo, del germe e dello strato aleuronico, perdendo cellulosa, grassi sostanze minerali e proteiche. Prodotti della lavorazione:

-Riso greggio, senza lolla, conserva pericarpo ed embrione.

-Riso sbramato speciale (semigreggio), sbiancata incompleta

-Riso mercantile da consumo (due passaggi di sbiancatrice).

-Riso raffinato bianco, ,passato 3-4 volte alla sbiancatrice che ha privato completamente la cariosside.

-Riso oleato, riso raffinato oliato con olio di lino o vasellina.

-Riso brillato,raffinato reso brillante con talco e glucosio.

 

 

Farro e Mais, falcia a metà gambo

Su stuoia metti, a seccar pannocchie

Con mani o piedi poi, vai a strofinarle

Rilasciano chicchi, quest è il trebbiare

 

Spula con cesto, separar chicchi e pula

Raccogli granella, sacchi iuta conserva

In luogo asciutto, or cucina in due modi

Zuppa toscana, o pesta sfarin tortilloni

[36]

Triticum dicoccum, è farro spelta pane

Usato da Ezechiele, e genti pre-romane

Cuore della dieta, e del rito cumfarreatio

Solenni nozze dove, assiem è consumato

 

3 Farri son frumenti, vestiti con la crusca

Per renderli ora nudi, si fa la sgusciatura

Rustici adattanti, alle zon più marginali

Custode l’Appennino, e val pedemontane

[37]

Il Farro piccolino, dai monti d’Anatolia

Giunge con i Rasna, emigranti dalla Lidia

Sfugge clima secco, di sotto alle colline

Ama le montagne, a cui offre proteine

 

Farro medio pur, viaggia fin al Caucaso

In Italia il più diffuso, adatto al clima duro

Local stagione sceglie, a far la produzione

Autocton si tipizza, in areal coltivazione

[38]

Farro grande poi, discende dal Mar Caspio

Produce più del medio, ma adattasi di meno

Assente nell’Italia, in Europa vien smerciato

In normal decorticato, e il perlato raffinato

[39]

È semplice coltura, erba medica le basta

Non chiede ne concimi, trattori od erbicidi

Neppur la rotazione, sol semin autunnale

O quel primaverile, a spaglio naturale

[40]

Assai competitivo, rispetto le infestanti

Raccogli metà luglio, sin la metà di agosto

Trebbiato lentamente, covon deposti a terra

Da piedi ballerini, e granella n’esce bella

 

Pianta Glycine max, è Soia leguminose

È papilionacea estiva, dell'Asia originaria

Coperta in peli bruni, eretta o cespugliosa

Radice fittonante, che penetra orgogliosa

 

A un microbo simbionte, radici fanno spazio

Rhizobium japonicum che fiss’azoto in cambio

Colore bianco o viola, le racemi infiorescenze

Foglie trifogliate, autogam fecond’essenze

[41]

È giunta dalla Cina, e l’olio sa produrre

Acqua pur consuma, metà di quel del mais

A terreni è tollerante, e a salinità modesta

Se nuovi tu ricorda, inocular l’enzima festa

[42] 

È pianta che migliora, tu pianta dopo l’orzo

Semina entro giungo, in periodo primavera

S’è normale nodulata, per azoto autosuffice

Raccogli a semi scuri, e defogliata superfice

 

Tra prodotti derivati, dal seme inter di soia

Latte estratto in acqua, dal seme or macinato

A caldo alfin bollito, se vuoi poi è coagulato

Con sali di magnesio, ò aceto è Tofu nato

 

Stagionatura segue, per tofu soi formaggio

Con soia piccin seme, germogli puoi mangiare

Se i sèm decorticati, due giorni a fermentare

Coi fungi Rhizopus, dan Tempeh d’affettare

 

Cicerchia è granella, vien da Med’Oriente

Legume che produce, latinismo scossarella

Neurotossi convulsioni, con parali simulata

In umani e bestie, s’eccesso vien mangiata

 

Annual ramificata, portamen semiprostrato

Steli glabri e alati, e foglie altern oblunghe

Suo baccello 2/3 semi, assomiglia al cece

Sapor più delicato, vitamin B e pp contiene

 

Adatta terre magre, ciottolose sen ristagni

Più rustica dell’altre, produce sen risparmi

Piantata nell’autunno, giugno-luglio raccoglie

Venti caldi le fan danno e i parassi delle foglie

 

Cece esiste coltivato, pur antico rinomato

È legume da granella, locale è consumato [43]

Ricco in proteine, ha la radice ben profonda

Che scende metro giù a resist’arsur immonda

 

Ha steli ugual cicerchia e denticolate foglie

Solitari bianchi fiori, con baccello di 2 semi

Fitti peli ghiandolari, verde grigio fan la pianta

Aci malico e ossalìco, lei secerne tutta quanta

 

Tiene semi test’ariete, gialli oppur marrone

Tipo grosso o piccolino, secondo suo mercato

Se calor di 10 gradi, prontamente germinante

Sottoterra emergon su, le novelle ceci piante

 

Il freddo mal resiste, è seminato a fin inverno

Raccolta luglio-agosto, e fiorisce mes’intero

Molti aborti pure reca, ma resiste a siccità

pure soffre l’eccessiva, presa d’acqua umidità

 

Cece fugge fertil terre, argillose ristagnanti

Con cattiva lor struttura, male tollera pur sale

Terre ricche di calcare, lo fan duro alla cottura

Med’impasti se profondi, esprìmon sua natura

 

Fagiolini piselli e fave, son ricchi d’acqua

Gran fonte di fibra, acido folico e potasso

Han pochi carboidrati, così pure proteine

Piselli son dolci, zucchero ferro vitamine

 

Baccelli fava fresca, o quan pianta secca

Raccogli proteine, maggior sui semi secchi

Semin primavera, e raccogli a fine giugno

È resa dipendente, d’annuale clima turno

 

Marte Ercole consuma, le fave in purea

Prima di affrontare, ciascun delle fatiche

Da ciò discende il Macco, piatto pugliese

Con cicorie lessate, cipolla cruda e pepe

[44]

Phaseolus vulgaris, è un frutto legume

Baccello che varia, per grandezza e colore

Foraggiera simbionte, che azota il terreno

Accresce il bestiame, e ci nutre sereno

 

Un tegumento li copre, vario screziato

All’interno ha due corpi, cotiledoni detti

Vincolati fra loro, a mezzo di embrione

Minuscola pianta, dormiente in azione

 

I cotiledoni sono, stratagem di natura

Magazzino di cibo, per nutrir la creatura

Embrione possiede, due fogline con fusto

Radice piccina che ama terra con gusto

 

Non c’è clorofilla, su foglie ancor chiuse

Si formerà presto, se apriranno alla luce

È pigmento di vita, sintetizza il glucosio

A partire dall’acqua, fotoni e carbonio

 

Un secco fagiolo, in terra umida e calda

Comincia assorbire, l’acqua in sostanza

Esce radichetta, lacerando il tegumento

Terreno conquista, fagiolo in fermento

 

Poi la radichetta, divide-si in frattale

Cerca nel suolo, acqua e sal minerale

Radicata la pianta, ha la forza d’emerger

Le foglie sue prime, al sol vuole stender

 

Le radici in azione, fan azion corrosiva

Fan solchi nel marmo, bevon linfa salina

Hanno mille e più peli, tentacol sottili

Nascono e muoion, crescendo continui

 

Con speciali batteri, instauran simbiosi

Rhizobium leguminos, nitrificanti focosi

Fanno piccoli nidi, annodati alle radici

Tubercoli detti, queste case di amici

 

Segue anche il fusto, dopo le radici

Comincia ad elevarsi, oltre superfici

La crosta del terreno, apre a tutto punto

Arrampica sinuoso, su alberi e granturco

 

Residue cotiledon, spinge pure in alto

L’aria le raggrinza, e cadono essiccando

Emergono da esse, le foglie dell’embrione

Che luce e clorofilla, fan verde con turgore

 

Fusto ha bisogno, avvinghiarsi a qualcosa

S’attorciglia salendo, vento aiuta sen posa

Trovato il sostegno, vi si avvolge a spirale

In rotazio antioraria, sinistrogiro c’appare

 

Distese or le foglie, la pianta è svezzata

Da sola allor nutre, ora è autotrofa nata

Darà foglie e poi fiori, bianchi gialli rosati

Ermafroditi a farfalla, saranno formati

[45]

Ama lui terra, sciolta umida asciutta

Se c’è la siccità, vien piccin saporito

Se piove metà giugno, presto s’è fiorito

Innaffia ogni 8 giorni, se non hai capito

 

Il seme si prende, dal proprio lavoro

S’affonda al terreno, sette per buca

Ogni mezzo metro, assieme alle canne

A inizio settembre, si coglie si spanne

 

Semina assieme, granturco e fagioli

Nei primi di maggio, in file nei solchi

Attecchiscono bene, dopo acquazzone

Il sole rovente, bruciarne può il fiore

 

Se la tramontana, a terra le sbatte

Con mani umane, riavvolgi alle canne

Raccogli immaturi, poi lascia essiccare

Al sole o all’asciutto, si dà conservare

 

In un tessuto iuta, di canapa o di lino

Assieme a foglie salvia, o al peperoncino

Venti o trenta kili, ogn’anno per famiglia

Conserva nei sacchetti, o nella bottiglia

 

Coleottero insetto, magazzini flagella[46]

La femmina in semi, le uova depone

La larva si schiude, bianca e si svezza

Coi cotiledoni cibi, e ninfa diventa

 

Quando son pronti, rodon tegumento

Con foro regolare, escono dal seme

Ridur la concorrenza, prova con l’alloro

La cener disinfetta, dai pidocchi in coro

 

Fagioli là nel mais, or ora più non và

Cornacchia e cinghiali, molto mangerà

Animali ancora oggi, molto fanno festa

Homo cacciatore, ha taglia sulla testa

 


 

[30] Plinio riferisce che era molto usato a preparare una salutare tisana, per le minestre, per modesta panificazione e antenato del caffè, scopo per il quale l'orzo veniva talvolta coltivato appositamente in piccoli appezzamenti familiari. Columella lo considera "più salutare del cattivo frumento" e utile nei periodi di carestia, perché più adatto ai terreni asciutti. Tra le varietà, cita il Cavallino, Cantherinum, Galatico che, mixato al grano, è ottimo cibo per schiavi e gladiatori detti hordearii. La raccolta dell'orzo veniva eseguita prima della maturazione completa, per evitare che i chicchi "non rivestiti di pula e sorretti da uno stelo fragilissimo" cadessero nel terreno. La più antica birreria veneta, (Canale d'Agordo), che ha aperto attorno al 1847, causò la conversione di gran parte delle locali colture di patate in colture d'orzo; negli anni 1970 venne acquisita dall'olandese Heineken e la sua storia industriale prosegue fino ai oggi.

[31] in Mesopotamia ed Egitto, cereale economico e disponibile per le classi semplici, venne massicciamente diffuso durante la grave crisi agricola dovuta all'aumento della salinità dei terreni irrigui. In Grecia l'orzo rimase il cereale più diffuso a causa della rocciosità e scarsa fertilità del territorio montano. In Italia venne via via relegato nelle zone marginali, poiché sostituito con il più redditizio frumento per la panificazione e con la vite per la produzione di bevande fermentate. Presso i Romani, l'orzo offriva paglia e granella fin dieci volte la semente impiegata. Oggi resiste come alimento base nel Medio Oriente e la prod.mondiale (Int.Grains Council), è al quarto posto dopo frumento, riso e mais (50% bestiame, 20%  birra e distillati). Il centro di massima biodiversità colturale è nell'Altipiano Etiopico e nessuna forma coltivate esiste in natura e sebbene interfertili con l'orzo selvatico tutte derivano dalla specie Hordeum spontaneum del Vicino Oriente.

[32] Differenze tra le varietà d'orzo sono nel numero di file di spighette fertili presenti in ogni spiga: due (orzi distici), quattro (tetrastici), sei (esastici). Le più comuni in Italia sono: Hordeum secalinum, H. bulbosum, H. marinum, H. hystrix, murinum, leporinum, H. jubatum (spighe lungamente ristate coltivate per ornamento); Hordeum hexastichum (spighette tutte fertili e lungamente aristate, disposte in sei serie), Hordeum distichum (orzo francese o scandella, distico, con spiga lunga e sottile) e Hordeum zeocriton (distico di Germania, originario dell'Abissinia).

[33] Molto coltivato nel Sud Italia, nei terreni poveri e aridi in condizioni di sopravvivenza, la semente veniva prodotta localmente e tramandata di generazione in generazione, con il risultato di una gamma di tipi assai variabili fra loro. Nel Nord Europa, il pane d'orzo fu l’alimento base dei poveri, contrapponendosi al pane di frumento consumato dalle classi ricche. La selezione varietale ebbe in queste regioni risultati notevoli: l'inglese Maris Otter e la tedesca Perga saranno alla base del rilancio dell'ordeicoltura nel resto d'Europa.

[34] le piante hanno la capacità di trasformare l'energia solare in energia chimica che utilizzano per crescere, metabolizzare e riprodursi, ma hanno anche bisogno d'altri elementi incapaci di produrre direttamente. Riescon mobilitare questi elementi, alterando il suolo attorno alle loro radici; stimolar l'attività di microrganismi, accresce la mobilitazione di elementi nutr.vi.

[35] Rivoluzione del filo di paglia in 4 principi: evita di rivoltare e compattare il terreno, tieni superficie suolo sempre coperta, non usare concimi né pesticidi. Gaia è organismo vivente, capace a digerire materia organica e sostener la vita in uno schema d’interazioni globale tra piante, organismi, elementi e uomo. Coltiva l’atteggiamento del ricercatore, piuttosto che esecutore, e una visione globale anziché monocolturale.

[36] umidità e calore fanno i chicchi germinare, mentre il freddo li fa marcire. Per le zuppe, (come i legumi) metti a bagno 12 ore prima. Per le tortillas o chapati, pesta a sfarinare e prepara focacce.

[37] Fino agli inizi del '900 la loro coltivazione rimase diffusa in alcune valli dell'Appennino e varie zone montane d'Italia: la Garfagnana ai piedi delle Alpi Apuane in provincia di Lucca, e l'area umbro-laziale (valle del Corno, Valnerina, altopiano di Leonessa). Caratteristiche comuni ai tre tipi di farro sono:  la fragilità del rachide della spiga e l’aderenza delle glume e glumelle alla cariosside, in conseguenza delle quali, durante la trebbiatura, il rachide si disarticola facilmente liberando spighette intere contenenti cariossidi che rimangono vestite dagli involucri. Per ottenere la granella nuda è necessaria un’ulteriore lavorazione di svestitura (sbramatura). La cariosside vestita (seme integrale), è valida protezione contro avversità biotiche e possibili alterazioni della granella causate dalla piovosità che di norma accompagna la granigione e la maturazione negli ambienti altocollinari.

[38] La coltivazione in loco da lunghissimo tempo dei medesimi genotipi di farro, hanno differenziato ecotipi autoctoni con caratteristiche e caratterizzanti, degli areali medesimi. Così i farri di Garfagnana e Molise, dimostrano elevate esigenze di freddo collegate al fenomeno della vernalizzazione e non sono adatti alla semina di fine inverno. Viceversa i farri dell’Italia centrale, sono idonei a semine “marzuole”.

[39] Tra i litofagi delle derrate: Tignola del grano delle derrate, Cappuccino del grano, Verme delle farine, Calandra del grano e Acaro delle farine. Il farrotto è cereale "vestito", in quanto la glumetta, pellicola esterna del chicco, ricca di fibre, è perfettamente aderente e quindi non viene eliminata. Il farro decorticato conserva la glumetta intatta, che viene invece eliminata nel farro perlato, che si presenta di colore molto più chiaro e cuoce in un tempo inferiore. La granella di farro può essere macinata per la preparazione di paste, pane o biscotti; in cucina sposa bene ai legumi e verdure, in zuppe e minestre, è ottimo per insalate fredde e farrotti ai porcini.

[40] La semina, a spaglio è autunnale, salvo ad altitudini elevate dove viene eseguita a fin inverno per evitare rischi connessi a temperature molto basse. La quantità di seme vestito da impiegare è molto variabile (da 70 a 150 kg/ha) e offre 150-200 cariossidi a metro quadrato.

[41] Non tutti danno luogo a frutti fertili, si ha un elevata percentuale di aborti. I frutti sono baccelli contenenti 3-4 semi, di colore giallo, bruno, verdognolo o nero. Pianta in origine brevidiurna (per fiorire ha bisogno di notti piuttosto lunghe), oggi ha varietà precoci che sono fotoindifferenti.

[42] La soia entra in simbiosi con un azotofissatore specifico, Rhizobium japonicum, che nei terreni nuovi alla coltivazione della soia è assente. Per questo, quando si vuole coltivare la soia su un terreno che non l'ha mai ospitata, è indispensabile inoculare il seme con apposite colture microbiche. La semina viene fatta a righe distanti 40-45 cm con una quantità di seme atta a produrre 30-35 piante a metro quadrato. L'epoca di raccolta in Italia cade a settembre-ottobre. Per una buona conservazione il seme di soia, in quanto oleaginoso, va immagazzinato con umidità del 12%, altrimenti va essiccato.

[43] Pianta annuale aridoresistente che non esiste allo stato selvatico, ma solo coltivato. La regione di origine è l’Asia occidentale da cui si è diffuso in India, in Africa e in Europa in tempi molto remoti. Il cece è la terza leguminose da granella per importanza mondiale, dopo il fagiolo e il pisello. La superficie coltivata nel mondo è di circa 11 milioni di ettari. I suoi semi secchi sono un ottimo alimento per l’uomo, ricco di proteine al 15-25%. In Italia la superficie a cece è scesa a meno di 3.500 ettari, quasi tutti localizzati nelle regioni meridionali e insulari. La raccolta del cece si fa estirpando le piante a mano e lasciandole completare l’essiccazione in campo in mannelli.

[44] Macco: purea di favette bianche o fave secche in lenta cottura, in pignata di coccio che ne esalta sapore e colore. Alla purea si aggiunge peperoncino e olio extra di oliva.

Per i Pitagorici le fave, poiché prive di nodi sullo stelo, sono un mezzo di comunicazione diretta tra l’Ade dei morti e il mondo dei vivi. Usate nelle cerimonie funebri di Ellade, Egitto, Roma, India e Perù, si gettavano nelle tombe per nutrire e dare energia agli antenati. In Ellade era divieto di mangiar le fave prima dei riti oracolari poiché limitavano le capacità divinatorie. Cicerone e Plinio confermavano che le fave, essendo poco digeribili, convolgessero i sensi nel torpore della digestione e provocassero visioni.

[45] Papilionacea, forma a farfalla dei fiori di tutte leguminose

[46] Acanthoscelides obsoletus, coleottero che attacca i fagioli immagazzinati da lungo tempo.

 

 

 

 


agrobuti.net - info@agrobuti.net